futuro

Ciò che è

Il futuro è una pasticca di potassio

Immaginiamo, aggrappati ai bordi frastagliati in un cosmo disadorno

Tutto ciò di cui posso pensare qualcosa è una forma di energia

E l’arte poi?  È una sindrome

E.B.

Still life

Stufo di tutta questa natura me ne torno in città. Che non mi dona pettegolezzi né fa moine estive. La notte è amore tra rombi d’auto e cani da giardino. Il mattino è tutto vuoto da riempire, nell’aria nessuna invidia a divorarci il fegato. Sto in piedi nella stanza da letto e osservo le tue mani, i tuoi occhi e poi in fondo quei leggeri piedi gemelli. La natura alle spalle e un corpo da esplorare.

Nessuna sagra è più attraente che andare per strade bagnate di neon e semafori. La mia testa chiede quest’anonimato da scalare, agli uomini veri lascio volentieri le cime vere, tanto con le loro pose biodinamiche producono solo passato, come triste passaporto da esibire agli spettri. Io, che non so cacciare, pescare e neppure molestare le ragazzine, io, desidero ossessivamente spogliarmi di quel po’ di natura morta che bussa ogni tanto alla mia porta. Poi scomparire nei sentieri bui sognando foreste e tempeste, che diventano in un attimo pensieri elementari: puri e gioiosi pensieri elementari, di Parise memoria.

Tante facce diverse che si parano davanti ai miei occhi, con la giusta causa della casualità, e cominciano a costruire futuri improvvisi già nel giardino di casa.

 

P.S.

e per ora, Ultimo

due giorni fa’ ho ingoiato la settima pallottola,

con un gran bicchierone d’acqua,

e sto ancora aspettando che faccia effetto.

mi ero cucito la bocca per smettere di fumare,

mi ero tagliato il naso per non sentire il profumo della città,

mi ero inferto profonde ferite alle gambe per poter restare a letto,

mi ero rotto la mano destra per non masturbarmi.

tutto questo è servito a poco, ho dovuto stare ai

patti e ingoiare la settima pallottola.

ora è dentro di me, forse è ormai parte di me,

magari si sarà piazzata vicino al cuore,

pronta ad esplodere a comando,

magari sarà in una caviglia, per

farmi cadere in ginocchio al momento opportuno,

magari sarà in testa, a ticchettare come una bomba

nella rete elettrica dei miei piccoli neuroni.

oppure sarà rimasta in fondo allo stomaco, come

le altre sei, e quasi non ci faccio più caso.

non posso incolpare nessuno perché il contratto

l’avevo stipulato con me stesso e non avevo

nessuna intenzione di fregarmi.

non so quante altre ne dovrò ingoiare,

quante ne dovrò assorbire e metabolizzare per purgarmene.

il pacchetto, qui vicino a me, è ancora pieno,

e non ho idea di quel che mi riserva il futuro.

F.K.