pensiero

Le scatole di Giulia

Due occhi fissano una scatola. Sanno quale segreto nasconde, ma quelle mani non osano aprirla.

Quei due grandi occhi potrebbero sbagliarsi, la scatola potrebbe contenerne un’altra.

Quelle mani esitano ma poi, con gesto deciso, sollevano il coperchio trovandosi di fronte ad un piccolo nuovo mondo. La scatola in effetti ne contiene un’altra, ma un piccolo passo verso la conoscenza della verità è stato fatto.

Giulia sorride e si tuffa in quel mondo…

Qui non è come fuori, dentro la scatola Giulia si sente protetta e viaggia in pace con se stessa. Sa che non potrà stare sempre qui, dovrà uscire e curiosare per le strade colme di gente.

Niente è facile fuori e a volte la limpidezza dei suoi occhi viene fraintesa, ma lei sorride e dialoga, si addormenta e si risveglia, gesticola follemente o conserva le mani immobili per i gesti del domani.

Un gorgoglio crescente interrompe i pensieri di Giulia. La scatola in pochi istanti si colma d’acqua. Nel nuovo elemento Giulia si sente a suo agio. Nuotando si rilassa, galleggiando si innalza ed i suoi sensi si affinano.

Vista da fuori la scatola è piccola ma, come spesso accade, se le cose si vivono dall’interno è tutta un’altra faccenda, e se ne percepisce la vastità.

Giulia nuota per ore, costante e potente. Malgrado la velocità non le riesce di lasciarsi tutti i pensieri alle spalle; uno in particolare sbuca all’improvviso dalla scatola nella scatola e le occupa la mente, tutta.

Il pensiero di Giulia.

M.M.

TempoQuasireale01

C’è sempre un primo momento i cui ti accorgi delle rondini…

domenica scorsa ne ho vista qualcuna entrando in autostrada,

l’aeroporto di falconara poco sulla destra…

una è sfrecciata davanti al mio sguardo stupìto (ogni anno lo stesso stupore)

ho pensato: ecco il momento in cui ti accorgi del ritorno delle rondini

e un primo momento in cui senti quel loro gridare in volo…

poco fa sul balconcino di casa, il crepuscolo che s’appressa

imago della fatal quiete, le nubi e i zeffiri sereni

Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme

che vanno al nulla eterno e intanto fugge 

questo reo tempo, e van con lui le forme.

W.P.

nota: immagine ed elaborazione grafica a cura di E.Z.

Ancora in cammino ma stavolta i sensi quieti nell’osservare

Ancora in cammino ma stavolta i sensi quieti nell’osservare

E ascoltare e percepire

La mia ombra che cammina, il sole dietro le spalle, passi corti

A sinistra il mare respira lento con uno sbuffo sulla luce che allunga i contorni

Disegno un Percorso con la mente, pronto a quantificare tempi e accelerazioni

L’occhio vigile pur quieto, strabuzzando lo sguardo, calcolando il fiato

Importante è superare i quaranta minuti di cammino e forse tentare scatti

Inoltrarsi in canyon collinari e salire scoscesi, temendo presenze nell’erba alta

Seguire il sentiero di passi altrui, cacciatori mattutini con i loro fucili caldi

E i bossoli verdi e rossi delle cartucce, abbandonate qui e là

Percorso cifrato che consente un ritorno su coordinate conosciute

Ecco lì un segno del mio passaggio

Là ho sparato parecchi colpi, ferendo il silenzio dell’aria fresca del mattino con secchi rumori tonanti

Questo dice il mattutino cacciatore con il suo confondersi mimetico nella natura

Crudele stavolta è l’uomo che attraversa il passaggio d’erba alta

Un seggiolino malandato, rovesciato su un fianco e un perimetro di frasche

Che confondono il povero inconsapevole uccello di passo in un verde universale e

Indistinguibile, verde la copertura, verdastro l’abbigliamento

Li ho anche sentiti sparare qualche mattino presto, nebbioso momento liminale

Tra il sonno e la veglia quando trasfigurare le parole che diventano presenze

E’ un normale esercizio che compone il rito di passaggio mattutino

Visioni dell’essere-al-di-là-di-noi nella parola inverbata sulla lingua che schiocca

