libro

Anna Karenina

Anche domani entrerò in libreria, punterò agli espositori dei classici, e mi fermerò davanti a Lei, Anna Karenina. Tra le dite lascerò scorrere le mille pagine, i nomi dell’editore, del traduttore, il prezzo. Così nella mia testa ronzeranno i soliti borbottii: è caro, è lungo, è rilegato male, puzza di vecchio. Allora passerò davanti ai contemporanei freschi, luminosi come labbra di prima mattina.

Cari preziosi librai, Anna Karenina sistematela tra la Parrella e la Terranova o la Munro e la Ernaux, santiddio! E non nel reparto angusto e muffoso, ma poco prima del vostro luminoso bar di fronte alla scogliera.

Allora sì che lo prenderò, insieme a un caffè lungo.

P.S.

Annunci

Tonino

A quindici anni volevo scrivere un libro, avevo pure il titolo pronto: i contrasti nell’era della pop art. Un titolo strambo adatto a un tipo strambo, com’ero io allora. Stavo sempre a pensare a ‘sto libro: la notte mi svegliavo e lo vedevo sul comodino, ancora vuoto di parole. Già, quelle non venivano mai quando le chiamavo: invece arrivavano parole pesanti piene di tristezza, e soprattutto arrivavano nella controra, quando non le cercavo. Questo lo so oggi, ché allora mi parevano pure belle e importanti, le parole, quelle che mi capitavano tra la testa e le mani. Necessarie, pensavo. Macché. Erano solo ferri arrugginiti da lunghi inverni di lacrime, quelle sì necessarie. Mio zio mi bastonava quando non lo aiutavo, e la moglie, che non riesco neppure a chiamare zia, quando era nervosa, mi chiudeva nella cantina per interi pomeriggi. Lì mi facevo le pippe, e cos’altro potevo fare? Sì, anche al libro pensavo, ma come facevo a scriverlo? In realtà mi frullava tutto nel cervello, mi sarebbe bastato trovare un contenitore robusto dove versare il tutto. Intanto però, ora devo ammetterlo, allora era più semplice pensare tutto il tempo alle cosce di Mariella, che a scrivere qualcosa di buono. Questo libro però un giorno improvvisamente ha visto la luce: una decina di pagine sgrammaticate che faceva apparire la mia realtà spaccata in due come un cocomero, di quelli che spaccava mio zio la domenica. I buoni e i cattivi e le femmine e i maschi. I miei zii e la mia rabbia. Ma mi piaceva, ne ero soddisfatto e confidavo nella giustizia divina per la sua diffusione; sì, allora avevo questo tipo di pretese: sei buono? Avrai la ricompensa. E io l’aspettavo tutte le sere la ricompensa, sdraiato sul materasso di lana aspettavo una ricompensa come fosse l’apparizione della madonna. Invece arrivava Mariella, che mi sorrideva serena. Mi addormentavo, e ci mettevamo a fare bagordi insieme tra nuvole e tappeti. La mattina poi, prima del mezzo bicchiere di latte che la moglie di mio zio mi sbatteva sul tavolo di marmo, all’aperto sotto al pergolato, che sennò sporcavo, così diceva quella; insomma, a prima mattina scappava via Mariella, e a volte avevo proprio l’impressione di vederla con le sue gonne da zingara che si gonfiavano e sgonfiavano, in lontananza, sulla strada poderale. Macché, erano solo cazzate di sogni che mi servivano per caricarmi, così per riuscire ad andare a raccogliere i cocomeri dentro al caldo infernale del campo, alle dipendenze di mio zio. Ma questo lo so soltanto oggi, prima, allora, tutto era fluido e vero. Pure Mariella.

Così oggi mi ritrovo a fare questo lavoro strambo. Alcuni lo fanno facendo i cattivi, quasi con atteggiamenti da delinquenti, questo anche perché è un lavoro duro tra persone imprevedibili. A me basta sorridere un po’ alle persone che incontro nelle stanze o nei corridoi, bere caffè alla macchinetta con Giovanna; ogni tanto chiacchierare con il professore d’italiano in pensione. Aspettare il ventisette per pagare l’affitto e la rata della macchina. Il resto del tempo, quello che mi avanza dalla clinica “Quiete serena”, lo impiego a leggere tutto quello che c’è da leggere sugli anni settanta in Italia. Qualche volta, quando si tratta di musica e movimenti giovanili, mi sposto anche all’estero con la lettura. Ho una cantina piena piena di riviste e libri, dischi e articoli ingialliti.

