memoria

La misteriosa lingua di Giulio che tanto piaceva a Umberto. In memoriam.

In memoriam

W.P.

Annunci

Guscio

L’inutile fardello della memoria pesa come fango attaccato alle caviglie. La memoria dei luoghi si installa davanti alle cornee così che ogni ritorno è un viaggio nel guscio vuoto di un momento risucchiato all’origine. Nessuna nuova impronta resta impressa su una terra che non è più la stessa e non potrà più essere nulla di nuovo.

I luoghi non congelano e non mutano, restano, conchiglie sbattute sulla rena, scenografie mute senza attori. L’istante profondamente vissuto nell’atto di pietrificare l’immagine in ricordo, sta sbranando il futuro. Ciò che verrà è già accaduto. Ciò che hai immaginato è già passato.

Un giovane uomo erige mille prigioni, una per ogni segno impresso nella carne. Non pensa di vivere e per questo ogni gesto ogni sguardo ogni parola ogni passo trivella il suolo del tempo, innalza un nuovo muro avanti a sé.

La memoria del gesto subdola, risiede nella punta delle dita, nelle vertebre, nella piega del ginocchio. Necessariamente scavalca la coscienza, deride il richiamo volontario. Possiamo scegliere di camminare ma non come disegnare il moto della gamba. Il parziale controllo che disponiamo sul sorriso è un esempio di arma illusoria contro il dominio incontrastato della memoria cellulare, la prigione della sapienza carnale.

A che serve sprofondare nel ricordo gli ancoraggi di un volto che non fa altro che mutare le proprie coordinate.  La memoria visiva è la più ignobile delle torture. Io non voglio riconoscerti in un te diverso, come non voglio in un volto che non sei tu. Non voglio non ritrovarti.  La scelta dell’eterno incontro dovrebbe poter essere un’opzione praticabile.

Abbiamo questo inganno insito nell’incertezza di ogni nostra interpretazione. Abbiamo questa perfidia attaccata addosso dell’essere sempre uguali e mai gli stessi. Sappiamo esattamente di cosa si tratta questo orrendo perderci dentro gli stessi tortuosi passaggi mentali. Sappiamo che il tempo ci tritura, che dal buio più nero ci hanno sparato dentro questa luce che nasce fioca, abbaglia e ci brucia dentro il suo pallore tingendosi del nostro sangue fino a sbiadire in una nuova notte.  Sappiamo che tutto questo è lo sfondo indelebile di ogni nostro pensiero, ciò che consuma, la sola idea di eterno. Che non può esserci oblio.

E.B.

66 5 4 3 2 1

Provi a fermare il tempo in ogni modo, e ottieni solo che rallenti di qualche minuto. Bella cazzata. Però in fondo ha un senso: come ogni buona prosa, la vita non ha un metodo.

K.S.

Un cerotto

Un pò in ritardo, ma solo di qualche ora, sulla tabella di marcia, eppure eccoci qui, anche questo venerdì. L’ultimo, prima della pubblicazione del prossimo numero del Taccuino (che c’è, c’è, arriva, arriva, si sta impaginando) ma non ultimo in ordine di importanza l’articolo che andiamo testè a pubblicare, anticipatamente presentato in esclusiva su SettePerUno e che potete andare eventualmente a ripescare qui. Ecco quindi a voi l”articolo che chiude la serie di quattro “componimenti” scritta ad hoc per gli amici di Sette per Uno. L’ultimo della prima serie. Poi si vedrà.

