viaggio

Il lungo viaggio di Sveva

Sveva non c’è .

È partita a novembre per il Kamchatka.

Forse sta mangiando caviale rosso con il pane nero, seduta in riva al niente, con gli orsi bruni.

Sveva è implosa su se stessa come un laboratorio di esperimenti nucleari costruito in fretta e senza assicurazione.

Ufficialmente ha preso un congedo non retribuito lasciando le sue cose in giro, come se dovesse tornare da un momento all’altro, ma non è detto che lo faccia e nel caso non sappiamo quanto alto sarà il prezzo da pagare.

Mi manca molto.

La sua scomparsa mi ha lasciato in un quark senza finestre, silenzioso e inutile.

Certe volte la sento vicina, come se mi stesse parlando dietro la schiena con quella sua voce cantilenante da attrice porno consumata di parole e di fumo.

Era molto bella Sveva da ragazza, un po’ antica, anni trenta direi, con due tette superbe e i tratti di antica aristocrazia micenea.

Di sé stessa amava molto la bocca, se la toccava di continuo, la mordeva nei riflessi degli specchi.

Una bocca bellissima, mediterranea, adatta al sesso e a baciare bambini con sonori schiocchi sulle guance rosa.

Si guardava le labbra con quei suoi grandi occhi viola e dal tempo futuro avrebbe voluto soltanto una cosa.

Scrivere.

E avere tanti bambini da baciare.

Da quando non c’è Sveva, io non riesco più a vivere.

Mi trascino come un fantasma spaventato, stando attento a non farlo molto vedere, perché poi mi chiederebbero di lei e io non potrei smettere di ricordarla mai.

Di piangerla.

Poi penso che magari è felice e sta progettando di ripartire per Vladivostok, nell’estremo oriente russo, dove gli inverni sono lunghissimi e la sua pelle malata non soffre nel sole.

Quando sale su un treno c’è sempre qualcuno che si alza e la fa sedere perché è così elegante e austera, come la notte.

È uscita in silenzio un mattino di novembre prima dell’alba. Sicuramente portava con sé una valigia nera e un’irresistibile voglia di andare.

Era praticamente perfetta in tutto. Come Mary Poppins.

S.O.

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Trofaiach Pt. 3

Cessi chimici

sui furgoni camperizzati

 tre euro per una doccia al distributore

e la mattina sei più stanco di quando sei andato a letto.

Fornelli a gas, cucine portatili

e cibo di strada

cucinato in strada

su piastre elettriche arrugginite,

e consumato per strada.

Patenti moldave

non ancora convertite

permessi di soggiorno, fogli di ospitalità

nel cassettino del cruscotto

passaporti pieni di timbri,

schiene curvate dai chilometri

e dall’alluminio delle plance.

 

I piedi urlano

scongiurando una pausa

che non avranno.

Solo altro asfalto

o cemento

o porfido

o, peggio, ciottoli.

 

Pall Mall blu in pacchi da 40

fumate in fretta, con avidità

o lentamente, per noia.

Birra scadente

in lattine da mezzo

e guance rosse.

 

Di notte,

falene gigantesche 

entrano dai finestrini

abbassati

per far girare un po’ d’aria

nella cabina troppo stretta.

E di giorno le api,

anzi, vespe.

Ostinate e grasse,

carnivore.

Nemmeno ti pungono quelle,

ti mordono.

Poi le vedi agonizzare

nelle vasche dei sottoli

vittime della loro gola

e dentro piangi.

Perché, alla fine,

veder morire una creatura

non è mica roba per tutti.

anche una vespa merdosa.

 

Cresce la barba e crescono le unghie,

e la voglia di rivedere mogli, madri, figli, cani,

che aspettano

dall’altra parte del mare d’asfalto.

G.U.

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Provi a fermare il tempo in ogni modo, e ottieni solo che rallenti di qualche minuto. Bella cazzata. Però in fondo ha un senso: come ogni buona prosa, la vita non ha un metodo.

K.S.

Non impareremo mai.

 

foto di I.M.

Sì certo, entra pure. Oh dei fiori. Per me? Certo, l’avevo capito. Certo, sono solo io qui, è casa mia ma sai…era per dire.

Accomodati, scusa la confusione. Sì, so che si dice anche questo per dire e che ho finito di pulire un’ora fa ma sai, mia madre ha plasmato la mia mente in modo tale da non lasciare scampo al dubbio atroce che qualcuno possa trovare sporco qualcosa in me. Chissà quale senso di colpa ci fa strofinare con ossessione qualsiasi superficie, visibile o meno, del ns. habitat.

Dicevi? Sei venuto per parlarmi? Mi inquieta il tuo sguardo, e sì, so che ogni volta che dubito e mi metto sulla difensiva ti secchi, ma cosa vuoi, chiamalo istinto o sesto senso…sono sempre sull’attenti. Come le sirene dell’acqua alta che suonano a Venezia. Nella mia testa hanno lo stesso suono i campanelli d’allarme. E chissà perché d’istinto passo a Marghera e ai suoi fumi tossici. Mentre ho te di fronte.

Certo che ti ascolto. Ma quando gesticoli così faccio fatica a pensare che non ci sia un però dietro l’angolo, a buttare giù come le tessere del domino tutte le belle parole di prima. Dai, non sono malpensante…è che mia madre, quando dice che noi donne siamo streghe, ha ragione e ci credo.

Continua scusa, non ti volevo interrompere. Fosse mai che perdi il filo.

