solitudine

Titanic in giardino

Il caldo è rivoluzionario, stacca gli iceberg dal pack e li costringe a peregrinare su rotte impervie e casuali, in balìa delle correnti. Solitarie gelide effimere isole galleggianti, costrette a vagare anonime, senza che nessuno abbia almeno pensato di dare loro un nome. Uno qualsiasi. Picco del Diavolo  o  anche Base Artica Zero andrebbero benissimo.

Il freddo è reazionario: tutti lì – costretti in casa – a guardare la tv, con gli occhialini 3d. Guardi guardi e non vedi niente, mentre cade la neve sogni di essere al mare.

Il caldo è rivoluzionario, costringe le gemme a esplodere in fioriture inusuali, così ai lati delle autostrade c’è meno tristezza.

Il freddo è reazionario, i concetti, quando li esprimi a voce alta, si trasformano in vapore senza generare energia, ti accorgi che le parole scivolano verso il basso in caduta libera, per la maledetta forza di gravità, sempre inevitabilmente all’agguato, no so quanto per fortuna. Potremmo volteggiare  liberi nell’aria, altrimenti.

Ma…

Il caldo è rivoluzionario, hai sempre voglia di fare un giro vorticoso intorno a te stesso, ma uno solo, per paura di perderti nel giardino dei sentieri che si biforcano… 

W.P.

nota: immagine e rielaborazione grafica di E.Z.

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Provi a fermare il tempo in ogni modo, e ottieni solo che rallenti di qualche minuto. Bella cazzata. Però in fondo ha un senso: come ogni buona prosa, la vita non ha un metodo.

K.S.

Cinque arance

Un fascio di luce filtra tra le persiane appena accostate, si insinua nelle lenzuola rosse, si riflette sul fluttuare morbido della polvere, rimbalza tra le cose in perenne disordine e mi finisce dritta sotto le palpebre.

– “Buongiorno”, dice il mio compagno del sabato, sentendomi mugugnare.
– “Ciao, dormito bene?”, rispondo mentre mi stropiccio gli occhi.
– “Sì, sì”
– “Colazione?”
– “Magari…”
– “Spremuta?”

Annuisce piano assecondando un ultimo colpo di coda del sonno, aspetto che richiuda gli occhi e mi alzo. Nel tirare fuori lo spremiagrumi mi metto a pensare a tutte le cose che dovrei fare, ai numerosi impegni che mi affollano la mente e alle immagini che mi traboccano dal cuore. La settimana scorsa è finita la relazione più bella e intensa della mia vita. Un piccolo melodramma domenicale, una telefonata, tre giorni di lacrime e digiuno e adesso un altro week end, un’altra minuta consolazione, l’ennesima alternativa all’esistenza… un’altra.
Quando sono sola mi bastano un paio di arance per riempire mezzo bicchiere da birra, decido che per due persone ne dovrebbero bastar cinque; la misura della solitudine, la matematica dei rapporti umani. Sto preparando una colazione per due, in una stanza dove ci sono solo io. Mi sembra il prosieguo di una storia ingiusta e senza fine. Mi fermo a guardarmi e mi sento improvvisamente sola, inaspettatamente abbandonata, quasi vittima di un saccheggio. Altre volte invece mi fermo, mi guardo e mi sento sola, come prima di far l’amore, ancor prima del saccheggio. E non so quale delle due solitudini sia più dolorosa. Il mio amico comunque dorme, ma c’è. Resta nella mia vita, mi assicura che tutto andrà bene. Vorrei che fosse in cucina però, e se non mi seccasse svegliarlo gli chiederei se per favore, mentre preparo il caffè, mi legge il giornale.

Sto sistemando i tovaglioli e le tazze sulla tavola quando lui esce dalla camera da letto già vestito e con il computer in mano.

– “Ti leggo la prima pagina?”, dice.

L.W.

Gelosia bianca

Il torpore mi ha colta all’improvviso, ho affondato il corpo tra le coperte e ho dormito finché non è calato il sole. Era stato un pomeriggio lungo e gelido.

