pelle

Tre haiku

Umide parole

Al rumore di città

Luce abbagliante

Pelle chiara

Sotto un cedro

Gocce profumate

Foto di S.A.

Costa frastagliata

Al griglio protesa

Di nebbie in attesa

S.A.

Raggomitolati

A volte non si può far altro. E si resta così. Indicibilmente inermi. Chiusi a parare i colpi, anche se è da dentro che arrivano. Raggomitolati, per non sbriciolarsi come legno marcio. Si resta così, immobili, stretti.

Si resta così. Sigillati. Raggomitolati nel tentativo di frantumarla, quella cosa. Quella cosa che litri di inchiostro non sono riusciti a raccontare.

Quella cosa aggrappata al cuore, con le unghie, e nello stomaco, alle ossa, sotto la pelle. E nella testa, sibilo infinito indefinito, inquinante, che impone ritmi anomali e sovrasta il suono buono.

Quella cosa che ti altera il sorriso, che infetta il pensiero. Quella cosa che straccia un passato già logoro e sbiadito, e calpesta ricordi già instabili, e scardina il sentimento che ha travalicato l’impossibile per mutare, e sopravvivere. Per non soccombere, e non doversi biasimare, e compatire, e detestare.

E si resta così. Arresi. Con quei litri di inchiostro lasciati lì. Secchi e inutili. Fallimentari. Falsi. Osceni. E parole che non hanno il coraggio di affondare, di dire, di affermare. Che non possono affondare, dire, affermare.

Perché quella cosa deve essere vomitata, sputata, gridata. Con la voce, con il corpo, con gli occhi.

Non è cosa che può essere dissolta nell’inchiostro e dispersa sul foglio. Non si può e non serve scriverne.

E se non si può scriverne, si resta così.

Raggomitolati.

 

J.W.

 

Raggomitolati - E.Z.

 

Senza Titolo

Circondami. Danzami attorno. Afferrami e tirami.

Ora fammi correre, lasciami. Cado. Colpiscimi. E fallo con forza.

Una, due volte. Sento qualsiasi dolore ma vedo già più avanti.

Adesso abbracciami, lasciami piangere.

Fammi leggere le labbra e quando sorrido ritorna a colpirmi.

Prendi bene la mira, rompi qualsiasi cosa.

Labbra, cartilagine, ossa, pelle.

Vai giù e continua a colpire finchè non senti lo stomaco aprirsi.

E inghiottire tutto quello che c’è.

Guardalo chiudersi, ricucirsi. Accarezzalo, tienilo fermo.

E affonda di nuovo le dita.

 

S.A.

 

Lacrime di Sabbia - E.Z.

 

Che strani sogni

Che strani sogni.

Fluttuare senza vergogna e senza vestiti nell’acqua piena di alberi.

Aggrapparsi ad un ramo in alto, pendere sull’acqua e ritornare sul tronco.

Percepire qualsiasi cosa a contatto con la pelle e non riconoscerne la differenza.

Vento che gonfia dei vestiti bianchissimi e dei capelli aggrovigliati.

Gli occhi che luccicano, nient’altro che acqua.

Saltare dalla banchina e continuare a guardare avanti.

Questi sono i sogni che dovrei fare ogni notte.

 

S.A.