famiglia

Notte numero 5689

Vado fiero della ritualità che scandisce le mie giornate. No, la mia giornata. Ogni giorno fa a sé e ogni giorno è un campione perfetto delle mie abitudini e del processo che le ha lentamente consolidate.

Ogni sera bevo la stessa tisana. Ogni sera vado a dormire alla stessa ora, le 23.30. Leggo, se riesco fino a mezzanotte almeno, perché amo varcare una nuova soglia.

Mi correggo, non vado a dormire. Vado a letto. E sì, negli effetti mi addormento, ma alle prime ore indicate dal quadrante, qualche pensiero mi sveglia sempre. Inizia entrando in un sogno o come un’idea che si incastra la sera precedente, durante il dormiveglia. Cresce in sordina, non invitato. Quando si è gonfiato abbastanza da occupare gran parte della scena, eccolo che procede a scuotermi.

Mi risveglio pensando sia la natura a chiamarmi, mi alzo. Torno a letto e lo trovo occupato. Mi distendo chiudendo gli occhi illudendomi che questa notte farà eccezione.

Ma ecco che mi si avvicina mia sorella, sparita durante un’escursione in Asia. A tirarmi le dita dei piedi, il pensiero del mutuo in scadenza. Avvinghia le sue lunghe gambe e infinite braccia, l’ansia per le liti intestine in famiglia.

Un’altra notte in cui, spettatore, assisto a tanti piccoli drammi che costellano la mia giornata. Non sarà l’Amleto, ma ormai sono parte della routine. Non sarà l’Amleto, ma chi sono io per dirlo?

S.A.

Nella mia famiglia tutte facce strambe

Nella mia famiglia tutte facce strambe. Occhi a palla, occhi verdi. Nasi enormi, sguardi torvi. Per non parlar dei seni tondi e delle bocche spalancate. Poi corpi slanciati, e piedi piatti. Nessuna eccezione, nessuna tradizione. Ognuno è diverso a modo suo. Ci siamo mischiati nell’euforia del tempo. Nessun incontro fluido, solo abbracci confusi. Solo storie combinate, solo amori impossibili.

Io ne resto fuori, sia chiaro, altrimenti chi racconterebbe ‘ste stranezze? E pensare che nella storia di famiglia sto collocato poco sopra “Maria la pazza”, e poco in basso di “Zi’ Antonio che portava sempre i limoni”. Che piacere ‘sta famiglia di strani, che libertà dentro ‘sta famiglia d’irrequieti e troppo quieti. Di seni enormi e culi piatti. Di urla, di sorrisi e silenzi tombali. E pure quando arrivano nuore, generi e nipoti acquisiti, il flusso continua. Un contagio virale vivo e generante di casi umani incessante.

Un romanzo non basterebbe, un racconto la umilierebbe, ‘sta storia va distribuita a cadenza annuale. Non parlo di biografia: troppo semplice sarebbe. Storie, leggende, e pettegolezzi che raccontano, tra le righe allegre, una miniera di una miserabile storia. Non conta la verità strillata, ma le verità sussurrate qua e là nelle pagine più in ombra. Sant’iddio, la narrativa è vita che si fa suggerire dalla fantasia. Storielle e tragedie che nel tempo si adagiano. Noi a srotolare e fare a pezzetti tutto questo.

Poi lacrime e risate borbottano tra le pagine, ché una è figlia dell’altra. Ma cosa importa? Bisogna sempre trovare il tempo di pulire dalla cenere i nostri occhi umidi. E mai farsi schiacciare da una sola emozione. Altrimenti una scopata diventa una lezione teleguidata di fitness yoga…

Noi siamo sangue rappreso che si scioglie nel bucato delle nostre storie private. Almeno fino a quando non si decide di scriverle ‘ste cose. E allora son risate e bastonate, dipende dai parenti e amici che si ha.

P.S.