odore

L’odore indiano

anestesia tattile,

opaca quiescenza,

terpeni.

Didattica obsoleta

per istruire manguste

a nutrirsi di frutta.

Non c’è spazio per accanirsi

si punta meditando al Nirvana

attraverso subdole scappatoie

e si nutre speranza,

con pietanze avariate

G.U.

Verderame

Sentivo quel verderame sulla maglietta che grattava la mia mente, e avrei voluto dormirci con quella maglietta. Mi dicevano che era veleno, anche se poi lo chiamavano medicina. Appena spruzzato sulle piante era blu, dopo qualche ora si affievoliva quasi a diventare di un verde azzurrato. Di nascosto mi annusavo le foglie della vite piene di quel blu, e una volta l’ho addirittura assaggiato. Per circa tre secondi ho chiuso gli occhi e ho sentito quel sapore segreto sulla mia lingua. Da allora quando bacio chiudo gli occhi per circa tre secondi.  Subito dopo l’erezione mi spinge a ricordare quel segreto, e allora divento perverso per altri tre secondi e vorrei mordere per tre ore la mia amata. Ma all’epoca non ne avevo di amate, realmente intendo, quindi, soffocavo di piacere sfregandomi sotto il nespolo. Il verderame serve per curare le piante, il ricordo del verderame serve a me, per non dimenticare la solitudine di allora. Che somiglia a quella di oggi, per questo vorrei che fossero piene di verderame le mie giornate qui dentro. Annuso ogni sbarra come se fosse vite, e neppure un nespolo fiorito stavolta a distrarmi dal peso della colpa.

P.S.

Capsula O

Che odore ho.

Di bosco mediterraneo.

Di bocca nella “ O“

Di fototipo due/tre

Di Miceneo ,

Di Minotauro.

Di ramo di ginestra a Natale

Di giallo memoria del giallo.

Di archetipo.

Di foglia di cappero in mano.

Di microparticelle corinzie .

L’odore che ho

prima della “ O“

Nell’apostrofo.

S.O.

 

Un cerotto

Un pò in ritardo, ma solo di qualche ora, sulla tabella di marcia, eppure eccoci qui, anche questo venerdì. L’ultimo, prima della pubblicazione del prossimo numero del Taccuino (che c’è, c’è, arriva, arriva, si sta impaginando) ma non ultimo in ordine di importanza l’articolo che andiamo testè a pubblicare, anticipatamente presentato in esclusiva su SettePerUno e che potete andare eventualmente a ripescare qui. Ecco quindi a voi l”articolo che chiude la serie di quattro “componimenti” scritta ad hoc per gli amici di Sette per Uno. L’ultimo della prima serie. Poi si vedrà.

Buona lettura e sempre in alto i calici (oh, è arrivato pure ‘sto week end, eh!)!

ps: e adesso diteci che l’immagine del martedì non era azzeccata…

 

Un cerotto

Un attimo, la frazione di un nanosecondo e dentro la mia testa si erano spalancati interi affreschi, chilometri di pellicola cinematografica, tonnellate di pagine. Alle volte capita: un’ondata incredibile di vissuto che si espande nello spazio d’un battito di ciglia. La sensazione è quella tipica del sub in immersione che riprende fiato dopo l’apnea, con l’aria che riempie i polmoni di colpo e il rumore del rantolo. Ero nel pieno di un supermercato gremito e tac, di colpo una nota mi aveva raggiunto nell’aria: una nota di profumo, si intende, una di quelle che si incastrano tra il naso e il palato e poi sembrano rmettere in moto il cervello. Avevo colto quasi di sghimbescio, per sbaglio, un profumo particolare, un profumo di donna, di fiore caramellato e sapone e tabacco e alcool, un sentore fatto di mille tasselli. Naaah, non può essere lei, pensavo. Eppure quando qualcosa sepolto nelle tue viscere viene risvegliato di colpo ti sembra di trasalire come se ti levassero un cerotto a tradimento, di colpo.

Immediatamente l’istinto fu quello di controllare, di guardarmi attorno, di capire da dove venisse: un’odore è un’alchimia singolare, quasi impossibile trovarne due uguali; doveva essere lei, certamente. Lasciai il posto in fila alla cassa e mi misi a cercare: l’odore era fin troppo evanescente in mezzo al nugolo nel quale lo percepivo, ma qualcosa di stampato nel cervello mi permetteva di seguirne anche solo le tracce in mezzo a mille altre. Cristo, neanche il banco del pesce riusciva a farmi perdere, neanche il mio raffreddore perenne, e già con la fantasia correvo al momento ormai vicino di quando l’avrei rivista. Che diavolo si può dire ad una di cui sei stato innamorato perso, come un ragazzino, e che rivedi dopo qualcosa che ti sembra siano anni? Nulla, ovvio. Avrei al limite balbettato come un imbecille, avrei sparacchiato stupide ovvietà, e abbozzato un sorriso di sottecchi. Lei avrebbe risposto al mio saluto ebete, o forse no alla peggio. Mi rendevo conto ad ogni passo che, diavolo, vederla cambiata mi avrebbe potuto perfino fare male perfino ora. La mia adolescenza di fronte a queste cose ancora non si sopisce, inutile stare a pensarci, sentivo perfino la glottide stringersi assieme al respiro, più breve. Girai l’angolo, ormai sicuro di vederla, mentre provavo mentalmente la scena dell’incontro fintamente casuale: avrei fatto finta di non vederla all’inizio, forse, non potevo assimilarla tutta intera di colpo. Mi serviva sicuramente qualche secondo per guardarla, per prepararmi all’urto. Presi quindi un respiro più lungo, e mi avvicinai al punto del banco dei dolciumi dove avevo individuato una figura simile alla sua, mentre l’odore si faceva più intenso.

