vento

Le sere

Le sere, le sere che ti aspettavo ero solo. Avevo una voglia smisurata di averti tra i capelli, che sembravano meduse nere di pensieri. O tra le dita, che si muovevano come affluenti impazziti nel letto. Poi apparivi, era già mattino ed io non ti volevo più. Non avevi parenti né tormenti, eppure, nei tuoi lineamenti marcati, notavo una storia d’incertezze. Vagabondavi in città e sorridevi a tutti. Avevi paura del tempo e del vento. Leggera, ancora oggi mi eviti, e non hai bisogno di spiegazioni, e non hai bisogno di me. Dispero sollevato dai miei anni di attese, oramai misere rese verso le piccole cose che recupero negli splendidi angoli bui.

Ah! Avessi tempo da sprecare starei ancora giovane alla finestra e scambiare la luna con te.

P.S.

Il vento non ne farà polvere

 

Guardare crescere i miei capelli spezzati, come per non sentire più l’obbligo di stupirsi delle novità, come un guardiano delle piccole cose, della loro esistenza, di ciò che accade prima che la misura sia compiuta, di ciò che sta tra il principio e la fine.

Capire quanta acqua serve per togliermi la sete, quanti cerchi si possono fare con le dita nell’aria prima di doversi sentire stupidi, cercando di dare un senso a ciò che viene compreso dentro ogni circonferenza, e sentire di non volerlo essere mai più.

Aspettare che quel qualcosa che ti ha attraversato la mente, svanisca come una febbre dal corpo, come i pensieri che accompagnano l’attesa, come la qualità del silenzio, come l’importanza dell’amore.

Accorgersi che semplici sono le cose, di vite complesse, di felicità sofisticate; che poi alla fine tutte le strade che portano a qualcosa, sono piene di passi come quelle che non portano a nulla.

Trovare una feritoia nella notte e starsene là, come la verità sulla bocca di un assassino, dove la luce non arriva, dove il respiro si fa più sottile, dove il vento non ne farà polvere.

Soffermarsi nel dettaglio, come un operaio degli eventi, come un addetto alla malinconia.

Preparare i colori che servo a dipingere una notte, per poi lasciarli là, e vederli seccare, guardarli rimanere colore, senza che divengano null’altro.

Censire tutti i nomi dati ai miei umori, come cani randagi che ringhiano agli sconosciuti che li scalciano, pieni di freddo, pieni di fame, pieni di rabbia, dannatamente liberi, liberi di essere contro.

Cercarsi in quelle giornate di distacco totale, quando somiglio al cerchio di un giocoliere, quando aprendo le braccia davanti alla luce di un lampione, posso essere un leone che guarda lontano e se frega delle parole, quando nei tuoi occhi mi specchio cratere di luna, quando filtro il tuo respiro come se fossi una vela di una nave pirata.

Abbandonarsi alla preghiera del mattino al sole, quando divento quella parte della spiaggia dove sbatte costantemente il mare, dove la sabbia si fa più fine, dove il vento non ne farà polvere.

Il vento non ne farà polvere.

L.J.M.

Che strani sogni

Che strani sogni.

Fluttuare senza vergogna e senza vestiti nell’acqua piena di alberi.

Aggrapparsi ad un ramo in alto, pendere sull’acqua e ritornare sul tronco.

Percepire qualsiasi cosa a contatto con la pelle e non riconoscerne la differenza.

Vento che gonfia dei vestiti bianchissimi e dei capelli aggrovigliati.

Gli occhi che luccicano, nient’altro che acqua.

Saltare dalla banchina e continuare a guardare avanti.

Questi sono i sogni che dovrei fare ogni notte.

 

S.A.