Ok, lo so che eri legatissimo al cane e che sogni ancora la prozia di tuo padre. Peccato che i numeri che ti dà dall’aldilà siano a sei cifre e non ci abbiano mai fatto vincere un euro. Dai scusa, è della facile ironia su un argomento che ti sta a cuore, perdonami.

Sì, scusa, col cuore.

Ah, già che lo cito dici….non capisco cosa c’entri però il cuore con le vene di tua madre…no, certo, sono preoccupazioni, arriva tutto da lì, non dubito.

Va bene, capisco..ma i fiori? Non ci vedo significati subdoli, scherzi?

Oh, quindi per il momento ritieni di avere troppe cose a cui pensare. No guarda, non che non voglia capire…trovo strano che tu manifesti questo poco spazio mentale proprio ora, alla vigilia della partenza per due settimane di vacanze con gli amici. Non voglio vederci del marcio, scherzi, solo che tua madre ha problemi di vene dal ’78, il cane è fuggito 3 anni fa e quel coniglio che hai preso per rimpiazzalo diciamocelo, svolge perfettamente la funzione a mio parere. Ma ti sembra che ti prenderei in giro in questo frangente?

Ah c’è altro? Va bene, già che sono qui…non te la prendere, l’ironia è parte di me, lo sai. È una delle cose che hai sempre apprezzato…ah no? Forse ricordo male allora. Dicevi? La macchina si è rotta e non sapete come partire domani?

Porca paletta, quell’auto ha avuto un tempismo perfetto! No, non sto ridendo delle tue disgrazie, era solo un modo per sdrammatizzare. Sì, l’auto per voi è un po’ come il guardaroba per noi….nessuno può toccarcelo, solo ammirarlo da lontano.

Ok, scusa, non volevo iniziare un argomento infinito…e noioso dici? Che strano, noi ragazze ci passiamo ore…sì scusa, non perdere il filo…quindi…quindi, aspetta, vediamo se ho capito…mi stai lasciando, ah no scusa, rifletti solo per un periodo di tempo illimitato e al momento non quantificabile, ok…e vuoi che ti presti l’auto per due settimane?

……

Ok, ma fammi il pieno quando torni.

S.A.

A/R – R/A

Nota: di ritorno da un viaggio entra un nuovo forestiero nel nostro bar…

 

È una stanchezza tutta particolare quella che ti scivola addosso quando ti siedi su un sedile zozzo di un treno zozzo che ti riporta a casa dopo aver passato pochi giorni … a casa.

Nelle pieghe dei vestiti, nello zaino fatto in fretta, dove ho messo il biglietto, ho preso tutto, farei prima ad avere dei doppioni. Doppio spazzolino. Doppio pigiama. Ma anche doppio cellulare, doppio computer, doppio tutto. Tanto la vita doppia ce l’ho già. Perché per un secondo penso, sempre, sto andando o sto tornando? La testa si confonde, questione di un attimo, si annebbia, la geografia si frantuma, scendo o salgo, perdutamente.

Finché non mi rispondo, nessuna delle due cose entrambe le cose, tirando un sospiro, reclinando la testa all’indietro, per poi ricordarmi che mi fa schifo poggiare i capelli sul sedile zozzo del treno zozzo. Ché i treni puzzano, sono diventati inospitali. Ma sempre affascinanti, e tu ti siedi, e loro ti portano, o ti riportano.

O entrambe le cose, come nel mio caso.

E allora ti lasci andare al torpore. Ti accomodi meglio, scruti i vicini, sopratutto quello accanto, ci dividerai il bracciolo, e quello davanti con cui, in una promiscuità tra estranei mai studiata in modo sufficientemente approfondito, incastri le gambe con un gioco di scavallamenti e accavallamenti, mentre il treno ha un singulto, si muove, si ferma, riparte, piano, piano, veloce, veloce, velocissimo mai. E tu lasci indietro quella che è casa ma non lo è più. Ma che continui a chiamare così, casa. Esattamente nello stesso modo in cui chiami l’altro posto, casa. Con la sensazione di non aver avuto abbastanza tempo, di non aver abbracciato per quanto avresti voluto, di non aver detto tutto quello che c’era da dire, e bisogna rimandare, ma anche la voglia di dormire nel tuo letto e cucinare nella tua cucina. Il mondo che sfreccia fuori dal finestrino, dettagli impressi nella memoria, viaggio dopo viaggio, andata e ritorno. Ma quanti anni sono? Con il sole, con la pioggia, con la neve, natale e pasqua e un fine settimana al mese. Andata e ritorno, ritorno e andata. Sempre troppo, sempre troppo poco. Quando arrivi? Quando torni? Perché per gli altri è facile. Per quelli che stanno non esiste confusione, l’atto dell’andare e quello del tornare non si sovrappongono.

Mentre il treno rallenta, si ferma, stazione intermedia, dove siamo? E a te per saperlo basta l’orologio interno, o l’accenno di un’insegna che si introduce nella periferia distratta dello sguardo. Mentre il dirimpettaio di posto dorme a bocca aperta con la testa che gli ciondola, la vicina di bracciolo educatamente ritira il braccio quasi a dirti che adesso è il tuo turno. E il treno mangia e risputa rotaie, le orecchie si chiudono in galleria, e hai imparato a chiudere il naso con le dita e a soffiare forte. Mentre apri il libro che tenevi appoggiato sulle ginocchia, mentre metti le cuffie e accendi la musica. A palla. Mentre il corpo si assesta nell’assenza, in attesa.

 

J.W.