Ogni tanto vedo Giovanna la sera, quando non deve assistere sua zia malata, e allora andiamo al cinema e poi scopiamo a casa mia. Non succede nulla d’importante prima né dopo averlo fatto, ma durante stiamo da dio. Entrambe siamo single. Lei, a dire il vero, ha un altro amante: occasionalmente la passa a trovare un camionista del suo paese d’origine. Stanno insieme una notte. Poi lui la saluta con le lacrime agli occhi, e lasciandole tra le mani un pacco di biscotti al cacao fatti dal forno del paese d’origine. Poi seguono settimane di silenzio. Nel frattempo lei viene al cinema con me. Ci sono dei periodi che non la voglio vedere. In quei giorni voglio solo pensare al passato, agli anni settanta. Vedo solo film dell’epoca e, se fosse possibile, uscirei solo con donne degli anni settanta. Dicono che sono un po’ monotono. In realtà lo dice solo Giovanna, che per me equivale a tante persone, perché ho pochissimi amici. Un tempo ne avevo a bizzeffe, e facevo con loro un sacco di cazzate. Un giorno poi ognuno di noi ha trovato il lavoro e allora ci siamo scordati di fare  cazzate. A dire il vero all’inizio, durante qualche sabato sera, le facevamo lo stesso le cazzate, ma non erano più le cazzate di una volta. Quando non penso agli anni settanta, penso ai pazienti che vedo tutti i giorni. Molti di loro hanno vissuto il meglio della loro vita proprio in quegli anni, e quindi gli faccio le domande di questo genere: “avvertivi che stava cambiando tutto in quegli anni?”. Spesso mi ridono in faccia; qualcuno tenta di abbozzare un discorso articolato. Non ce la fanno, i farmaci finora hanno sempre vinto sulla loro lucidità, e alla loro memoria restano frasi mozzate che sanno di poco. Solo il professore parla bene, fino a farmi vere lezioni. Ogni tanto si ferma su qualche autore o fatto anche per più giorni, che sono costretto a prendere appunti. In cambio vuole un po’ di vino rosso di sottobanco. Quando beve racconta pure meglio, e io ascolto con più piacere. Insomma, se non l’avete capito, io, una volta che faccio quello che mi chiede il responsabile della clinica, assistere e imbottire di psicofarmaci i pazienti, poi non mi resta che chiacchierare con i pazienti. Un giorno il professore ha sforato negli anni ottanta; l’ho dovuto bloccare, stava diventando irritante in quell’uscio di anni opulenti e chiassosi di niente. Così, dopo che l’ho minacciato di non dargli il Chianti già comprato, è ripartito dalla battaglia per il divorzio senza fare una piega.

Giovanna non vuole che le dica frasi di circostanza dopo che abbiamo scopato. Dice che deve sentire i suoni. Non oso chiederle cosa siano i suoni, poiché lei non osa chiedermi perché mi sono accanito tanto con gli anni settanta. È un patto. A noi piace stare ognuno nelle proprie cose. Poi un giorno tutto finirà, e ognuno di noi dichiarerà tregua al mondo e farà qualcosa di meglio. Oggi no, poiché non è ancora il momento giusto per fare di meglio.

P.S.

Tutti i nomi

Tutti i nomi. Quelli dei vivi e quelli dei morti. Tutti i nomi. Archiviati nella labirintica e in continua espansione Conservatoria Generale, in cui l’odore di carta vecchia si mischia al profumo “composto metà di rosa e metà di crisantemo”. Tutti i nomi. Eppure, o proprio per questo, ad averne uno è solo il protagonista, il signor José, scritturale ausiliario della Conservatoria che colleziona informazioni sui personaggi famosi registrati nell’immenso archivio finché il destino, o chi per lui, mescola alle schede degli ultimi nomi celebri da inserire nella rosa dei cento quella di una donna qualunque, una donna sconosciuta che diventerà ossessione e desiderio del cinquantenne senza storia, ligio al dovere, perfetto esecutore dell’asfissiante gabbia burocratica signor José, che “vuole e non vuole, desidera e teme ciò che desidera”, protagonista assoluto dell’avventurosa ricerca della sconosciuta tra irruzioni notturne in edifici scolastici e interrogatori.

