mare

Mi hai visto con tutta la debolezza di fuori

Mi hai visto con tutta la debolezza di fuori. Ero abbronzato e le ferite sembravano piccole, invece erano enormi, e attraversavano tutto il corpo. Difficile da spiegare sotto a una pergola estiva cos’è che mi sconquassa, mi rende piccolo, e come un animale in gabbia mi fa muovere e respirare in eccesso. O dormire. In città la mia pelle è tesa, ma qui, schiacciato tra montagne e mare sono fragile e sempre in allerta. Come il gatto in un giardino di campagna, pieno di erbacce e sassi, sento tutto.

In città stanotte sarei scappato a immaginare lei che balla sul filo, come di trapezio, e io sotto a osservarla tra le maglie della rete. Accecarmi di lei e poi vedermi di spalle, che non soffrivo più, accorgendomene da una spalla leggermente piegata in avanti, e dalla mano ferma sul muretto, senza essere più tesa. Ma lei non c’è, e nemmeno un sogno stanotte a farmi ricordare i lineamenti lontani.

Avrei bisogno di sguardi profondi, abbracci improvvisi, parole in eccesso, e di un pompino. Il mondo che rotola e lei pronta a prenderlo tra le braccia.

Scusate, ma qui c’è un uomo sulla sabbia a cui tremano i piedi e le labbra, e non capisce più la differenza tra la paura e la notte. Non si accorge che il buio intorno è solo stanchezza di sentieri calpestati a casaccio. Si sono dissolti insieme alle carezze i risvegli belli di ieri.

Adesso lei dorme, e forma col suo corpo il profilo di una nave: pronta a salpare senza nemmeno un capitano a comandare la ciurma desiderosa.

P.S.

Mio padre era un osso di seppia

Ho ritrovato mio padre sulla spiaggia di Anzio. Era diventato un osso di seppia, striato da questi anni di silenzio. Stavo davanti agli scogli, infreddolito, solo, lontano non vedevo nemmeno un’isola: mi sforzavo d’immaginare la sua barca anni cinquanta con quelle reti scure d’acqua. Sì, potrei raccontare che vendevi il pesce al mercato, e che restavi ad Anzio circa tre mesi l’anno. E dormivi rimpicciolito nella stiva, e mangiavi pane e alici fritte. Il vino bianco la sera. Un film la domenica. Gli occhi sui culi delle donne locali, nessuna avance, era un’epoca strana: facevate all’ammòr’ ma non ci avete raccontato da dove partiva la seduzione. Dalla fame? Dal sale, dall’argilla che t’impastava le braccia?

Poi mi sono tuffato e faceva meno freddo, l’osso di seppia se ne stava sugli scogli che morivano nella sabbia nera e bollente di ieri, e aveva il cappello di mio figlio messo di traverso.

P.S.

Che strani sogni

Che strani sogni.

Fluttuare senza vergogna e senza vestiti nell’acqua piena di alberi.

Aggrapparsi ad un ramo in alto, pendere sull’acqua e ritornare sul tronco.

Percepire qualsiasi cosa a contatto con la pelle e non riconoscerne la differenza.

Vento che gonfia dei vestiti bianchissimi e dei capelli aggrovigliati.

Gli occhi che luccicano, nient’altro che acqua.

Saltare dalla banchina e continuare a guardare avanti.

Questi sono i sogni che dovrei fare ogni notte.

 

S.A.