freddo

Trieste, Franco.

Faceva un freddo allucinante quell’anno, ero a Trieste, piazza Ponte Rosso o giù di lì…

 

Bora e nevischio sferzano la faccia e segano le orecchie.

Si avvia verso l’atelier, Franco. Una baracca non riscaldata piena di segatura di legno e polvere.

Un tornio a pedale consunto al centro del locale, accanto, un fornello elettrico posato in terra tenta faticosamente di alzare lievemente la temperatura glaciale.

Una bella bicicletta da corsa in un angolo. Rossa.

L’odore di polvere  è attenuato dal freddo e pervade ogni cosa.

Franco è chino col sedere appoggiato su un frammento di pietra carsica. Crea e ragiona.

Per scaldarsi pensa al deserto. Si vede seduto a terra su un tappeto afghano a bere te forte.

Al tornio fa una ciotola. Rozza. Pessima.

La distrugge subito e ricomincia con maggiore concentrazione.

La ciotola nuova inizia a prendere eleganza molto più in fretta di quella precedente. Morbida, armoniosa.

Il bordo lo lascia cadente e irregolare ispirandosi all’artigianato ungherese.

Lo smalto rosso tenue conferisce tono ma non appesantisce la lavorazione.

Fa un freddo terribile.

Beve tè da un vecchio thermos ammaccato.

G.U.

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Vuoto

E poi mi sfaldo e mi ritrovo nel bel mezzo del nulla

spezzettata e sparsa

a caso

 

Io vorrei, io potrei

ma ho dovuto

 

E poi mi sfaldo e mi ritrovo nel bel mezzo del nulla

 

Non voglio pensare, non devo

pensare

A cosa devo pensare

 

Ho freddo anche se mi siedo al sole

J.W.

Titanic in giardino

Il caldo è rivoluzionario, stacca gli iceberg dal pack e li costringe a peregrinare su rotte impervie e casuali, in balìa delle correnti. Solitarie gelide effimere isole galleggianti, costrette a vagare anonime, senza che nessuno abbia almeno pensato di dare loro un nome. Uno qualsiasi. Picco del Diavolo  o  anche Base Artica Zero andrebbero benissimo.

Il freddo è reazionario: tutti lì – costretti in casa – a guardare la tv, con gli occhialini 3d. Guardi guardi e non vedi niente, mentre cade la neve sogni di essere al mare.

Il caldo è rivoluzionario, costringe le gemme a esplodere in fioriture inusuali, così ai lati delle autostrade c’è meno tristezza.

Il freddo è reazionario, i concetti, quando li esprimi a voce alta, si trasformano in vapore senza generare energia, ti accorgi che le parole scivolano verso il basso in caduta libera, per la maledetta forza di gravità, sempre inevitabilmente all’agguato, no so quanto per fortuna. Potremmo volteggiare  liberi nell’aria, altrimenti.

Ma…

Il caldo è rivoluzionario, hai sempre voglia di fare un giro vorticoso intorno a te stesso, ma uno solo, per paura di perderti nel giardino dei sentieri che si biforcano… 

W.P.

nota: immagine e rielaborazione grafica di E.Z.