suono

Silenzio

silenzio

Mi servirebbe quel silenzio che non so trovare più. Quel silenzio che sapevo creare, fin nel più piccolo suono o pensiero estraneo reso muto, nella mia testa.

Come una bolla. Come una zona neutra. Come una zona libera.

Come una stanza vuota da arredare, una spiaggia poco dopo l’alba, con il mare calmo e il sole tiepido. Come un letto appena rifatto. Un bicchiere da riempire.

Una pagina bianca e un sacchetto di parole.

Mi servirebbe quel silenzio, quel silenzio lì. Proprio quello.

Non un altro.

Come una strada di notte, quando esci mentre tutti dormono perché le gambe hanno bisogno di andare. Come quando spengi la televisione dopo un film e nessuno dice niente perché ci sono state troppe lacrime e troppe risate.

Avete presente?

Quel silenzio carico, quel silenzio perfetto.

Quello.

Come quando hai perso una cosa e ad occhi chiusi riavvolgi il nastro e poi lo fai ripartire per vederti mentre la metti chissà dove.

Quel silenzio che senti solo la sigaretta che sfrigola, il respiro e a volte il battito cardiaco. E il culo della bottiglia di birra che si appoggia sul tavolo.

Non so se ce l’avete presente.

Io sì.

E mi manca.

silenzio

Notturna

Notte.

Dormo, con la testa liquida,

piena,

di pensieri bizzarri

che navigano su zattere di mitili sul fondo,

che raccolgono pesci, crostacei, molluschi

e immagini. E se li portano via.

Un liquido nero che riluce

di una luce diafana,

sulla superficie grigia che stride

contro il vuoto incolore della restante parte del cranio,

provocando la stessa sensazione

di acqua bollente sulla pelle congelata.

Di notte.

Dormo rivolta a destra o a sinistra,

indistintamente, non vi è alcuna preferenza,

non ci sono aliti né respiri,

non c’è alcun disegno.

Solo parti del corpo, che sento sbattere forte con le mani,

alle pareti, sulle pareti,

che non hanno mangiato le unghie,

che sento, quando dolgono.

Così è che dolgere è il volgere,

il dolgere che non esiste

in una parola fatta di grafite, inchiostro o suono,

nella parola,

fine a se stessa.

La notte.

Dolgere, lui tocca il corpo,

e vi trasmette l’azione, della sua desinenza,

lui.

E la perde.

La lascia lì, a pulsare,

incessante, costante, assillante.

E diventa dolgo.

Nella notte.

La sua estremità schianta,

dentro e fuori, ancora fluidità

e vista che sfoca, e tentativo fallito,

e sveglia.

Io, e io, mi giro a destra o a sinistra e sempre,

è lì,

e la mia mano destra,

è lì,

e la mia mano sinistra,

non sotto il cuscino ma sotto la testa,

a reggere il peso delle ossa e a non far rovesciare il liquido.

Per non sporcare forse,

con altri pensieri, che già cigolano nell’aria,

anche il cuscino

e le lenzuola.

Notte.

I.M.

Nostalgia

È un dolore morbido, la nostalgia. All’improvviso manca qualcosa, o qualcuno, o un luogo.Un odore, una luce. Uno sguardo, un gesto, l’energia di un corpo.Una stanza, una strada d’estate, un angolo di mondo. Una voce. Un sorriso. Suoni. Parole. Una particolare inclinazione. Si stringe lo stomaco, e lasceresti cadere anche una lacrima solitaria, non fosse che il dolore morbido della nostalgia non fa piangere. Fa sorridere.Di un sorriso largo, che si appoggia su una lieve smorfia. Una smorfia nostalgica.Bisognerebbe sempre fermarsi, quando arriva la nostalgia. Qualunque sia la cosa fondamentale che stiamo facendo.Fermarsi. Sprofondare. Bersi tutto. Catapultarsi nell’attimo. Vivere l’odore, la luce. Vedere lo sguardo, il gesto, sentirsi accanto a quel corpo. Ricomporre, pezzo per pezzo, quell’inclinazione particolare. Quel sorriso. Quella voce. Quei suoni. Quelle parole.
Fermarsi.
Lasciarsi stropicciare dal dolore morbido.
Fermarsi, lasciar perdere tutto, tutto il presente, tutto il qui, tutto l’adesso.
E ascoltare quello che ha da dirci la nostalgia.
Ascoltare bene.
Concedersi tempo.
Farsi un regalo.

J.W.