occhi

Così banale così reale

I nostri occhi sono così abituati alla crudeltà.
Non ci costa fatica passere oltre,
e andare avanti con la nostra
vita.
Lo stesso metro sarà degli altri verso di noi…
la banal-reale Natura.

M.M.

Lettere ritrovate

Avevi una faccia così bella amore mio, e ti vedo ancora, sfogliando le foto, o abbracciandoti nei pomeriggi di luce bassa. Nel tuo camminare per sentieri di campagna sento la violenza dei tuoi anni disperati, e quei silenzi che nessuno sentiva. E io dov’ero? Scappavo, scappavo amore mio, su quei treni che frenavano amianto, e cercavo in giro per l’Italia una faccia bella come la tua. Credimi era così. Oggi i tuoi occhi reclamano pace, ché di guerre e di parenti scemi, di ricordi orrendi non ne possono più.

Quelle gonne colorate, e quei sorrisi, quelle scelte folli di mollare tutto e tutti in quei giorni di maggio, dove sono ora? Staranno fuggendo su qualche altro treno: doniamo il ricordo della nostra storia a quella ragazza che abbassa gli occhi e sogna già dal mattino. E noi che amiamo il tempo, i fiori e le attese, ora come possiamo sederci leggeri e mangiare ciliegie fino al tramonto?

Io cantavo le canzoni dell’eroe perdente e tu ascoltavi il tuo barbuto amato cantautore. Fuori pioveva, e quella pioggia ci piaceva tanto: poi tutto si scioglieva in pianto. Amore. E quelle lenzuola che coprivano anche tutti i sentimenti, e quei pensieri per terra che tentavano fughe d’amore, dimmi, te li ricordi oggi?

Seduto sotto al melograno sento il tempo che scricchiola nel ricordo, e con gli occhi fissi sul prato ammiro più di ieri quei corpi sottili dei nostri figli.

P.S.

Ancora in cammino ma stavolta i sensi quieti nell’osservare

Ancora in cammino ma stavolta i sensi quieti nell’osservare

E ascoltare e percepire

La mia ombra che cammina, il sole dietro le spalle, passi corti

A sinistra il mare respira lento con uno sbuffo sulla luce che allunga i contorni

Disegno un Percorso con la mente, pronto a quantificare tempi e accelerazioni

L’occhio vigile pur quieto, strabuzzando lo sguardo, calcolando il fiato

Importante è superare i quaranta minuti di cammino e forse tentare scatti

Inoltrarsi in canyon collinari e salire scoscesi, temendo presenze nell’erba alta

Seguire il sentiero di passi altrui, cacciatori mattutini con i loro fucili caldi

E i bossoli verdi e rossi delle cartucce, abbandonate qui e là

Percorso cifrato che consente un ritorno su coordinate conosciute

Ecco lì un segno del mio passaggio

Là ho sparato parecchi colpi, ferendo il silenzio dell’aria fresca del mattino con secchi rumori tonanti

Questo dice il mattutino cacciatore con il suo confondersi mimetico nella natura

Crudele stavolta è l’uomo che attraversa il passaggio d’erba alta

Un seggiolino malandato, rovesciato su un fianco e un perimetro di frasche

Che confondono il povero inconsapevole uccello di passo in un verde universale e

Indistinguibile, verde la copertura, verdastro l’abbigliamento

Li ho anche sentiti sparare qualche mattino presto, nebbioso momento liminale

Tra il sonno e la veglia quando trasfigurare le parole che diventano presenze

E’ un normale esercizio che compone il rito di passaggio mattutino

Visioni dell’essere-al-di-là-di-noi nella parola inverbata sulla lingua che schiocca

Sapere e conoscenza immediata

Automatico lingueggìo che non usa la via neuronica

Spontaneità del contendere significati fuori di noi, senza coinvolgere la coscienza di sé

Seguo una strada secondaria dopo il piccolo canyon nascosto

Un promontorio sovrasta la strada principale

Sono al limite del tempo che mi sono concesso

La sera scende e allunga le ombre

Ci vorrebbe la ripresa video del mio cammino

Ma solo la ripresa di quell’ombra che avanza lambendo il bosco senza mai penetrarvi davvero

