segnalazione

Ecco, appunto. Come non detto!

Come non detto è una cosa strana. Come non detto lo dici quando ti sei appena accorto che hai detto una cazzata e qualcuno ti chiede di ripeterla e tu pensi che sia meglio non farlo. Come non detto lo dici quando vorresti dire “te l’avevo detto” ma invece dici come non detto perché così eviti di dire che l’avevi detto e che lo sapevi. Come non detto lo dici quando cambi idea su un programma e te lo dici da solo. Come non detto poi, alla fine, tante volte vuole dire semplicemente come non detto.

C’era un film che faceva lo stesso ragionamento con il che te lo dico fare. E beh, sì, noi gli abbiamo copiato l’idea. Come non detto.

Come non detto però, questa volta, è anche un progetto insolito, se progetto potrebbe essere definito così come potrebbe essere definito insolito. Come non detto, è meglio partire dall’inizio. Che Come non detto è una qualche sorta di scrittura creativa, creata dall’intrepido autore in dieci capitoli, da leggersi uno dietro l’altro, per non perdere il filo del discorso, perché in realtà un filo c’è, solo che uno se lo deve creare da solo. Magari è solo l’insieme di tanti fili. Ci piace essere relativisti in questo caso.

Dieci capitoli composti a mo’ di mosaico, di puzzle, per un totale di 2332 versi composti da 2000 citazioni prese in prestito da “altri”. Uhmammasaura, spaventa un po’, no? Viene da chiedersi che sarà mai questa bislacca cosa qui. E niente, è. È una poesia, è una elegia, è una cansò provenzale, è un’ode, è un sonetto. Filosofia del linguaggio con più di una spruzzata di insanità. Tutto e nulla creato con grande maestria. Un esperimento di letteratura, di gioco ad incastri, di intrecci e voci, sentite, ascoltate, lette, troppo spesso dimenticate, a volte ricordate, scavate, ricucite. È la mamma che vi rammenda i calzini per non buttarli via che tanto, dai, li potete usare ancora per qualche anno (sorriso a mezz’asta). È le toppe anni ’80 sui maglioni, che anche in quel caso lì la mamma diligentemente raccomodava perché il disuso non era concepito (diamine, avevo giusto visto una felpa nuova). Così nasce pure Come non detto. Una specie di ready-made poetico che preleva i suoi pezzi dalla discarica indifferenziata della letteratura. Letteratura alta, bassa, giuridica, religiosa, filosofica, scientifica, artistica, storiografica, lirica, rosa, noir. Eccetera eccetera. Definito cosi proprio dall’autore, che poi è un certo Marco Cetera e magari se non lo conoscete sarebbe il caso di cominciare a farlo perché sapete, sembrerebbe promettere bene. Se non altro dentro parrebbe avere più di qualche insano e gioioso neurone, di quelli buoni però. Infatti gioiosi.

Dicevamo, un poema musivo ipertestuale. Che poi è difficile circoscriverlo anche perché qui nel Taccuino siamo tutto fuorché critici letterari. Amiamo il verso corto. Le frasi breve. Spezzettate. Le risate forti. Le citazioni, quelle degli altri ma anche le nostre. Il mettere insieme le cose, anche quelle piccole, per cercare di uscirne vivi ogni giorno. E quindi niente, è per questo, alla fin fine, che ci va di segnalare questo progetto: perché è un po’ come noi, sgarabazzi e sbrodeghessi.

Interessante, un’assurdità, tanto normale, un po’ presuntuoso, una cosa da pazzi, una cosa davvero geniale, uno scempio, un rendere omaggio. Che poi se ci pensate, non vi è mai capito in preda a qualche sorta di delirio di mettere insieme frasi di altri per fare bella figura o anche solo perché loro in un tempo più o meno lontano avevano detto esattamente ciò che voi vorreste dire ma non trovate le parole giuste?

Come non detto. Un esperimento di scrittura. A cui va data più di una chance. Alè.

E se non avete capito niente, anche questo è un buon motivo per darci un’occhiata. Aggiunto al fatto che è scaricabile anche in versione ebook. Detto poco insomma. Ah no, come non detto.

Si consiglia un brindisi. Anche alle paranoie latenti.

