passato

Raggomitolati

A volte non si può far altro. E si resta così. Indicibilmente inermi. Chiusi a parare i colpi, anche se è da dentro che arrivano. Raggomitolati, per non sbriciolarsi come legno marcio. Si resta così, immobili, stretti.

Si resta così. Sigillati. Raggomitolati nel tentativo di frantumarla, quella cosa. Quella cosa che litri di inchiostro non sono riusciti a raccontare.

Quella cosa aggrappata al cuore, con le unghie, e nello stomaco, alle ossa, sotto la pelle. E nella testa, sibilo infinito indefinito, inquinante, che impone ritmi anomali e sovrasta il suono buono.

Quella cosa che ti altera il sorriso, che infetta il pensiero. Quella cosa che straccia un passato già logoro e sbiadito, e calpesta ricordi già instabili, e scardina il sentimento che ha travalicato l’impossibile per mutare, e sopravvivere. Per non soccombere, e non doversi biasimare, e compatire, e detestare.

E si resta così. Arresi. Con quei litri di inchiostro lasciati lì. Secchi e inutili. Fallimentari. Falsi. Osceni. E parole che non hanno il coraggio di affondare, di dire, di affermare. Che non possono affondare, dire, affermare.

Perché quella cosa deve essere vomitata, sputata, gridata. Con la voce, con il corpo, con gli occhi.

Non è cosa che può essere dissolta nell’inchiostro e dispersa sul foglio. Non si può e non serve scriverne.

E se non si può scriverne, si resta così.

Raggomitolati.

 

J.W.

 

Raggomitolati - E.Z.

 

Jumpin’ With The Iguanas

Sarà perché chi ha un’anima punk in fondo non la perde mai, nemmeno quando la riveste con camicia e cravatta. Sarà perché sembra che il tempo non riesca mai ad agguantarlo del tutto. Sarà anche perché si è sputtanato anche lui, eppure con una classe del tutto particolare. Ma è un fatto, Iggy Pop continua a vendere il suo mito con l’elegante autolesionismo di chi è rimasto incastrato tra garage, glam, passato e presente e ha deciso che non morirà mai; e in un’era senza miti nè eroi, nel “mondo karaoke” profetizzato da Malcolm McLaren (manager dei Pistols e produttore mai abbastanza compianto) dove tutto viene trasformato in stilema e riprodotto, personaggi estemporanei come lui hanno il sapore della verità. Ma che succede se riavvolgiamo il nastro, se torniamo indietro all’inizio? Strano a dirsi, quando ci si accosta ai mostri sacri spesso tutto gira al contrario, all’indietro. Prima si ascolta l’album d’impatto, quello con cui il mito di turno ha sfondato, poi il seguente, che quasi sempre delude; infine si torna gradualmente a ritroso verso le radici del suo linguaggio.
Ed è allora che l’impatto col Disco Pattume è in vista. Per quanto un artista abbia il proprio nome scolpito nel marmo della solita stantia Hall Of Fame e per quanto sembri inattaccabile ha sempre quel disco a pendergli come una spada sul cranio: generalmente è una ciofeca muffita vecchia di ere geologiche che rimane a fossilizzare chissà dove, dimenticata come il pezzo di panettone in cima alla credenza, fino a quando un discografico decide di spremere ogni soldo possibile raschiando il fondo del barile. E così viene ripescato, editato aumentandone il volume del quattrocentomilapercento (più volume = più vendite, e non è uno scherzo, è ricerca di mercato) e venduto, munito di strombazzante titolone citante l’autore a caratteri cubitali.
Il nostro Iggy non è immune ovviamente. E come da programma ecco spuntare dalle muffe del cassetto del comò questa tutto sommato anonima copertina stile british invasion nella quale cinque figuri imbellettati ci assicurano d’essere i “Tops in Rock N’Roll Music”. È il primo shock: scopriamo infatti il vero nome di Iggy (James Ostienberg qualcosa) e soprattutto che, incredibile a dirsi, indossa qualcosa oltre ai pantaloni. Ma quel che è peggio è altro: niente mani nelle mutande a ravanarsi l’ispirazione, niente stage diving, niente vetri strofinati sul petto e nemmeno voce: negli Iguanas Iggy è infatti il batterista, peraltro pessimo. All’ascolto la tragedia si consuma: non tanto per la qualità dei pezzi (tutte cover o quasi qualitativamente allineate con le garage band del periodo) quanto per la qualità della registrazione: mono, da un master probabilmente così rovinato che il suono risultante è un feeling tipo “live from box doccia”: una meraviglia di produzione insomma. Consiglio caldamente a quanti si apprestino all’acquisto di spostarsi poco lontano e ripescare il sempreverde Raw Power e di pogare contro i mobili della propria casa; più che altro perchè è meno doloroso.

K.S.