viscere

Edera

Sei come l’edera.

Nasci dai piedi, ti guardo senza darti importanza. Piccole foglie verdi innocue. Sali, ti moltiplichi, ti espandi, cresci, incontrollata, incontrollabile. Ti attacchi, alla pelle, l’attraversi, penetri, mi crepi le ossa. Sali, ti avvolgi, ti infiltri, soffochi. Mi sommergi, nessuno riuscirà più a vedermi. Sei nello stomaco, mi strangoli le viscere. Sei fuori, sei dentro. Prendi possesso, prendi il controllo. Arrivi ai polmoni, ti fai strada, mi togli il respiro. Ti sento, non posso strapparti, mi strapperei. Potrei avvelenarti, seccarti. Ma mi avvelenerei, mi seccherei. Sei me, sono io. Sono come l’edera. Sotto pelle, attraverso i muscoli, avvitata intorno ai tendini. Striscio, ferisco, le braccia, le mani, la pelle, il fegato, i reni. Graffio, intacco e corrompo la spina dorsale. Stringo la gola. Copro gli occhi, sigillo la bocca. Sono nella testa, nel cervello. Aggrappata. Fortificata. Incontrollata, incontrollabile.

Edere - foto di J.W.

Sono come l’edera.

J.W.

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Provi a fermare il tempo in ogni modo, e ottieni solo che rallenti di qualche minuto. Bella cazzata. Però in fondo ha un senso: come ogni buona prosa, la vita non ha un metodo.

K.S.

Un cerotto

Un pò in ritardo, ma solo di qualche ora, sulla tabella di marcia, eppure eccoci qui, anche questo venerdì. L’ultimo, prima della pubblicazione del prossimo numero del Taccuino (che c’è, c’è, arriva, arriva, si sta impaginando) ma non ultimo in ordine di importanza l’articolo che andiamo testè a pubblicare, anticipatamente presentato in esclusiva su SettePerUno e che potete andare eventualmente a ripescare qui. Ecco quindi a voi l”articolo che chiude la serie di quattro “componimenti” scritta ad hoc per gli amici di Sette per Uno. L’ultimo della prima serie. Poi si vedrà.

Buona lettura e sempre in alto i calici (oh, è arrivato pure ‘sto week end, eh!)!

ps: e adesso diteci che l’immagine del martedì non era azzeccata…

 

Un cerotto

Un attimo, la frazione di un nanosecondo e dentro la mia testa si erano spalancati interi affreschi, chilometri di pellicola cinematografica, tonnellate di pagine. Alle volte capita: un’ondata incredibile di vissuto che si espande nello spazio d’un battito di ciglia. La sensazione è quella tipica del sub in immersione che riprende fiato dopo l’apnea, con l’aria che riempie i polmoni di colpo e il rumore del rantolo. Ero nel pieno di un supermercato gremito e tac, di colpo una nota mi aveva raggiunto nell’aria: una nota di profumo, si intende, una di quelle che si incastrano tra il naso e il palato e poi sembrano rmettere in moto il cervello. Avevo colto quasi di sghimbescio, per sbaglio, un profumo particolare, un profumo di donna, di fiore caramellato e sapone e tabacco e alcool, un sentore fatto di mille tasselli. Naaah, non può essere lei, pensavo. Eppure quando qualcosa sepolto nelle tue viscere viene risvegliato di colpo ti sembra di trasalire come se ti levassero un cerotto a tradimento, di colpo.

Immediatamente l’istinto fu quello di controllare, di guardarmi attorno, di capire da dove venisse: un’odore è un’alchimia singolare, quasi impossibile trovarne due uguali; doveva essere lei, certamente. Lasciai il posto in fila alla cassa e mi misi a cercare: l’odore era fin troppo evanescente in mezzo al nugolo nel quale lo percepivo, ma qualcosa di stampato nel cervello mi permetteva di seguirne anche solo le tracce in mezzo a mille altre. Cristo, neanche il banco del pesce riusciva a farmi perdere, neanche il mio raffreddore perenne, e già con la fantasia correvo al momento ormai vicino di quando l’avrei rivista. Che diavolo si può dire ad una di cui sei stato innamorato perso, come un ragazzino, e che rivedi dopo qualcosa che ti sembra siano anni? Nulla, ovvio. Avrei al limite balbettato come un imbecille, avrei sparacchiato stupide ovvietà, e abbozzato un sorriso di sottecchi. Lei avrebbe risposto al mio saluto ebete, o forse no alla peggio. Mi rendevo conto ad ogni passo che, diavolo, vederla cambiata mi avrebbe potuto perfino fare male perfino ora. La mia adolescenza di fronte a queste cose ancora non si sopisce, inutile stare a pensarci, sentivo perfino la glottide stringersi assieme al respiro, più breve. Girai l’angolo, ormai sicuro di vederla, mentre provavo mentalmente la scena dell’incontro fintamente casuale: avrei fatto finta di non vederla all’inizio, forse, non potevo assimilarla tutta intera di colpo. Mi serviva sicuramente qualche secondo per guardarla, per prepararmi all’urto. Presi quindi un respiro più lungo, e mi avvicinai al punto del banco dei dolciumi dove avevo individuato una figura simile alla sua, mentre l’odore si faceva più intenso.

Con mia sopresa mi accorsi che la ragazza che avevo individuato non era lei. Mi resi conto infine che l’odore veniva da un’altra donna, sulla quarantina, un cappotto nero col bordo di pelliccia che comprava dei cereali nesquik appoggiandosi al carrello. Il quasi impossibile era possibile, evidentemente.

Mi allontanai guardando in basso, con la chiara percezione della mia idiozia che vivida mi percorreva la testa. Trovai una cassa libera e vi appoggiai la spesa: una fanta, una bottiglia di amaretto, un pacco di biscotti e un vaso di nutella; al solito la cassiera mi fissò in bilico tra la disapprovazione e una cinica ilarità. Del resto alle otto di sera pochi hanno le forza di cercare un significato, e in fin dei conti non c’era neppure troppo su cui rimuginare: Il solito sbandato, il solito eterno sedicenne. Pagai e mi allontanai, col mio vaso di pandora rotto e la testa conseguentemente piena di pensieri inutili.

K.S.


Sweet Nothing

K.S.

Laura

è così che ho fatto, cominciando

con lo sdraiarmi a terra,

in un bel prato,

fiori, insetti, sassolini,

ho disteso le braccia e ho atteso.

gli esili fili d’erba riescono a bucare anche

l’asfalto,

vuoi che si fermino prima della mia

scorza?

no, infatti.

hanno cominciato prima lentamente, poi sempre più forte,

con costanza, a premere contro il mio corpo

fino a penetrarlo, come

tanti piccoli aghi.

si sono nutriti della mia vita fluida

rendendo in cambio la loro linfa.

sono entrati nei vasi, nei tessuti,

nelle viscere e nelle mie carni.

mi hanno assorbito in equilibrio tra

un mondo e l’altro,

tra vita e vita,

tra un elemento e un dato di fatto.

così sono sprofondata,

assorbita centimetro dopo centimetro

lentamente

senza paura,

senza nervoso,

senza documenti, in uno spazio di pace

e di sorriso.

ora sono terra mischiata con

terra.

un cane mi è appena passato sopra

e mi dispiace solo di non poterne ridere.

F.K.