tempo

Le sere

Le sere, le sere che ti aspettavo ero solo. Avevo una voglia smisurata di averti tra i capelli, che sembravano meduse nere di pensieri. O tra le dita, che si muovevano come affluenti impazziti nel letto. Poi apparivi, era già mattino ed io non ti volevo più. Non avevi parenti né tormenti, eppure, nei tuoi lineamenti marcati, notavo una storia d’incertezze. Vagabondavi in città e sorridevi a tutti. Avevi paura del tempo e del vento. Leggera, ancora oggi mi eviti, e non hai bisogno di spiegazioni, e non hai bisogno di me. Dispero sollevato dai miei anni di attese, oramai misere rese verso le piccole cose che recupero negli splendidi angoli bui.

Ah! Avessi tempo da sprecare starei ancora giovane alla finestra e scambiare la luna con te.

P.S.

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Vuoto molle

E poi il vuoto, che persiste.

Incombe e ingoia. Ma non risputa.

Un vuoto molle.

 

E c’è il problema che questo vuoto si porta via il tempo a manciate.

Secca la lingua e gli occhi.

Impermeabilizza anche la pelle, e le cose scivolano via.

Come fossi diventata un piccione.

Ho inciampato, ci sono caduta dentro.

E non ho per niente voglia di alzarmi.

Si sta bene, in terra.

E poi c’è il problema che questo vuoto si porta via i suoni,

e gli odori

e i colori

e i volti

e i legami, che si spezzano e non fanno neanche rumore.

 

Mi metto comoda, ho l’impressione che non mi alzerò.

Per parecchio tempo.

Non mi preoccupo.

Di chi non mi viene a cercare.

Di chi mi chiede se mi voglio alzare ma non aspetta la risposta.

 

E poi c’è il problema che questo vuoto non si porta via il passato.

Ma lo accoglie e lo ripropone.

A ciclo continuo. Cocacola calda sgasata popocorn rancidi.

Anche le scene che avevo tagliato dal montaggio finale.

Mastico popcorn rancidi e gli annaffio con cocacola calda sgasata.

 

Ho esaurito le battute.

J.W.

 

Ci spetta

Solo oggi mi accorgo di quella tua camicetta bianca, candida, luminosa che rendeva la stanza minuscola, un dettaglio. Dentro c’erano i nostri pensieri adulti, un po’ contaminati, di certo belli nella loro freschezza inedita. Parlavi piano e la tua solitudine chiedeva rispetto. Te l’abbiamo concesso. Poi, una sera, prima dell’estate feroce, frenetica chiedevi se non era ora. Ma di cosa?

Della libertà di scavare dentro l’enorme palude del nostro tempo. Non eri contenta. Diventavi furba, e i tuoi occhi lo confermavano spavaldi e ammiccanti. Meno male di quel temporale, dietro a quelle montagne di stoffa color petrolio; così oggi sappiamo qual era il male che ci aspettava, quale il dramma venato di passione che minaccioso ci afferrava. La tua camicetta si sarebbe strappata. Poi un nodo in gola e una vita da organizzare.

Oramai non sprechiamo più parole per un niente che ci spettava.

P.S.

A piè pari

Tutto per la tranquillità.

Per quella maledetta idea che poi si è a posto.

Dannazione a quello (o quella, lo so che era una lei) che ha introdotto l’idea di “ecco, così mi sistemo e sono tranquilla.”

Come se fosse un teorema.

Che metti a posto 3 fattori, 3, neanche 20, 3 di numero, e credi di poter essere a posto.

Lo so che bisogna mettere in conto tante cose, e una, la più importante, me l’ha insegnata Liz Taylor.

Cioè, non lei, Tennessee Williams. E c’è una bella differenza. Però lo fa dire al suo personaggio quindi ci vedo la sua faccia.

“Si può essere giovani e poveri. Ma non si può essere vecchi e poveri”.

E allora ti cerchi il posto fisso, vai a tennis due volte la settimana che sia mai che i pantaloni mi stringano, ti cerchi qualcuno che ti faccia sorridere e che non ti annoi troppo e magari abbia una certa fantasia.

Che poi la casa al mare non era obbligatoria, insomma, durante i finesettimana il traffico non si conta e d’estate chi ha voglia di restare sempre nella stessa provincia? Però la casa al mare te la compri lo stesso e dai la colpa agli altri se hai fatto gli straordinari per pagarti la vacanza alle Mauritius, che tra l’altro a maggio lì era già inverno cazzo. E pensi che non è colpa tua se quando ti fai la doccia dopo la partita a tennis il mercoledì e blocchi tutti i pensieri dell’ufficio e della cucina da rifare e di tutto il resto di spazzatura, non ti rimane niente. Non è colpa tua, tu “c’hai da fare”.

Mica c’hai tempo per una passeggiata che non sia la domenica pomeriggio, non puoi stare con le mani in mano. La macchina va lavata e bisogna andare a vedere per la camera del grande. Non è colpa tua, ma di tutti questi qui che non hanno idea di quanto tu ti dia da fare ogni giorno. Non hai tempo per loro e le loro idee astratte perché rincorri esattamente quella stabilità che loro, proprio loro ti hanno detto avrebbe messo a posto tutto.

E quasi l’hai presa. Quasi ci sei. La promozione è in vista e quasi anche la casa in montagna. E dopo, dopo ancora, cos’altro potresti desiderare?

Dopo basta, dopo comincerai a vivere finalmente, a saltare a piè pari nella vita che hai creato.

S.A.

TempoQuasireale01

C’è sempre un primo momento i cui ti accorgi delle rondini…

domenica scorsa ne ho vista qualcuna entrando in autostrada,

l’aeroporto di falconara poco sulla destra…

una è sfrecciata davanti al mio sguardo stupìto (ogni anno lo stesso stupore)

ho pensato: ecco il momento in cui ti accorgi del ritorno delle rondini

e un primo momento in cui senti quel loro gridare in volo…

poco fa sul balconcino di casa, il crepuscolo che s’appressa

imago della fatal quiete, le nubi e i zeffiri sereni

Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme

che vanno al nulla eterno e intanto fugge 

questo reo tempo, e van con lui le forme.

W.P.

nota: immagine ed elaborazione grafica a cura di E.Z.