sogno

Sweet dream, Pollicino

Pollicino e i fratelli allora fuggirono e il mattino l’Orco, scoperto ciò che aveva fatto, li inseguì calzando i magici stivali delle Sette Leghe, che consentono di percorrere molta strada in pochi passi. Pollicino allora nascose i fratelli in una caverna e l’Orco, stanco di cercarli, si addormentò nel bosco. Pollicino gli sfilò gli stivali rendendolo inoffensivo e rimandò a casa i fratelli; tornò dalla moglie dell’orco e con uno stratagemma si fece consegnare tutte le sue ricchezze. Tornato a casa con il tesoro dell’Orco, Pollicino liberò la sua famiglia dalla povertà e si mise al servizio del Re come messaggero, grazie agli stivali delle Sette Leghe. 

Dottore, il sogno è sempre lo stesso: i miei genitori mi abbandonano nel bosco e dopo mille peripezie riesco a tornare a casa con degli stivali quattro volte più grandi del mio piede. Quel senso di abbandono non riesco proprio a scrollarmelo di dosso. Ho paura, perché i miei genitori mi hanno abbandonato? Sa ci sono volte in cui mi sveglio di notte e indosso gli stivali di mia moglie sopra il pigiama. Mi aggiro nel silenzio della mia casa come se cercassi un posto dove nascondermi. Quando lo trovo mi accovaccio e conto fino a sette. Vede anche adesso che ne sto parlando con lei sudo freddo… Dottore, mi aiuti come posso fare?

Studio medico dott. Orco Lino , psicoterapista. Riceve su appuntamento.

R.V.

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Cinderella Dream

cinderella dream… allora Cenerentola mise la mano nella tasca del grembiule. “Non preoccupatevi” – disse –  “ho io l’altra scarpetta”. Il duca gliela calzò, ed il piede naturalmente entrò senza fatica.  Il quel momento apparve la fata Smemorina, che toccò Cenerentola con la bacchetta magica. E tutti poterono constatare che era proprio lei la bellasconosciuta che aveva conquistato il cuore del principe al ballo. Cenerentola guardò le scarpe ai suoi piedi e disse: “Ma come, non sono le Anouk di Jimmy Choo? Ho dovuto sudare, lavare pavimenti come una sguattera, sopportare questa vecchia megera e le due figlie acide più dello yogurt, per cosa? Per un banalissimo paio di scarpe da mercato. Eh no mio caro principe, a tutto c’è un limite. É vero, io ho perso la mia scarpa scendendo giù dalle scale, ma tu due soldi da parte ce li avrai? Io sono Cenerentola, quella che ha reso questa storia da calzolaio il sogno di ogni bambina. Sono quella che non ti fa apparire come uno stupidotto di campagna senza cervello che per trovare moglie deve organizzare una convention neanche fosse un politico. Senza di me il ballo al castello sarebbe poco più di una sagra della salsiccia. Ed io che ci sono cascata come una stupida. Mi sono illusa che il gran finale potesse essere diverso almeno per una volta. Ma non mi freghi, caro principe, il sessantotto mi ha insegnato che il non fare niente per niente è meglio del vissero felici e contenti.”

E indignata Cenerentola si alzò e varcò la porta di casa senza voltarsi indietro convinta che per una donna rinunciare ad un tacco 12 fosse un sacrilegio.

R.V.

Pound/Remix B/W

E l’apparizione di quei volti un ramo nero, 

per niente oro, 

persone che son petali arrivavano 

uscendo dalla notte in luoghi volgari,

onde fredde quando allora

ho sentito il tuo nome, 

il resto è scorie, adesso so

come le anime dei grandi 

talvolta dimorano in me.

Che solo i sogni possono veramente esistere,
così nel sogno io ti raggiungo.

loomis

W.P.

Una notte in estate.

Non chiedetemene il senso. È un sogno che ho fatto qualche mese fa.

La città bruciò tutta in una notte.

Nessuno capì come fosse potuto succedere.

Si diceva fosse un fuoco scappato a dei ragazzini, che si propagò in pochi attimi a del legno secco accatastato vicino al parco.

Era stata un’estate torrida, come sempre.