Buona lettura e sempre in alto i calici (oh, è arrivato pure ‘sto week end, eh!)!

ps: e adesso diteci che l’immagine del martedì non era azzeccata…

 

Un cerotto

Un attimo, la frazione di un nanosecondo e dentro la mia testa si erano spalancati interi affreschi, chilometri di pellicola cinematografica, tonnellate di pagine. Alle volte capita: un’ondata incredibile di vissuto che si espande nello spazio d’un battito di ciglia. La sensazione è quella tipica del sub in immersione che riprende fiato dopo l’apnea, con l’aria che riempie i polmoni di colpo e il rumore del rantolo. Ero nel pieno di un supermercato gremito e tac, di colpo una nota mi aveva raggiunto nell’aria: una nota di profumo, si intende, una di quelle che si incastrano tra il naso e il palato e poi sembrano rmettere in moto il cervello. Avevo colto quasi di sghimbescio, per sbaglio, un profumo particolare, un profumo di donna, di fiore caramellato e sapone e tabacco e alcool, un sentore fatto di mille tasselli. Naaah, non può essere lei, pensavo. Eppure quando qualcosa sepolto nelle tue viscere viene risvegliato di colpo ti sembra di trasalire come se ti levassero un cerotto a tradimento, di colpo.

Immediatamente l’istinto fu quello di controllare, di guardarmi attorno, di capire da dove venisse: un’odore è un’alchimia singolare, quasi impossibile trovarne due uguali; doveva essere lei, certamente. Lasciai il posto in fila alla cassa e mi misi a cercare: l’odore era fin troppo evanescente in mezzo al nugolo nel quale lo percepivo, ma qualcosa di stampato nel cervello mi permetteva di seguirne anche solo le tracce in mezzo a mille altre. Cristo, neanche il banco del pesce riusciva a farmi perdere, neanche il mio raffreddore perenne, e già con la fantasia correvo al momento ormai vicino di quando l’avrei rivista. Che diavolo si può dire ad una di cui sei stato innamorato perso, come un ragazzino, e che rivedi dopo qualcosa che ti sembra siano anni? Nulla, ovvio. Avrei al limite balbettato come un imbecille, avrei sparacchiato stupide ovvietà, e abbozzato un sorriso di sottecchi. Lei avrebbe risposto al mio saluto ebete, o forse no alla peggio. Mi rendevo conto ad ogni passo che, diavolo, vederla cambiata mi avrebbe potuto perfino fare male perfino ora. La mia adolescenza di fronte a queste cose ancora non si sopisce, inutile stare a pensarci, sentivo perfino la glottide stringersi assieme al respiro, più breve. Girai l’angolo, ormai sicuro di vederla, mentre provavo mentalmente la scena dell’incontro fintamente casuale: avrei fatto finta di non vederla all’inizio, forse, non potevo assimilarla tutta intera di colpo. Mi serviva sicuramente qualche secondo per guardarla, per prepararmi all’urto. Presi quindi un respiro più lungo, e mi avvicinai al punto del banco dei dolciumi dove avevo individuato una figura simile alla sua, mentre l’odore si faceva più intenso.

Con mia sopresa mi accorsi che la ragazza che avevo individuato non era lei. Mi resi conto infine che l’odore veniva da un’altra donna, sulla quarantina, un cappotto nero col bordo di pelliccia che comprava dei cereali nesquik appoggiandosi al carrello. Il quasi impossibile era possibile, evidentemente.

Mi allontanai guardando in basso, con la chiara percezione della mia idiozia che vivida mi percorreva la testa. Trovai una cassa libera e vi appoggiai la spesa: una fanta, una bottiglia di amaretto, un pacco di biscotti e un vaso di nutella; al solito la cassiera mi fissò in bilico tra la disapprovazione e una cinica ilarità. Del resto alle otto di sera pochi hanno le forza di cercare un significato, e in fin dei conti non c’era neppure troppo su cui rimuginare: Il solito sbandato, il solito eterno sedicenne. Pagai e mi allontanai, col mio vaso di pandora rotto e la testa conseguentemente piena di pensieri inutili.

K.S.


Solo un giorno ancora

In attesa del prossimo articolo già pubblicato dal Taccuino su SettePerUno, da trovarsi qui tra pochi giorni in versione originale. In attesa di scoprire quindi com’era “Sete” ai blocchi di partenza, qui di seguito “Solo un giorno ancora”, l’immagine dedicata dal nostro grafico.

E noi continuiamo a dire che la stoffa ce l’ha. Di quella bella pesante pure.

 

 

E.Z.