testa

Ciao capo…

ciao-capo-j-w

 

ché la scena te la devi immaginare così, i pensieri aggrovigliati nella testa
sacchetti pesanti appesi alle dita
ore e poi ore, tutte ancora da srotolare
e gestire
e cercare le chiavi della macchia
no queste sono quelle di casa
e tutte quelle ore davanti
un muro

in terra, una stella ti sorride

e allora va bene

J.W.

Silenzio

silenzio

Mi servirebbe quel silenzio che non so trovare più. Quel silenzio che sapevo creare, fin nel più piccolo suono o pensiero estraneo reso muto, nella mia testa.

Come una bolla. Come una zona neutra. Come una zona libera.

Come una stanza vuota da arredare, una spiaggia poco dopo l’alba, con il mare calmo e il sole tiepido. Come un letto appena rifatto. Un bicchiere da riempire.

Una pagina bianca e un sacchetto di parole.

Mi servirebbe quel silenzio, quel silenzio lì. Proprio quello.

Non un altro.

Come una strada di notte, quando esci mentre tutti dormono perché le gambe hanno bisogno di andare. Come quando spengi la televisione dopo un film e nessuno dice niente perché ci sono state troppe lacrime e troppe risate.

Avete presente?

Quel silenzio carico, quel silenzio perfetto.

Quello.

Come quando hai perso una cosa e ad occhi chiusi riavvolgi il nastro e poi lo fai ripartire per vederti mentre la metti chissà dove.

Quel silenzio che senti solo la sigaretta che sfrigola, il respiro e a volte il battito cardiaco. E il culo della bottiglia di birra che si appoggia sul tavolo.

Non so se ce l’avete presente.

Io sì.

E mi manca.

silenzio

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Provi a fermare il tempo in ogni modo, e ottieni solo che rallenti di qualche minuto. Bella cazzata. Però in fondo ha un senso: come ogni buona prosa, la vita non ha un metodo.

K.S.

Raggomitolati

A volte non si può far altro. E si resta così. Indicibilmente inermi. Chiusi a parare i colpi, anche se è da dentro che arrivano. Raggomitolati, per non sbriciolarsi come legno marcio. Si resta così, immobili, stretti.

Si resta così. Sigillati. Raggomitolati nel tentativo di frantumarla, quella cosa. Quella cosa che litri di inchiostro non sono riusciti a raccontare.

Quella cosa aggrappata al cuore, con le unghie, e nello stomaco, alle ossa, sotto la pelle. E nella testa, sibilo infinito indefinito, inquinante, che impone ritmi anomali e sovrasta il suono buono.

Quella cosa che ti altera il sorriso, che infetta il pensiero. Quella cosa che straccia un passato già logoro e sbiadito, e calpesta ricordi già instabili, e scardina il sentimento che ha travalicato l’impossibile per mutare, e sopravvivere. Per non soccombere, e non doversi biasimare, e compatire, e detestare.

E si resta così. Arresi. Con quei litri di inchiostro lasciati lì. Secchi e inutili. Fallimentari. Falsi. Osceni. E parole che non hanno il coraggio di affondare, di dire, di affermare. Che non possono affondare, dire, affermare.

Perché quella cosa deve essere vomitata, sputata, gridata. Con la voce, con il corpo, con gli occhi.

Non è cosa che può essere dissolta nell’inchiostro e dispersa sul foglio. Non si può e non serve scriverne.

E se non si può scriverne, si resta così.

Raggomitolati.

 

J.W.

 

Raggomitolati - E.Z.

 

Un cerotto

Un pò in ritardo, ma solo di qualche ora, sulla tabella di marcia, eppure eccoci qui, anche questo venerdì. L’ultimo, prima della pubblicazione del prossimo numero del Taccuino (che c’è, c’è, arriva, arriva, si sta impaginando) ma non ultimo in ordine di importanza l’articolo che andiamo testè a pubblicare, anticipatamente presentato in esclusiva su SettePerUno e che potete andare eventualmente a ripescare qui. Ecco quindi a voi l”articolo che chiude la serie di quattro “componimenti” scritta ad hoc per gli amici di Sette per Uno. L’ultimo della prima serie. Poi si vedrà.

