stanchezza

Capita

Vi capita mai?

Di sentire lo strappo. La lacerazione profonda. L’eco lontana di una rottura che non si ripara.

Vi capita mai?

Scoprirvi sordi, immuni ai richiami. Con le cose, e i sentimenti, e le persone, e il mondo, che passano e non restano.

Smarriti. Basculanti su perno arrugginito prossimo alla frantumazione.

Vi capita mai?

Paura pura non identificata, desiderio impronunciabile di scomparire agli occhi dell’altro.

Stanchezza che offusca il giudizio e sovrappone gli incroci possibili.

Vi capita mai?

Sentire il peso di mille vite. Interrompere un gesto di cui non si è perso il significato.

Avere freddo sotto il sole.

Vi capita mai?

Silenzio che alimenta il silenzio. Affogare nel vuoto, in quella bolla che si allarga nel petto e soffoca il respiro.

Vi capita mai?

Il culo appoggiato sull’epicentro del sisma.

La parola che muore prima di essere pronunciata.

Il pensiero che si forma prima di riuscire a sfuggirlo.

La spirale infinita.

E poi trovare sollievo nel gridare una canzone, scagliarla nell’aria finché la gola non brucia.

E in una frase si srotola il pianto, e in una parola si cristallizza il sorriso.

J.W.

Ultimi sprechi

 

 

 

 

 

Giorni di debolezza annunciata

consumato su una sedia

ho tante piaghe

che non riesco a contarle

non ho sufficienti nomi

per tutte le mie sofferenze.

Y.F.

A/R – R/A

Nota: di ritorno da un viaggio entra un nuovo forestiero nel nostro bar…

 

È una stanchezza tutta particolare quella che ti scivola addosso quando ti siedi su un sedile zozzo di un treno zozzo che ti riporta a casa dopo aver passato pochi giorni … a casa.

Nelle pieghe dei vestiti, nello zaino fatto in fretta, dove ho messo il biglietto, ho preso tutto, farei prima ad avere dei doppioni. Doppio spazzolino. Doppio pigiama. Ma anche doppio cellulare, doppio computer, doppio tutto. Tanto la vita doppia ce l’ho già. Perché per un secondo penso, sempre, sto andando o sto tornando? La testa si confonde, questione di un attimo, si annebbia, la geografia si frantuma, scendo o salgo, perdutamente.

Finché non mi rispondo, nessuna delle due cose entrambe le cose, tirando un sospiro, reclinando la testa all’indietro, per poi ricordarmi che mi fa schifo poggiare i capelli sul sedile zozzo del treno zozzo. Ché i treni puzzano, sono diventati inospitali. Ma sempre affascinanti, e tu ti siedi, e loro ti portano, o ti riportano.

O entrambe le cose, come nel mio caso.

E allora ti lasci andare al torpore. Ti accomodi meglio, scruti i vicini, sopratutto quello accanto, ci dividerai il bracciolo, e quello davanti con cui, in una promiscuità tra estranei mai studiata in modo sufficientemente approfondito, incastri le gambe con un gioco di scavallamenti e accavallamenti, mentre il treno ha un singulto, si muove, si ferma, riparte, piano, piano, veloce, veloce, velocissimo mai. E tu lasci indietro quella che è casa ma non lo è più. Ma che continui a chiamare così, casa. Esattamente nello stesso modo in cui chiami l’altro posto, casa. Con la sensazione di non aver avuto abbastanza tempo, di non aver abbracciato per quanto avresti voluto, di non aver detto tutto quello che c’era da dire, e bisogna rimandare, ma anche la voglia di dormire nel tuo letto e cucinare nella tua cucina. Il mondo che sfreccia fuori dal finestrino, dettagli impressi nella memoria, viaggio dopo viaggio, andata e ritorno. Ma quanti anni sono? Con il sole, con la pioggia, con la neve, natale e pasqua e un fine settimana al mese. Andata e ritorno, ritorno e andata. Sempre troppo, sempre troppo poco. Quando arrivi? Quando torni? Perché per gli altri è facile. Per quelli che stanno non esiste confusione, l’atto dell’andare e quello del tornare non si sovrappongono.

Mentre il treno rallenta, si ferma, stazione intermedia, dove siamo? E a te per saperlo basta l’orologio interno, o l’accenno di un’insegna che si introduce nella periferia distratta dello sguardo. Mentre il dirimpettaio di posto dorme a bocca aperta con la testa che gli ciondola, la vicina di bracciolo educatamente ritira il braccio quasi a dirti che adesso è il tuo turno. E il treno mangia e risputa rotaie, le orecchie si chiudono in galleria, e hai imparato a chiudere il naso con le dita e a soffiare forte. Mentre apri il libro che tenevi appoggiato sulle ginocchia, mentre metti le cuffie e accendi la musica. A palla. Mentre il corpo si assesta nell’assenza, in attesa.

 

J.W.