Un libro malinconico e ironico, un po’ come l’autore stesso, in fondo. Un libro facile e al tempo stesso difficile, come tutti i libri di Saramago, in fondo. Perché molteplici sono i livelli di lettura, molteplici le interpretazioni, molteplici i riferimenti.

Saramago pensatore, Saramago grande uomo, Saramago cantastorie con il pallino per l’indagine dell’animo umano nella sua straordinaria ordinarietà.

Saramago scrittore magnifico che costruisce questa storia surreale alla quale si accede se e solo se si sta al gioco, se e solo se si accettano le regole sottese di narrazione.

“Prese nota degli indirizzi, poi si appuntò quello che doveva comprare, una pianta completa della città, un cartoncino spesso della stessa dimensione su cui fissarla, una scatoletta di spilli dalla capocchia colorata, rossi per essere visibili a distanza, perché le vite sono come i quadri, avremmo sempre bisogno di guardarle facendo quattro passi indietro, anche se un giorno siamo arrivati a sfiorarne la pelle, a sentirne l’odore, a provarne il gusto.”

J.W.

Nota: questa recensione è stata precedentemente pubblicata sul sito di SettePerUno (qui), rubrica “Piccole recensioni tra amici”. Cosa che ci piace molto. Leggetene anche lì, che i SettePerUnici valgono (e molto più dei prodotti per capelli, tsè!).

Alice senza niente. Un caso “editoriale” per davvero, buona la seconda!

Ne avevamo parlottato anche noi (QUI), come già aveva fatto un bel pò di gente, o doveva ancora fare. Non ci prendiamo alcun merito – e ci mancherebbe, ha fatto tutto LUI!!! – però un pò ci piace pensare che, forse, abbiamo fatto un piccolo passaparola utile. Sì, ci piace. Gozzovigliamo. Sbrodoliamoci.

E poi guarda un pò cosa ti combina quel LUI di cui parlavamo sopra, Pietro De Viola, o meglio, che ti combina questa Alice dalle tasche vuote, sempre alla ricerca di un impiego che mai arriva (o se arriva lo fa sotto forma di barzelletta dall’umorismo inglese, bah). Combina che diventa un fenomeno “editoriale”, se così si può chiamare un libro da scaricarsi gratis on-line. E poi da lì, la strada solo in salita, perchè non è solo il gratis che conta, ma anche quello che c’è dentro. E pure qui ci piace pensare che sia molto più importante il contenuto della forma, anche se, ammettiamolo, magari la diffusione “for free” ha sicuramente aiutato. Adesso però chi vuole, compresi noi, lo potrà trovare anche siffatto in materia cartacea, con tutti quei bei fogli che si possono annusare e impiastricciare con le dita sporche di caffè o con pezzi di panino che matematicamente (ci) cadono contro la nostra volontà, magari proprio perchè ci stiamo godendo la lettura. E chissene quindi.

Nuova copertina, una edizione Terre di Mezzo, ma il contenuto non cambia. Così come il valore e il significato del detto. E poco da aggiungere, se non un complimento (dai che ci sta, suvvia!) ad un tipo come Pietro, che è andato dritto dritto a mo’ di centro-avanti di sfondamento e ha portato alla ribalta, assieme a molti altri, un tema attuale e non troppo precario, a dire la verità, senza alcun intento di fama e beltà rock and roll. Ma forse a questo punto il rock and roll vero è proprio questo qui…

Alice senza Niente.

Il Romanzo.

In libreria da settembre.

Ragazzi, oh!!!!

ps: per ogni info in più visitate il sito di Alice senza Niente, qui:

http://www.alicesenzaniente.altervista.org/

http://alicesenzaniente.splinder.com/

Buone nuove a tutti!