Sapere e conoscenza immediata

Automatico lingueggìo che non usa la via neuronica

Spontaneità del contendere significati fuori di noi, senza coinvolgere la coscienza di sé

Seguo una strada secondaria dopo il piccolo canyon nascosto

Un promontorio sovrasta la strada principale

Sono al limite del tempo che mi sono concesso

La sera scende e allunga le ombre

Ci vorrebbe la ripresa video del mio cammino

Ma solo la ripresa di quell’ombra che avanza lambendo il bosco senza mai penetrarvi davvero

Qualcuno che m’affianca dovrebbe catturare nell’inquadratura quel mio passaggio

Non dovrei farlo io, dovrei trovare un marchingegno per lasciare le braccia penzolanti libere sui fianchi

Incrocio sulla via del ritorno un uomo giovane che saluto con un gesto dicendo salute

Passo a destra e a sinistra per evitare le case con i cani grossi annunciati dai cartelli

Attenti al cane

Non vedo cani, qualche macchina sfreccia al mio fianco superandomi veloce

Devio a destra verso il piccolo cimitero, lo supero, supero il muro che lo circonda e mi chiedo perché dev’esserci un muro che segni il confine tra chi sta dentro e chi fuori

In discesa corro tra gli alti alberi foscoliani, in salita l’ombra di quegli alti alberi tratteggia il mio passaggio deciso, sono uno scalatore, non mi spaventano i passi verticali

Sotto la doccia calda poi sui corti capelli recenti il pensiero si annulla e segue un suo liquido fluire verso un vuoto sentire, verso un tendere al vuoto del pensiero pensato

Non del pensiero raccontato

Un coniglio mi aspetterà a cena nel vociare di tanti sconosciuti, la cuoca infilerà nella carne bianca, anche lei come l’altra dell’altra volta del pensiero che si forma camminando, del finocchio selvatico, stavolta cotto con cura e miscelato con spezie

Al ritorno il sole mi è contro

La luce intensa cancella lo sguardo, un blank di attenzione non permette allo sguardo di catturare l’orizzonte

I contorni dell’orizzonte, irregolarmente tratteggiato dai monti dell’entroterra, raccontano il senso della vita senza tracciare però segni di sorta

In cielo nessuna scia, solo piccole nuvole rinascimentali.

W.P.

Nota: l’immagine-disegno è di K.S. e di nessun altro. 

Munchen Hell

– sembra che te la passi piuttosto bene.

– tu che ne dici?

– beh, non sei malato, cammini da solo, dormi per ore senza svegliarti…

– ma non sogno.

– mai?

– no, praticamente mai.

– e ne vale la pena? voglio dire, al risveglio non ti sembra di esserti perso qualche cosa?

di non aver fatto tutto quello che c’era da fare? di avere come addosso un senso.. di vuoto?

– talvolta, talvolta mi capita, nei pochi minuti che passano dal risveglio a quando mi rado davanti allo specchio.

– e allora che succede?

– succede che comincio a pensare all’appuntamento delle otto, e poi a quello delle nove, e poi a quello delle dieci e via discorrendo, fino a sera. Il sonno non è che un ricordo lontano ormai…

– sai che ti trovo bello?

– trovi bella la mia faccia?

– no, trovo bello il modo in cui mi parli, e immagino che tu sia così, così come ti sento ora, anche al mattino, mentre pensi agli appuntamenti del giorno e ti passi il pennello con la schiuma sulla faccia.

– ma cosa credi di saperne?

– non lo so di preciso, forse è solo presunzione.

– brava, hai detto bene. E’ solo presunzione.

– sai che non mi fissi mai negli occhi, quando parliamo?

– sì, certo, e lo faccio per il tuo bene.

