io

Notturna

Notte.

Dormo, con la testa liquida,

piena,

di pensieri bizzarri

che navigano su zattere di mitili sul fondo,

che raccolgono pesci, crostacei, molluschi

e immagini. E se li portano via.

Un liquido nero che riluce

di una luce diafana,

sulla superficie grigia che stride

contro il vuoto incolore della restante parte del cranio,

provocando la stessa sensazione

di acqua bollente sulla pelle congelata.

Di notte.

Dormo rivolta a destra o a sinistra,

indistintamente, non vi è alcuna preferenza,

non ci sono aliti né respiri,

non c’è alcun disegno.

Solo parti del corpo, che sento sbattere forte con le mani,

alle pareti, sulle pareti,

che non hanno mangiato le unghie,

che sento, quando dolgono.

Così è che dolgere è il volgere,

il dolgere che non esiste

in una parola fatta di grafite, inchiostro o suono,

nella parola,

fine a se stessa.

La notte.

Dolgere, lui tocca il corpo,

e vi trasmette l’azione, della sua desinenza,

lui.

E la perde.

La lascia lì, a pulsare,

incessante, costante, assillante.

E diventa dolgo.

Nella notte.

La sua estremità schianta,

dentro e fuori, ancora fluidità

e vista che sfoca, e tentativo fallito,

e sveglia.

Io, e io, mi giro a destra o a sinistra e sempre,

è lì,

e la mia mano destra,

è lì,

e la mia mano sinistra,

non sotto il cuscino ma sotto la testa,

a reggere il peso delle ossa e a non far rovesciare il liquido.

Per non sporcare forse,

con altri pensieri, che già cigolano nell’aria,

anche il cuscino

e le lenzuola.

Notte.

I.M.

Edera

Sei come l’edera.

Nasci dai piedi, ti guardo senza darti importanza. Piccole foglie verdi innocue. Sali, ti moltiplichi, ti espandi, cresci, incontrollata, incontrollabile. Ti attacchi, alla pelle, l’attraversi, penetri, mi crepi le ossa. Sali, ti avvolgi, ti infiltri, soffochi. Mi sommergi, nessuno riuscirà più a vedermi. Sei nello stomaco, mi strangoli le viscere. Sei fuori, sei dentro. Prendi possesso, prendi il controllo. Arrivi ai polmoni, ti fai strada, mi togli il respiro. Ti sento, non posso strapparti, mi strapperei. Potrei avvelenarti, seccarti. Ma mi avvelenerei, mi seccherei. Sei me, sono io. Sono come l’edera. Sotto pelle, attraverso i muscoli, avvitata intorno ai tendini. Striscio, ferisco, le braccia, le mani, la pelle, il fegato, i reni. Graffio, intacco e corrompo la spina dorsale. Stringo la gola. Copro gli occhi, sigillo la bocca. Sono nella testa, nel cervello. Aggrappata. Fortificata. Incontrollata, incontrollabile.

Edere - foto di J.W.

Sono come l’edera.

J.W.

Io

Cari lettori,

è arrivato il venerdì ed è arrivato il momento di pubblicare la versione originale di “Io”, anticipatamente già pubblicato nel sito di SettePerUno e introdotta dall’egregia immagine del nostro grafico di qualche giorno fa. Nell’augurare a tutti voi una buona lettura alziamo i calici e vi invitiamo ad unirvi al nostro bar quando volete, con critiche, suggerimenti, complimenti (ocio) o nuovi cocktail.

A voi!

 

Io

Ci siamo io e quello nello specchio. Ci fissiamo, occhi negli occhi. Pupille, ciglia, palpebre.

Cerco frammenti da assemblare per costruire qualcosa che possa darmi struttura, e sostanza. Qualcosa su cui appoggiarmi.

Continuiamo a fissarci. Tutto il resto si confonde, sbiadisce, lo specchio mi restituisce solo pupille, ciglia, palpebre, intorno colori nebulosi, forme confuse, sovrapposte.

Scavo.

Devo scavare.

Mi servono dettagli. Gesti, frasi, odori. Luoghi. Sensazioni. Sicurezze.

Ricordi.

Sbatto le palpebre, tutto il resto torna nello specchio. Io continuo a guardarlo negli occhi.

Mi sistemo distrattamente i capelli, vittima di un riflesso incondizionato. Apro l’acqua, la lascio scivolare via. Il corpo, forzatamente e troppo a lungo immobile in posizione eretta, oscilla leggermente. Tocco le labbra, il naso, le guance, la fronte. Sento la pelle, le forme, le curve sotto le dita. Metto i polsi sotto l’acqua, cerco di spazzar via il niente. Uscire dalla nebbia.

Emergono schegge. Sbiadite, manipolate, viziate. Inutili.

Scavo senza sapere cosa cerco.

Scavo, non riconosco quello che vedo.

Chiudo l’acqua. Mi asciugo i polsi, le mani.

Mi volto. Conosco questa stanza, i suoi muri bianchi. E questo letto. Conosco l’odore di disinfettante. Conosco la storia del mio vicino di letto. Conosco i nomi di chi mi sistema le lenzuola e di chi mi porta da mangiare. Il nome di chi mi visita ma non mi dice quando tutto tornerà. Se tornerà. Conosco quello che vedo fuori dalla finestra fin dove riesco ad arrivare con lo sguardo.

Non conosco niente di quell’uomo nello specchio. Non conosco niente degli avvenimenti che gli hanno segnato il volto, delle traiettorie che lo hanno portato qui. Il suo passato è una melma inafferrabile, la memoria un cumulo di schegge che non posso ricomporre.

Mi siedo sul mio letto.

Ha mai amato? Ha fatto tutto quello che doveva? Tutto quello che voleva? Avrà pianto a sufficienza? Ha agito sempre con coraggio, guardando le cose per quello che sono chiamandole con il loro nome? È sempre stato onesto? È sempre stato gentile con le persone intorno a lui?

L’orologio ticchetta. È quasi mezzogiorno, è quasi l’ora di pranzo. Oggi è giovedì, minestra in brodo e purè.

Mi lascio andare sui morbidi cuscini, incrocio le dita delle mani sulla pancia. Respiro lentamente.

Mi piace il purè.

Al mattino preferisco il tè al caffè, senza zucchero. Mi addormento meglio se mi sdraio sul fianco destro. L’infermiera del turno di giorno ha gli occhi gentili e si muove con gesti lenti. Mi ha parlato dei suoi figli e di suo marito. Quella del turno di notte è più taciturna, riservata. Mi piacciono entrambe. Ieri ho visto sul giornale la foto di una montagna innevata, l’ho trovata bellissima. Penso di aver voglia di leggere un libro.

 

J.W.

 

 

Riflessioni

Gentili lettori,

Come già accennato precedentemente tra un paio di giorni pubblicheremo il secondo articolo realizzato da uno dei nostri autori per SettePerUno. Ma dato che qui non ce la facciamo proprio a stare con le mani in mano il nostro “eletto di diritto” grafico ha ben pensato di sbizzarrirsi con un’immagine che ne riassumesse tutti i particolari, per creare un pò di suspans (come ben dicevano sempre le nostre adorate nonne).

Ecco quindi a voi “Riflessioni”, in attesa della pubblicazione di “Io”, che potete comunque già trovare qui

 

E.Z.

 

Che dire? Dovete solo pazientare qualche giorno per scoprire le similitudini, ma vi giuriamo che ci sono tutte.

Eh sì.

Salute!