Ho sognato di svegliarmi distesa su un prato umido, le gambe e le spalle nude, una generale sensazione di indolenza diffusa in tutto il corpo. Anche nel mio sogno, il sole era ormai tramontato, e attorno  a me, e dentro, aveva lasciato solo noia, ombre e silenzio.

Mi sono svegliata spaesata, ho impiegato qualche minuto a rendermi conto di che ore fossero e nel riemergere dal cuscino le mie orecchie sono state colpite da un improvviso fastidio. Cigolii, qualche risata ragliata, uno squittio indispettito, movimenti goffi. Non ero più sola in casa. Confusa e in un inspiegabile imbarazzo ho sistemato le coperte sotto di me e ho finto di non aver dormito, anche se razionalmente era impossibile nasconderlo; sentivo il trucco sfatto tirarmi la pelle del viso e avevo le ciglia di un occhio attaccate tra loro dal rimmel, chissà poi in che condizioni mi ritrovavo i capelli… ma soprattutto, razionalmente, perché nasconderlo?

Nei giorni precedenti non avevo trascorso molto tempo a casa, ero riuscita a trovare più di un rimedio soddisfacente alla consueta solitudine del week end, tra cui un uomo. Ero riuscita, dopo mesi, a far l’amore con un uomo. Il che avrebbe dovuto rendermi, se non felice, quanto meno più ottimista nei confronti delle mie aspettative di vita. Però avevo comunque trovato del tempo per prendermi cura della casa. Il sabato mattina mi ero alzata presto e avevo steso al sole un glorioso bucato di bianchi, la luce che ci si rifletteva in mezzo sembrava così piena e viva da poter essere presa in mano e conservata in barattoli di vetro, o in altre federe bianche. Poi misi ad arrostire delle verdure e conclusi lucidando l’acciaio della cucina.

Sto riprendendomi dalla sonnolenza quando mi si domanda, con una voce che tende chiaramente alla sentenza:

–          Avete usato il letto?

Mi fermo pochi secondi a riflettere. Avete?

–          Chi?

–          Non lo so. Che ci fanno questi vestiti qui? Non erano così!

Ragli. Potrebbero sanguinarmi le orecchie da un momento all’altro.

Tento di capire di che vestiti si stia parlando, temo con vergogna di aver lasciato qualcosa del mio bucato sull’altro letto, dei calzini o peggio… delle mutande. Mi alzo per controllare e spiego ansiosamente che ho usato sì, quel letto. Mi sono permessa di stendere il mio bucato nella sua camera e che l’ho ripiegato lì, esatto. Sul suo letto. Data l’espressione malevola che assume in viso, capisco però che cosa intende. Ho portato spesso amici a dormire a casa e tempo addietro avevo anche chiesto in prestito quella stanza per ospitare dei parenti. Sono sconvolta.

–          Pensi che abbia fatto dormire qualcuno qui, senza avvisarti? Tra le tue lenzuola?

La cosa, già a dirla, mi pare assurda. E decisamente poco igienica.

–          Non lo so! Dico solo che questi vestiti non erano così.

–          Li avrò spostati? Non ricordo.

–          Non solo spostati. Sembrano ripiegati. Posso dirti con assoluta certezza di non averli piegati così, io.

Me lo dice con assoluta certezza. Stavano lì per provare eventualmente qualcosa? Una piccola parte di me si sgretola e crolla in un tonfo sordo.

–          Tu non mi credi.

Conclude con qualcosa di vacuo e superficiale, “guarda, a me non me ne frega niente” o giù di lì.

Davanti alla sua convinzione non riesco a spiegare che adesso ricordo, che i suoi vestiti li ho trovati piegati male, sepolti al di sotto del mio bucato appena ritirato, e che nel ripiegare i miei ho riordinato anche quelli. Un gesto automatico, una gentilezza alla quale dovrebbe aver fatto l’abitudine ormai, in oltre un anno di convivenza. Pensavo di esser riuscita a fare della mia gentilezza  una routine, di aver saputo come abituare qualcuno al mio rispetto. Io che, figurarsi, chiedo ancora il permesso per bere in tazze che non sono la mia.