– cosa vuoi dire?

– voglio dire che non reggeresti il mio sguardo, non ne saresti capace.

– mettimi alla prova.

– va bene.

..

– ecco sei contenta?

– avevi ragione, non ne sono capace. Mi inquietano i tuoi occhi, sono come orribili specchi deformanti, il tuo sguardo come un vento gelido.

– ora cominci a darmi sui nervi. le tue parole diventano incredibilmente banali.

– mi dispiace.

– tranquilla, non importa. E poi la tua ora è finita, ora tocca all’appuntamento delle diciassette. Vai, ci vediamo la prossima settimana.

– grazie, ti voglio bene.

– anche io, solo che non riesco a…

F.K.

Interno 4

La soluzione sarebbe andare a dormire prima la sera e svegliarsi presto al mattino. Concedersi una colazione leggera, uno po’ di ginnastica. Guardare fuori dalla finestra e prevedere d’uscire, sia che ci sia il sole, sia che ci sia la pioggia. Poi infilarsi sotto la doccia. Percepire l’acqua come mani, come forza plasmatrice. Sentirla seguire le forme del corpo, cedere lungo le curve, diventare duttili, arrendersi allo scroscio, essere acqua noi più dell’acqua stessa. E finalmente gocciolare stanchi sugli spigoli.

Quando dico noi, dico…

Non so, forse servirebbe della musica.

Esco dal bagno a piedi nudi, lasciando orme umide del mio percorso.  Potresti poggiarci i piedi sopra e seguirle con facilità. Appariresti ridicolo, così impegnato in un passo che non è il tuo. Così impegnato ad essere qualcosa che non sarai mai.

Immagina di dover girare l’angolo, di dover entrare nella nostra camera da letto e non ricordarti ancora dove abbiamo scelto di mettere lo stereo.  Io, per esempio, non lo trovo davvero. Ritorno sui miei passi, mi giro di fretta perché adesso ho freddo, ma da dove sono venuta è scomparso tutto. E’ rimasta solo la traccia dei miei passi ad asciugarsi lentamente, in questa nebbia fitta che si alza sul pensiero.

Siamo sempre stati qui? Quanti giorni, mesi, anni ci abbiamo messo per ridipingere i muri, riempire gli armadi, scegliere i cuscini e che non fossero troppo morbidi o troppo rigidi e sottili?

Noi ci siamo sempre stati?

E quando dico ‘noi’ dico io e te, amore mio dolcissimo che non ti vedo. Né sulle mie impronte, ad imitarmi negli ancheggiamenti, né vicino allo stereo a scegliere tra Ella Fitzgerald e Lou Reed, perché Springsteen per me è troppo melenso.

Se vivessi al mare, in un posto sempre caldo, forse avremmo più tempo. Sarebbe un’eterna domenica, anche dopo notti intere, tornerebbe domenica. Pigra, ovattata, forse un po’ torbida come l’acqua di quel bicchiere, sporca di colore.

Ti dissi: – “Ti dipingerò come una delle mie puttane francesi”, mentre mi spogliavo per mettermi in posa. Ridevi. Non sono mai riuscita ad insegnarti a disegnare, né restando ferma immobile, né tenendoti per mano. Ma ho trovato lo stereo.

–       Non è un po’ grande?

–       Ma no, vedrai… gli troveremo un posto.

–       Avremo una casa che gira intorno allo stereo.

–       Avremo una vita che gira intorno a questa casa e io e te balleremo vorticosamente intorno a questo enorme stereo.

Mi lascio scivolare lungo la porta, distinguo con la pelle della schiena le trame del legno, tutte le vene mie e non. Ti aspetto qui per terra, come facevi tu, ai piedi del letto, con la colazione a freddarsi sulle ginocchia per non svegliarmi.

Siamo figli dimenticati di Beckett, aspettiamo per aspettare. Godot arriva, ci guarda, ride e se ne va. Non saremo mai, né tu né io, liberi di non esistere.

 

L.W.