Non pioveva da mesi e la città si era ristretta, quasi essiccata dall’interno, e tentava di custodire i pochi liquidi rimasti.

Come sempre incidenti ce ne erano stati. Qualche fumatore incauto aveva preoccupato i pompieri, uno delle forestale aveva cercato di farsi rinnovare il contratto aumentando il daffare. Ma nulla che non fosse già successo.

Poi un giorno alla tv era apparso il solito metereologo allarmista e, un po’ agendo da veggente, aveva predetto un fuoco di proporzioni inimmaginabili.

E tutti si erano intimoriti, probabili vittime di tale minaccia. Quasi si sentiva l’odore del fumo già nell’aria.

Con varie scuse, la gente uscì dalla città; c’erano feste al lago e parenti da andare a visitare all’improvviso.

Una scintilla appariva ogni tanto.

E le scuole chiudevano per qualche giorno, gli anziani sistemati in luoghi freschi e l’ora del coprifuoco andava da mezzogiorno al tardo pomeriggio.

Nella notte un bagliore sapeva già di combustione.

E i fiammiferi erano quasi un tabù, gli accendini gettati, i rimasti in città controllavano e tenevano a bada.

Un giorno il fuoco semplicemente apparve.

E non un falò. E bruciò. Tutta la notte. E nella notte bruciò tutto.

La biblioteca (più che altro un ammasso di copertine patinate senza nulla dietro) il centro sociale, il bar davanti alla chiesa. La chiesa stessa arse per parecchie ore, il campanile come un’enorme fiaccola.

Rimanemmo lì a guardare quello scempio, in piedi dalla collina. Oddio, più un’altura che una collina.

Una città in cenere e neanche una vittima.

La gente no, se ne era andata tutta da un pezzo. Ma neanche un cane, un gatto, una gallina. I giardini rimasero quasi intatti, il bosco fuori città neanche lo vide il fuoco. Il parco aveva i cancelli incandescenti ancora al mattino e i fiori dipinti di nero dal fumo.

E noi tutta la notte a riempirci gli occhi di quei bagliori gialli, ancora e ancora.

S.A.

nota: la foto dell’appunto è di R.B., che ce l’ha gentilmente “prestata” senza vuoto a rendere. Grazie.

Munchen Hell

– sembra che te la passi piuttosto bene.

– tu che ne dici?

– beh, non sei malato, cammini da solo, dormi per ore senza svegliarti…

– ma non sogno.

– mai?

– no, praticamente mai.

– e ne vale la pena? voglio dire, al risveglio non ti sembra di esserti perso qualche cosa?

di non aver fatto tutto quello che c’era da fare? di avere come addosso un senso.. di vuoto?

– talvolta, talvolta mi capita, nei pochi minuti che passano dal risveglio a quando mi rado davanti allo specchio.

– e allora che succede?

– succede che comincio a pensare all’appuntamento delle otto, e poi a quello delle nove, e poi a quello delle dieci e via discorrendo, fino a sera. Il sonno non è che un ricordo lontano ormai…

– sai che ti trovo bello?

– trovi bella la mia faccia?

– no, trovo bello il modo in cui mi parli, e immagino che tu sia così, così come ti sento ora, anche al mattino, mentre pensi agli appuntamenti del giorno e ti passi il pennello con la schiuma sulla faccia.

– ma cosa credi di saperne?

– non lo so di preciso, forse è solo presunzione.

– brava, hai detto bene. E’ solo presunzione.

– sai che non mi fissi mai negli occhi, quando parliamo?

– sì, certo, e lo faccio per il tuo bene.

– cosa vuoi dire?

– voglio dire che non reggeresti il mio sguardo, non ne saresti capace.

– mettimi alla prova.

– va bene.

..

– ecco sei contenta?

– avevi ragione, non ne sono capace. Mi inquietano i tuoi occhi, sono come orribili specchi deformanti, il tuo sguardo come un vento gelido.

– ora cominci a darmi sui nervi. le tue parole diventano incredibilmente banali.

– mi dispiace.

– tranquilla, non importa. E poi la tua ora è finita, ora tocca all’appuntamento delle diciassette. Vai, ci vediamo la prossima settimana.

– grazie, ti voglio bene.

– anche io, solo che non riesco a…

F.K.