Buona lettura e sempre in alto i calici (oh, è arrivato pure ‘sto week end, eh!)!

ps: e adesso diteci che l’immagine del martedì non era azzeccata…

 

Un cerotto

Un attimo, la frazione di un nanosecondo e dentro la mia testa si erano spalancati interi affreschi, chilometri di pellicola cinematografica, tonnellate di pagine. Alle volte capita: un’ondata incredibile di vissuto che si espande nello spazio d’un battito di ciglia. La sensazione è quella tipica del sub in immersione che riprende fiato dopo l’apnea, con l’aria che riempie i polmoni di colpo e il rumore del rantolo. Ero nel pieno di un supermercato gremito e tac, di colpo una nota mi aveva raggiunto nell’aria: una nota di profumo, si intende, una di quelle che si incastrano tra il naso e il palato e poi sembrano rmettere in moto il cervello. Avevo colto quasi di sghimbescio, per sbaglio, un profumo particolare, un profumo di donna, di fiore caramellato e sapone e tabacco e alcool, un sentore fatto di mille tasselli. Naaah, non può essere lei, pensavo. Eppure quando qualcosa sepolto nelle tue viscere viene risvegliato di colpo ti sembra di trasalire come se ti levassero un cerotto a tradimento, di colpo.

Immediatamente l’istinto fu quello di controllare, di guardarmi attorno, di capire da dove venisse: un’odore è un’alchimia singolare, quasi impossibile trovarne due uguali; doveva essere lei, certamente. Lasciai il posto in fila alla cassa e mi misi a cercare: l’odore era fin troppo evanescente in mezzo al nugolo nel quale lo percepivo, ma qualcosa di stampato nel cervello mi permetteva di seguirne anche solo le tracce in mezzo a mille altre. Cristo, neanche il banco del pesce riusciva a farmi perdere, neanche il mio raffreddore perenne, e già con la fantasia correvo al momento ormai vicino di quando l’avrei rivista. Che diavolo si può dire ad una di cui sei stato innamorato perso, come un ragazzino, e che rivedi dopo qualcosa che ti sembra siano anni? Nulla, ovvio. Avrei al limite balbettato come un imbecille, avrei sparacchiato stupide ovvietà, e abbozzato un sorriso di sottecchi. Lei avrebbe risposto al mio saluto ebete, o forse no alla peggio. Mi rendevo conto ad ogni passo che, diavolo, vederla cambiata mi avrebbe potuto perfino fare male perfino ora. La mia adolescenza di fronte a queste cose ancora non si sopisce, inutile stare a pensarci, sentivo perfino la glottide stringersi assieme al respiro, più breve. Girai l’angolo, ormai sicuro di vederla, mentre provavo mentalmente la scena dell’incontro fintamente casuale: avrei fatto finta di non vederla all’inizio, forse, non potevo assimilarla tutta intera di colpo. Mi serviva sicuramente qualche secondo per guardarla, per prepararmi all’urto. Presi quindi un respiro più lungo, e mi avvicinai al punto del banco dei dolciumi dove avevo individuato una figura simile alla sua, mentre l’odore si faceva più intenso.

Con mia sopresa mi accorsi che la ragazza che avevo individuato non era lei. Mi resi conto infine che l’odore veniva da un’altra donna, sulla quarantina, un cappotto nero col bordo di pelliccia che comprava dei cereali nesquik appoggiandosi al carrello. Il quasi impossibile era possibile, evidentemente.

Mi allontanai guardando in basso, con la chiara percezione della mia idiozia che vivida mi percorreva la testa. Trovai una cassa libera e vi appoggiai la spesa: una fanta, una bottiglia di amaretto, un pacco di biscotti e un vaso di nutella; al solito la cassiera mi fissò in bilico tra la disapprovazione e una cinica ilarità. Del resto alle otto di sera pochi hanno le forza di cercare un significato, e in fin dei conti non c’era neppure troppo su cui rimuginare: Il solito sbandato, il solito eterno sedicenne. Pagai e mi allontanai, col mio vaso di pandora rotto e la testa conseguentemente piena di pensieri inutili.

K.S.