Con mia sopresa mi accorsi che la ragazza che avevo individuato non era lei. Mi resi conto infine che l’odore veniva da un’altra donna, sulla quarantina, un cappotto nero col bordo di pelliccia che comprava dei cereali nesquik appoggiandosi al carrello. Il quasi impossibile era possibile, evidentemente.

Mi allontanai guardando in basso, con la chiara percezione della mia idiozia che vivida mi percorreva la testa. Trovai una cassa libera e vi appoggiai la spesa: una fanta, una bottiglia di amaretto, un pacco di biscotti e un vaso di nutella; al solito la cassiera mi fissò in bilico tra la disapprovazione e una cinica ilarità. Del resto alle otto di sera pochi hanno le forza di cercare un significato, e in fin dei conti non c’era neppure troppo su cui rimuginare: Il solito sbandato, il solito eterno sedicenne. Pagai e mi allontanai, col mio vaso di pandora rotto e la testa conseguentemente piena di pensieri inutili.

K.S.


Io

Cari lettori,

è arrivato il venerdì ed è arrivato il momento di pubblicare la versione originale di “Io”, anticipatamente già pubblicato nel sito di SettePerUno e introdotta dall’egregia immagine del nostro grafico di qualche giorno fa. Nell’augurare a tutti voi una buona lettura alziamo i calici e vi invitiamo ad unirvi al nostro bar quando volete, con critiche, suggerimenti, complimenti (ocio) o nuovi cocktail.

A voi!

 

Io

Ci siamo io e quello nello specchio. Ci fissiamo, occhi negli occhi. Pupille, ciglia, palpebre.

Cerco frammenti da assemblare per costruire qualcosa che possa darmi struttura, e sostanza. Qualcosa su cui appoggiarmi.

Continuiamo a fissarci. Tutto il resto si confonde, sbiadisce, lo specchio mi restituisce solo pupille, ciglia, palpebre, intorno colori nebulosi, forme confuse, sovrapposte.

Scavo.

Devo scavare.

Mi servono dettagli. Gesti, frasi, odori. Luoghi. Sensazioni. Sicurezze.

Ricordi.

Sbatto le palpebre, tutto il resto torna nello specchio. Io continuo a guardarlo negli occhi.

Mi sistemo distrattamente i capelli, vittima di un riflesso incondizionato. Apro l’acqua, la lascio scivolare via. Il corpo, forzatamente e troppo a lungo immobile in posizione eretta, oscilla leggermente. Tocco le labbra, il naso, le guance, la fronte. Sento la pelle, le forme, le curve sotto le dita. Metto i polsi sotto l’acqua, cerco di spazzar via il niente. Uscire dalla nebbia.

Emergono schegge. Sbiadite, manipolate, viziate. Inutili.

Scavo senza sapere cosa cerco.

Scavo, non riconosco quello che vedo.

Chiudo l’acqua. Mi asciugo i polsi, le mani.

Mi volto. Conosco questa stanza, i suoi muri bianchi. E questo letto. Conosco l’odore di disinfettante. Conosco la storia del mio vicino di letto. Conosco i nomi di chi mi sistema le lenzuola e di chi mi porta da mangiare. Il nome di chi mi visita ma non mi dice quando tutto tornerà. Se tornerà. Conosco quello che vedo fuori dalla finestra fin dove riesco ad arrivare con lo sguardo.

Non conosco niente di quell’uomo nello specchio. Non conosco niente degli avvenimenti che gli hanno segnato il volto, delle traiettorie che lo hanno portato qui. Il suo passato è una melma inafferrabile, la memoria un cumulo di schegge che non posso ricomporre.

Mi siedo sul mio letto.

Ha mai amato? Ha fatto tutto quello che doveva? Tutto quello che voleva? Avrà pianto a sufficienza? Ha agito sempre con coraggio, guardando le cose per quello che sono chiamandole con il loro nome? È sempre stato onesto? È sempre stato gentile con le persone intorno a lui?

L’orologio ticchetta. È quasi mezzogiorno, è quasi l’ora di pranzo. Oggi è giovedì, minestra in brodo e purè.

Mi lascio andare sui morbidi cuscini, incrocio le dita delle mani sulla pancia. Respiro lentamente.

Mi piace il purè.

Al mattino preferisco il tè al caffè, senza zucchero. Mi addormento meglio se mi sdraio sul fianco destro. L’infermiera del turno di giorno ha gli occhi gentili e si muove con gesti lenti. Mi ha parlato dei suoi figli e di suo marito. Quella del turno di notte è più taciturna, riservata. Mi piacciono entrambe. Ieri ho visto sul giornale la foto di una montagna innevata, l’ho trovata bellissima. Penso di aver voglia di leggere un libro.

 

J.W.