Préliminaires – una NON recensione

In teoria a voler recensire un disco uno dovrebbe essere imparziale, obiettivo. Un critico è oggettivo e distaccato, o almeno così me lo sono sempre immaginato. Ma non sono un critico, fortunatamente, e perciò non sono tenuto ad obiettività né distacco.. e del resto non credo mi riuscirebbe di metterceli, in questo caso.

La storia è questa: nel Maggio del 2009 Iggy Pop se ne esce con un album, Préliminaires, che la stampa specializzata da subito definisce Jazz. Orrore amici: la mia anima purista & integralista di vero punk-rocker (seppure sprovvisto di cresta) ne rimanda a tempo indeterminato l’ascolto, paventando il naufragio di un mito e la conseguente frattura cardiaca. Circa un anno dopo però (Luglio 2010) il Fato Beffardo porta il vostro affezionatissimo, munito di biglietto regalo, al di lui concerto di Azzano Decimo. Deliziosa delizia e incanto, avrebbe detto il buon Alex: Iggy, prevedibilmente all’altezza del compito, produce più di due ore di inimmaginabile rock abrasivo provocando una catarsi collettiva. Follia, paura e delirio: esco dal palazzetto sordo, seminudo, ubriaco fradicio e con l’aria di chi ha attraversato gli inferi ma medita vagamente di trasferircisi.

Ed eccoci al punto. Qualche mese dopo, rinfrancato da quanto vissuto, trovo finalmente il coraggio di inserire il famoso album nel lettore. E ora, ad ascolto completato e a mente quasi fredda, mi trovo a mediare sentimenti contrastanti.

Ahimè, la verità pura e semplice è che quando un uomo sopravvive alla propria icona deve fare una scelta: Il demone Iggy Pop, Il fauno capace di sollevare una marea isterica in un palazzetto, è certamente immortale e invincibile, ma James Newell Osterberg Jr., l’uomo non più giovane, no. Mi spiego: succede che, incredibile a dirsi, anche del rock uno può spaccarsi le palle. Succede che magari una sera sali sul palco col naso impolverato e i tuoi vent’anni artificiali e ti rendi conto che, beh, qui non si tratta più di farcela o meno. Succede anche che nell’età della pensione un tipo si guardi allo specchio e capisca che vivere sempre lo stesso giorno non è vivere anche se, cazzo, è stato un giorno da leoni, e decida di fare qualcosa di diverso.

Così, a cavallo tra il 2008 e il 2009 Iggy legge “La possibilità di un’isola” di Michel Houellebecq. Inizia a comporre pensando al libro, senza soffermarsi troppo su esigenze di produzione o di coerenza; e produce dodici tracce che più che il libro in sè, a mio parere, descrivono ciò che non ha paura di essere oggi: un’accozzaglia intelleggibile di stili e sensazioni, un saltimbanco, un viaggiatore. Un uomo che si, cristo, gode dello status di semidio del punk, ma che non vuole accomodarcisi dentro per sempre ed evidentemente crede di poter essere anche altro.

Il disco è minimale ma prodotto con accortezza, e nella sua assurda eterogeneità mette in scena una serie di metamorfosi che lasciano incastrati tra sbigottimento e ilarità. Non soltanto i puristi punk (che ahiloro avranno la tentazione di darsi la morte) ma chiunque lo ascolti per la prima volta salterà sulla sedia ascoltandolo recitare versi di Prévert in francese in una cover di Les Feuilles Mortes per poi passare con nonchalance a fare il verso a Tom Waits, o a misurarsi in una ballata country blues alla Johnny Cash.

Inascoltabile, ma fantastico: sembra quasi un catalogo in cui Iggy elenchi cosa potrebbe diventare, se solo lo volesse. E pur stringendo forte al petto i miei dischi degli Stooges con un puerile lacrimone sulla guancia, mi ritrovo ad ascoltarlo con un sorriso idiota sulle labbra, in auto, solo per il puro voyeuristico piacere della curiosità. Come si fa a giudicare un ventenne di sessantatrè anni?

K.S.