Il Taccuino

L’altrui intervista a Massimiliano Santarossa

La gran cosa è resistere e fare il nostro lavoro e vedere e udire e imparare e capire, e scrivere quando si sa qualcosa; e non prima; e, porco cane, non troppo dopo.
Ernest Hemingway

Siamo soliti non postare qui, in quello che è un blog pensato proprio come un taccuino personale di sfoghi, possibili e improbabili o varie interviste, link a siti (per quello c’è già il blogroll) o a video, ma riteniamo in questo caso di dover fare un’eccezione – che potrebbe poi magari rivelarsi un buon precedente, chi lo sa (e così c’avremmo pure la scusa).

Di seguito vi indichiamo un estratto e il link ad una, secondo noi, meritevole intervista che Angelo Ricci (Notte di nebbia in pianura, Manni Editori) ha fatto a Massimiliano Santarossa, scrittore del Nordest in tutti i sensi. Vi chiederete forse come mai questo slancio. Siamo noi amici di Angelo Ricci? No. Ci ha tal signore pagato per scrivere questo post? No, decisamente no. C’è qualche forma di parentela tra il di cui sopra signore e qualcuno del Taccuino? Ancora no. Siamo parenti di Massimiliano Santarossa? No, avete vinto delle bolle colorate, o un pacco di pasta, a vostra scelta (vi risparmiamo le biro verdi dai).

Il fattore Nordest prima citato non c’entra in realtà con le motivazioni di questa nostra pubblicazione, che speriamo aiuti questa intervista a ricevere ancora più visibilità di quella che già ha, ma piuttosto ci interessava segnalare quanto questo “scrittore”, che invero non definirebbe sé stesso con quella parola se non ne fosse “costretto” per utilità editoriale, sia vicino al nostro pensiero e alla nostra idea di “scrittura” come “osservatori attivi” della vita che credono nell’uomo prima che nelle frange e nei fronzoli ricamati con cura dagli artisti. Sicuramente a lui viene meglio che a noi ma questo non ha importanza per quanto ci riguarda.

“Non vogliamo essere nulla più che avventori seduti al tavolo di un bar, a chiacchierare del più e del meno cercando d’essere i primi degli ultimi, i migliori dei peggiori; a sputare budella mentre guardiamo i fondi dei nostri bicchieri ormai vuoti. Rialziamo gli sguardi per guardarci negli occhi. Insomma, non illuminiamo ma di sicuro facciamo ambiente.”

(dal Manifesto di Taccuino all’Idrogeno)

Massimiliano SantarossaEcco perché vi riportiamo di seguito, come anticipazione, una delle domande/risposte dell’intervista qui sopra citata, che speriamo vogliate leggere perché davvero pregna di significato. Così come speriamo vogliate leggere i libri di Massimiliano Santarossa. E non vogliamo aggiungere altro perché i motivi vengon da soli.

Davvero buona lettura a voi, in alto i bicchieri, salute!

 

“Un’ultima domanda. Che cosa consigli a chi sente il bisogno di affidare alla parola scritta le proprie idee, le proprie gioie e, perché no, le proprie sofferenze?”

“Consiglio sempre di lasciar perdere. Scrivere è molto doloroso, implica un viaggio dentro se stessi e spesso si scoprono i mostri sotterrati.

Poi credo che gli scrittori debbano mettere in guardia gli “aspiranti”, tentando di farli desistere. Per lo scrittore debuttante è necessario superare ostacoli, scavalcare muri, mettere alla prova la propria resistenza. Questo è il primo grado di selezione, per dividere chi vuole scrivere per bieco interesse e chi invece per necessità vitale. Solo i secondi meritano di arrivare alla pubblicazione.

Superato il primo ostacolo, passo all’unico consiglio valido: vivete, vivete molto. Perché bisogna vivere, prima di scrivere.”

E qui di seguito il link diretto all’intera intervista:

http://nottedinebbiainpianura.blogspot.com/2010/10/intervista-massimiliano-santarossa.html

E un grazie, anche se non ci si conosce – ma qui sta il bello – ad Angelo Ricci (di cui vi consigliamo caldamente di leggere il blog, Santarossa a parte).

Non scrivo mai cose che non mi sono accadute.
William Faulkner