Qualcuno che m’affianca dovrebbe catturare nell’inquadratura quel mio passaggio

Non dovrei farlo io, dovrei trovare un marchingegno per lasciare le braccia penzolanti libere sui fianchi

Incrocio sulla via del ritorno un uomo giovane che saluto con un gesto dicendo salute

Passo a destra e a sinistra per evitare le case con i cani grossi annunciati dai cartelli

Attenti al cane

Non vedo cani, qualche macchina sfreccia al mio fianco superandomi veloce

Devio a destra verso il piccolo cimitero, lo supero, supero il muro che lo circonda e mi chiedo perché dev’esserci un muro che segni il confine tra chi sta dentro e chi fuori

In discesa corro tra gli alti alberi foscoliani, in salita l’ombra di quegli alti alberi tratteggia il mio passaggio deciso, sono uno scalatore, non mi spaventano i passi verticali

Sotto la doccia calda poi sui corti capelli recenti il pensiero si annulla e segue un suo liquido fluire verso un vuoto sentire, verso un tendere al vuoto del pensiero pensato

Non del pensiero raccontato

Un coniglio mi aspetterà a cena nel vociare di tanti sconosciuti, la cuoca infilerà nella carne bianca, anche lei come l’altra dell’altra volta del pensiero che si forma camminando, del finocchio selvatico, stavolta cotto con cura e miscelato con spezie

Al ritorno il sole mi è contro

La luce intensa cancella lo sguardo, un blank di attenzione non permette allo sguardo di catturare l’orizzonte

I contorni dell’orizzonte, irregolarmente tratteggiato dai monti dell’entroterra, raccontano il senso della vita senza tracciare però segni di sorta

In cielo nessuna scia, solo piccole nuvole rinascimentali.

W.P.

Nota: l’immagine-disegno è di K.S. e di nessun altro. 

Munchen Hell

– sembra che te la passi piuttosto bene.

– tu che ne dici?

– beh, non sei malato, cammini da solo, dormi per ore senza svegliarti…

– ma non sogno.

– mai?

– no, praticamente mai.

– e ne vale la pena? voglio dire, al risveglio non ti sembra di esserti perso qualche cosa?

di non aver fatto tutto quello che c’era da fare? di avere come addosso un senso.. di vuoto?

– talvolta, talvolta mi capita, nei pochi minuti che passano dal risveglio a quando mi rado davanti allo specchio.

– e allora che succede?

– succede che comincio a pensare all’appuntamento delle otto, e poi a quello delle nove, e poi a quello delle dieci e via discorrendo, fino a sera. Il sonno non è che un ricordo lontano ormai…

– sai che ti trovo bello?

– trovi bella la mia faccia?

– no, trovo bello il modo in cui mi parli, e immagino che tu sia così, così come ti sento ora, anche al mattino, mentre pensi agli appuntamenti del giorno e ti passi il pennello con la schiuma sulla faccia.

– ma cosa credi di saperne?

– non lo so di preciso, forse è solo presunzione.

– brava, hai detto bene. E’ solo presunzione.

– sai che non mi fissi mai negli occhi, quando parliamo?

– sì, certo, e lo faccio per il tuo bene.

– cosa vuoi dire?

– voglio dire che non reggeresti il mio sguardo, non ne saresti capace.

– mettimi alla prova.

– va bene.

..

– ecco sei contenta?

– avevi ragione, non ne sono capace. Mi inquietano i tuoi occhi, sono come orribili specchi deformanti, il tuo sguardo come un vento gelido.

– ora cominci a darmi sui nervi. le tue parole diventano incredibilmente banali.

– mi dispiace.

– tranquilla, non importa. E poi la tua ora è finita, ora tocca all’appuntamento delle diciassette. Vai, ci vediamo la prossima settimana.

– grazie, ti voglio bene.

– anche io, solo che non riesco a…

F.K.