specchio

Che sia quel che sia

picasso_donna_allo_specchioAvrei dovuto capirlo subito. Pazienza  ormai è andato.  L’sms era ancora sul mio cellulare. Avevo risposto “alle sei”.

Camminavo tra le braccia del mio appuntamento e sembravo essere in processione “Madonnina madonnina, che brilli da lontano, stammi vicina, dammi una mano..” Quanti anni erano passati dall’ultima volta che c’eravamo visti? Dodici? Forse quindici.

Mai un messaggio, mai una telefonata. Poi oggi all’improvviso venivo catapultata nel sogno che nel silenzio di tutti questi anni avevo accarezzato.

Tra noi era iniziato tutto così, una parola, una risata e poi tutto il resto a seguire. Era stato come trovare il pezzo del puzzle che finalmente si completava. Nelle vetrine mi rivedevo ragazza quando confidavo alla mia amica del cuore come sarebbe stato il mio principe azzurro “Avrà gli occhi azzurri, azzurrissimi”.

E così fu, solo che anziché arrivare cavalcando un cavallo bianco guidava una motocicletta.

Non avevo scritto dove, ma per noi esisteva solo il solito posto. Avrebbe capito.

La vetrina mi restituiva la mia immagine e stentavo a riconoscermi. Dove era finita la ragazzina?

Un vecchio cappotto blu caldo ma informe, i pantaloni color cammello e le scarpe basse, la borsa del mercato, il cappello di lana cotta. Quanti anni hai Maria? Settantuno, non senti l’odore di guai?

“Zitta Maria. Sento solo l’odore di vecchio, l’odore di chi ha scollinato e non ha più niente da perdere se non un briciolo di raziocinio. Hai parlato per tutta la vita adesso lasciami in pace”.

Mi voltai e mi specchiai di nuovo: tolsi il cappello e mi ravvivai la chioma argentata ancora ribelle.

Le dita accarezzarono le labbra secche quasi a voler mettere un velo di rossetto. Mi sollevai sulle punte cercando di non cadere in avanti. “Specchio, specchio delle mie brame” dissi “sono ancora la più bella del reame”.

E la mia non era una domanda.

– Fine –

R.V.

Immagine: Picasso, Ragazza allo Specchio, 1932

Io

Cari lettori,

è arrivato il venerdì ed è arrivato il momento di pubblicare la versione originale di “Io”, anticipatamente già pubblicato nel sito di SettePerUno e introdotta dall’egregia immagine del nostro grafico di qualche giorno fa. Nell’augurare a tutti voi una buona lettura alziamo i calici e vi invitiamo ad unirvi al nostro bar quando volete, con critiche, suggerimenti, complimenti (ocio) o nuovi cocktail.

A voi!

 

Io

Ci siamo io e quello nello specchio. Ci fissiamo, occhi negli occhi. Pupille, ciglia, palpebre.

Cerco frammenti da assemblare per costruire qualcosa che possa darmi struttura, e sostanza. Qualcosa su cui appoggiarmi.

Continuiamo a fissarci. Tutto il resto si confonde, sbiadisce, lo specchio mi restituisce solo pupille, ciglia, palpebre, intorno colori nebulosi, forme confuse, sovrapposte.

Scavo.

Devo scavare.

Mi servono dettagli. Gesti, frasi, odori. Luoghi. Sensazioni. Sicurezze.

Ricordi.

Sbatto le palpebre, tutto il resto torna nello specchio. Io continuo a guardarlo negli occhi.

Mi sistemo distrattamente i capelli, vittima di un riflesso incondizionato. Apro l’acqua, la lascio scivolare via. Il corpo, forzatamente e troppo a lungo immobile in posizione eretta, oscilla leggermente. Tocco le labbra, il naso, le guance, la fronte. Sento la pelle, le forme, le curve sotto le dita. Metto i polsi sotto l’acqua, cerco di spazzar via il niente. Uscire dalla nebbia.

Emergono schegge. Sbiadite, manipolate, viziate. Inutili.

Scavo senza sapere cosa cerco.

Scavo, non riconosco quello che vedo.

Chiudo l’acqua. Mi asciugo i polsi, le mani.

Mi volto. Conosco questa stanza, i suoi muri bianchi. E questo letto. Conosco l’odore di disinfettante. Conosco la storia del mio vicino di letto. Conosco i nomi di chi mi sistema le lenzuola e di chi mi porta da mangiare. Il nome di chi mi visita ma non mi dice quando tutto tornerà. Se tornerà. Conosco quello che vedo fuori dalla finestra fin dove riesco ad arrivare con lo sguardo.

Non conosco niente di quell’uomo nello specchio. Non conosco niente degli avvenimenti che gli hanno segnato il volto, delle traiettorie che lo hanno portato qui. Il suo passato è una melma inafferrabile, la memoria un cumulo di schegge che non posso ricomporre.

Mi siedo sul mio letto.

Ha mai amato? Ha fatto tutto quello che doveva? Tutto quello che voleva? Avrà pianto a sufficienza? Ha agito sempre con coraggio, guardando le cose per quello che sono chiamandole con il loro nome? È sempre stato onesto? È sempre stato gentile con le persone intorno a lui?

L’orologio ticchetta. È quasi mezzogiorno, è quasi l’ora di pranzo. Oggi è giovedì, minestra in brodo e purè.

Mi lascio andare sui morbidi cuscini, incrocio le dita delle mani sulla pancia. Respiro lentamente.

Mi piace il purè.

Al mattino preferisco il tè al caffè, senza zucchero. Mi addormento meglio se mi sdraio sul fianco destro. L’infermiera del turno di giorno ha gli occhi gentili e si muove con gesti lenti. Mi ha parlato dei suoi figli e di suo marito. Quella del turno di notte è più taciturna, riservata. Mi piacciono entrambe. Ieri ho visto sul giornale la foto di una montagna innevata, l’ho trovata bellissima. Penso di aver voglia di leggere un libro.

 

J.W.

 

 

White Rabbit

 

(…) I libri sono come degli specchi. Tanti tantissimi specchi puliti in superficie. E’ per questo che la maggior parte delle persone li legge. Quelle stesse persone sono accumunate da una spasmodica ricerca di qualcosa di diverso ma allo stesso tempo simile a loro, che eluda la realtà e porti la quasi sicura certezza di arricchirla, qualsiasi sia il punto di partenza e qualsiasi sia la direzione. Gli individui sono in fondo esseri semplici e spesso cercano altrove le loro ragioni di essere e i loro gusti ed odori. Un libro serve nella maggior parte dei casi a dare ai suoi lettori dei valori aggiunti di vario genere, oppure serve al contrario, a toglierli, non ho visto molto altro in giro. Ci sono folle intere, piccoli gruppetti, o singoli malinconici ovunque, affacciati a delle pagine piene zeppe di storie, favole, morali e realtà fantastiche o tangibili. Affacciati ad atmosfere, sentimenti, passioni, paure, questioni, casi, destini, terrori, orrori e miserie. Negli ultimi esempi tra l’altro il numero dei lettori diminuisce enormemente. E c’è una sola questione: cosa vi cerchino. (…)

I.M.

 

A seguire nel prossimo numero di Taccuino all’Idrogeno (e manca poco, ci stiamo alzando dal tavolo)…