letto

Notte numero 5689

Vado fiero della ritualità che scandisce le mie giornate. No, la mia giornata. Ogni giorno fa a sé e ogni giorno è un campione perfetto delle mie abitudini e del processo che le ha lentamente consolidate.

Ogni sera bevo la stessa tisana. Ogni sera vado a dormire alla stessa ora, le 23.30. Leggo, se riesco fino a mezzanotte almeno, perché amo varcare una nuova soglia.

Mi correggo, non vado a dormire. Vado a letto. E sì, negli effetti mi addormento, ma alle prime ore indicate dal quadrante, qualche pensiero mi sveglia sempre. Inizia entrando in un sogno o come un’idea che si incastra la sera precedente, durante il dormiveglia. Cresce in sordina, non invitato. Quando si è gonfiato abbastanza da occupare gran parte della scena, eccolo che procede a scuotermi.

Mi risveglio pensando sia la natura a chiamarmi, mi alzo. Torno a letto e lo trovo occupato. Mi distendo chiudendo gli occhi illudendomi che questa notte farà eccezione.

Ma ecco che mi si avvicina mia sorella, sparita durante un’escursione in Asia. A tirarmi le dita dei piedi, il pensiero del mutuo in scadenza. Avvinghia le sue lunghe gambe e infinite braccia, l’ansia per le liti intestine in famiglia.

Un’altra notte in cui, spettatore, assisto a tanti piccoli drammi che costellano la mia giornata. Non sarà l’Amleto, ma ormai sono parte della routine. Non sarà l’Amleto, ma chi sono io per dirlo?

S.A.

Senza titolo

Pausa

poltrona, cuscino, respiro.

Cucina

acqua, bicchieri, cena veloce.

Corridoio scuro

percorso obbligato.

Salotto

pausa, divano, coperta, quadri al

muro.

Crepa, pace e silenzio.

Acqua, gocce, pioggia, vetri appannati.

Bagno

riflesso, spazzolino, doccia.

Corridoio

percorso obbligato.

Luce – Buio

Letto

crepa nel muro, son-

no, sogni, tranquillità ed estasi.

Risveglio

energia, caffè, sigarette

illusioni e fumo.

Regolarità strada

percorso prestabilito ordinato.

In piedi, è ora.

F.K.

Luoghi - foto di I.M.

Interno 4

La soluzione sarebbe andare a dormire prima la sera e svegliarsi presto al mattino. Concedersi una colazione leggera, uno po’ di ginnastica. Guardare fuori dalla finestra e prevedere d’uscire, sia che ci sia il sole, sia che ci sia la pioggia. Poi infilarsi sotto la doccia. Percepire l’acqua come mani, come forza plasmatrice. Sentirla seguire le forme del corpo, cedere lungo le curve, diventare duttili, arrendersi allo scroscio, essere acqua noi più dell’acqua stessa. E finalmente gocciolare stanchi sugli spigoli.

Quando dico noi, dico…

Non so, forse servirebbe della musica.

Esco dal bagno a piedi nudi, lasciando orme umide del mio percorso.  Potresti poggiarci i piedi sopra e seguirle con facilità. Appariresti ridicolo, così impegnato in un passo che non è il tuo. Così impegnato ad essere qualcosa che non sarai mai.

Immagina di dover girare l’angolo, di dover entrare nella nostra camera da letto e non ricordarti ancora dove abbiamo scelto di mettere lo stereo.  Io, per esempio, non lo trovo davvero. Ritorno sui miei passi, mi giro di fretta perché adesso ho freddo, ma da dove sono venuta è scomparso tutto. E’ rimasta solo la traccia dei miei passi ad asciugarsi lentamente, in questa nebbia fitta che si alza sul pensiero.

Siamo sempre stati qui? Quanti giorni, mesi, anni ci abbiamo messo per ridipingere i muri, riempire gli armadi, scegliere i cuscini e che non fossero troppo morbidi o troppo rigidi e sottili?

Noi ci siamo sempre stati?

E quando dico ‘noi’ dico io e te, amore mio dolcissimo che non ti vedo. Né sulle mie impronte, ad imitarmi negli ancheggiamenti, né vicino allo stereo a scegliere tra Ella Fitzgerald e Lou Reed, perché Springsteen per me è troppo melenso.

Se vivessi al mare, in un posto sempre caldo, forse avremmo più tempo. Sarebbe un’eterna domenica, anche dopo notti intere, tornerebbe domenica. Pigra, ovattata, forse un po’ torbida come l’acqua di quel bicchiere, sporca di colore.

Ti dissi: – “Ti dipingerò come una delle mie puttane francesi”, mentre mi spogliavo per mettermi in posa. Ridevi. Non sono mai riuscita ad insegnarti a disegnare, né restando ferma immobile, né tenendoti per mano. Ma ho trovato lo stereo.

–       Non è un po’ grande?

–       Ma no, vedrai… gli troveremo un posto.

–       Avremo una casa che gira intorno allo stereo.

–       Avremo una vita che gira intorno a questa casa e io e te balleremo vorticosamente intorno a questo enorme stereo.

Mi lascio scivolare lungo la porta, distinguo con la pelle della schiena le trame del legno, tutte le vene mie e non. Ti aspetto qui per terra, come facevi tu, ai piedi del letto, con la colazione a freddarsi sulle ginocchia per non svegliarmi.

Siamo figli dimenticati di Beckett, aspettiamo per aspettare. Godot arriva, ci guarda, ride e se ne va. Non saremo mai, né tu né io, liberi di non esistere.

 

L.W.