ragazza

Lettere ritrovate

Avevi una faccia così bella amore mio, e ti vedo ancora, sfogliando le foto, o abbracciandoti nei pomeriggi di luce bassa. Nel tuo camminare per sentieri di campagna sento la violenza dei tuoi anni disperati, e quei silenzi che nessuno sentiva. E io dov’ero? Scappavo, scappavo amore mio, su quei treni che frenavano amianto, e cercavo in giro per l’Italia una faccia bella come la tua. Credimi era così. Oggi i tuoi occhi reclamano pace, ché di guerre e di parenti scemi, di ricordi orrendi non ne possono più.

Quelle gonne colorate, e quei sorrisi, quelle scelte folli di mollare tutto e tutti in quei giorni di maggio, dove sono ora? Staranno fuggendo su qualche altro treno: doniamo il ricordo della nostra storia a quella ragazza che abbassa gli occhi e sogna già dal mattino. E noi che amiamo il tempo, i fiori e le attese, ora come possiamo sederci leggeri e mangiare ciliegie fino al tramonto?

Io cantavo le canzoni dell’eroe perdente e tu ascoltavi il tuo barbuto amato cantautore. Fuori pioveva, e quella pioggia ci piaceva tanto: poi tutto si scioglieva in pianto. Amore. E quelle lenzuola che coprivano anche tutti i sentimenti, e quei pensieri per terra che tentavano fughe d’amore, dimmi, te li ricordi oggi?

Seduto sotto al melograno sento il tempo che scricchiola nel ricordo, e con gli occhi fissi sul prato ammiro più di ieri quei corpi sottili dei nostri figli.

P.S.

Che sia quel che sia

picasso_donna_allo_specchioAvrei dovuto capirlo subito. Pazienza  ormai è andato.  L’sms era ancora sul mio cellulare. Avevo risposto “alle sei”.

Camminavo tra le braccia del mio appuntamento e sembravo essere in processione “Madonnina madonnina, che brilli da lontano, stammi vicina, dammi una mano..” Quanti anni erano passati dall’ultima volta che c’eravamo visti? Dodici? Forse quindici.

Mai un messaggio, mai una telefonata. Poi oggi all’improvviso venivo catapultata nel sogno che nel silenzio di tutti questi anni avevo accarezzato.

Tra noi era iniziato tutto così, una parola, una risata e poi tutto il resto a seguire. Era stato come trovare il pezzo del puzzle che finalmente si completava. Nelle vetrine mi rivedevo ragazza quando confidavo alla mia amica del cuore come sarebbe stato il mio principe azzurro “Avrà gli occhi azzurri, azzurrissimi”.

E così fu, solo che anziché arrivare cavalcando un cavallo bianco guidava una motocicletta.

Non avevo scritto dove, ma per noi esisteva solo il solito posto. Avrebbe capito.

La vetrina mi restituiva la mia immagine e stentavo a riconoscermi. Dove era finita la ragazzina?

Un vecchio cappotto blu caldo ma informe, i pantaloni color cammello e le scarpe basse, la borsa del mercato, il cappello di lana cotta. Quanti anni hai Maria? Settantuno, non senti l’odore di guai?

“Zitta Maria. Sento solo l’odore di vecchio, l’odore di chi ha scollinato e non ha più niente da perdere se non un briciolo di raziocinio. Hai parlato per tutta la vita adesso lasciami in pace”.

Mi voltai e mi specchiai di nuovo: tolsi il cappello e mi ravvivai la chioma argentata ancora ribelle.

Le dita accarezzarono le labbra secche quasi a voler mettere un velo di rossetto. Mi sollevai sulle punte cercando di non cadere in avanti. “Specchio, specchio delle mie brame” dissi “sono ancora la più bella del reame”.

E la mia non era una domanda.

– Fine –

R.V.

Immagine: Picasso, Ragazza allo Specchio, 1932