Dentro di me c’è un limite che smotta, trema e m’incrina la voce. Nel tentativo di risultare più credibile racconto di come ho passato il fine settimana, evocando aneddoti che potrei perfettamente risparmiarmi. Sa bene con chi mi sono vista e percepisco il disturbo che prova. Con naturalezza cerco di descrivere la casa di lui, che vino mi ha offerto, come sono stata, ma ormai sono un sassolino che corre lungo il dirupo. Mi dimezzo velocemente nel fingere di non essermi ferita. Ma soprattutto, nel raccontare, mi accorgo di una cosa ancora più imbarazzante. Ha pensato che io, nel suo letto, c’abbia scopato.

Torno a sentire in me lo stesso gelo del pomeriggio, una vergogna involontaria. Una diffusa sensazione di cancro.

–          Non so perché ti ho ripiegato quei dannati vestiti, non lo so. E’ ingiustificabile, mi rendo conto.

Eppure, mi dico, l’affetto non dovrebbe essere giustificato.

 

L.W.

 

Interno 4

La soluzione sarebbe andare a dormire prima la sera e svegliarsi presto al mattino. Concedersi una colazione leggera, uno po’ di ginnastica. Guardare fuori dalla finestra e prevedere d’uscire, sia che ci sia il sole, sia che ci sia la pioggia. Poi infilarsi sotto la doccia. Percepire l’acqua come mani, come forza plasmatrice. Sentirla seguire le forme del corpo, cedere lungo le curve, diventare duttili, arrendersi allo scroscio, essere acqua noi più dell’acqua stessa. E finalmente gocciolare stanchi sugli spigoli.

Quando dico noi, dico…

Non so, forse servirebbe della musica.

Esco dal bagno a piedi nudi, lasciando orme umide del mio percorso.  Potresti poggiarci i piedi sopra e seguirle con facilità. Appariresti ridicolo, così impegnato in un passo che non è il tuo. Così impegnato ad essere qualcosa che non sarai mai.

Immagina di dover girare l’angolo, di dover entrare nella nostra camera da letto e non ricordarti ancora dove abbiamo scelto di mettere lo stereo.  Io, per esempio, non lo trovo davvero. Ritorno sui miei passi, mi giro di fretta perché adesso ho freddo, ma da dove sono venuta è scomparso tutto. E’ rimasta solo la traccia dei miei passi ad asciugarsi lentamente, in questa nebbia fitta che si alza sul pensiero.

Siamo sempre stati qui? Quanti giorni, mesi, anni ci abbiamo messo per ridipingere i muri, riempire gli armadi, scegliere i cuscini e che non fossero troppo morbidi o troppo rigidi e sottili?

Noi ci siamo sempre stati?

E quando dico ‘noi’ dico io e te, amore mio dolcissimo che non ti vedo. Né sulle mie impronte, ad imitarmi negli ancheggiamenti, né vicino allo stereo a scegliere tra Ella Fitzgerald e Lou Reed, perché Springsteen per me è troppo melenso.

Se vivessi al mare, in un posto sempre caldo, forse avremmo più tempo. Sarebbe un’eterna domenica, anche dopo notti intere, tornerebbe domenica. Pigra, ovattata, forse un po’ torbida come l’acqua di quel bicchiere, sporca di colore.

Ti dissi: – “Ti dipingerò come una delle mie puttane francesi”, mentre mi spogliavo per mettermi in posa. Ridevi. Non sono mai riuscita ad insegnarti a disegnare, né restando ferma immobile, né tenendoti per mano. Ma ho trovato lo stereo.

–       Non è un po’ grande?

–       Ma no, vedrai… gli troveremo un posto.

–       Avremo una casa che gira intorno allo stereo.

–       Avremo una vita che gira intorno a questa casa e io e te balleremo vorticosamente intorno a questo enorme stereo.

Mi lascio scivolare lungo la porta, distinguo con la pelle della schiena le trame del legno, tutte le vene mie e non. Ti aspetto qui per terra, come facevi tu, ai piedi del letto, con la colazione a freddarsi sulle ginocchia per non svegliarmi.

Siamo figli dimenticati di Beckett, aspettiamo per aspettare. Godot arriva, ci guarda, ride e se ne va. Non saremo mai, né tu né io, liberi di non esistere.

 

L.W.