faccia

Stavolta ci metto la faccia

Si stava seduti al bar, poco prima di cadere nella noia. Propongo: prendiamo il notturno? Aveva piovuto tutto il giorno, costringendoci al chiuso. Prendiamo al volo il bus. Ci sono i lavoratori della notte, un paio di barboni e qualche ragazzo stonato d’alcol. Ma le fermate sono infinite, e il saliscendi di facce strambe ci mette allegria. Così ci mettiamo a raccontare segreti. S. comincia con la sua omosessualità ancora nascosta: in paese pochi lo sanno e mia madre trattiene questa verità come fosse una bomba a orologeria. Amore e terrore, così decidiamo di intitolare questo suo racconto. Il bus svolta sul ponte e noi scendiamo: l’Arno è gonfio, quasi ci sfiora. Restiamo in silenzio tra i curiosi e i paurosi. Faccio il solletico a S. e lei si piega dal ridere: scemo! Seduti sul gradino di una chiesa, le confesso dei miei: mio padre sempre fuori per lavoro, mia madre sempre chiusa in casa senza amore. E poi le urla subite, gli abbracci improvvisi che culminavano spesso in attacchi di solletico. Avevo otto anni, poi finì la commedia. S. mi sta fissando come nessuno aveva mai fatto. La bacio, la stringo e mi metto a piangere come a nove anni davanti alla tavolata di Natale. Tutti sbigottiti, tutti fingendo stupore come davanti a un finale stranoto: nessuno che mi abbracciava. S. invece quasi mi stritola d’affetto nel dirmi che non aveva mai passato una notte così bella.

Così da quel giorno ogni tanto salgo sui notturni romani e vedo sfilare facce, culi e braccia e una volta a casa scrivo racconti di abbracci e corpi mai avuti. Stavolta ci metto la faccia. Un caro saluto Sandra.

P.S.

Nella mia famiglia tutte facce strambe

Nella mia famiglia tutte facce strambe. Occhi a palla, occhi verdi. Nasi enormi, sguardi torvi. Per non parlar dei seni tondi e delle bocche spalancate. Poi corpi slanciati, e piedi piatti. Nessuna eccezione, nessuna tradizione. Ognuno è diverso a modo suo. Ci siamo mischiati nell’euforia del tempo. Nessun incontro fluido, solo abbracci confusi. Solo storie combinate, solo amori impossibili.

Io ne resto fuori, sia chiaro, altrimenti chi racconterebbe ‘ste stranezze? E pensare che nella storia di famiglia sto collocato poco sopra “Maria la pazza”, e poco in basso di “Zi’ Antonio che portava sempre i limoni”. Che piacere ‘sta famiglia di strani, che libertà dentro ‘sta famiglia d’irrequieti e troppo quieti. Di seni enormi e culi piatti. Di urla, di sorrisi e silenzi tombali. E pure quando arrivano nuore, generi e nipoti acquisiti, il flusso continua. Un contagio virale vivo e generante di casi umani incessante.

Un romanzo non basterebbe, un racconto la umilierebbe, ‘sta storia va distribuita a cadenza annuale. Non parlo di biografia: troppo semplice sarebbe. Storie, leggende, e pettegolezzi che raccontano, tra le righe allegre, una miniera di una miserabile storia. Non conta la verità strillata, ma le verità sussurrate qua e là nelle pagine più in ombra. Sant’iddio, la narrativa è vita che si fa suggerire dalla fantasia. Storielle e tragedie che nel tempo si adagiano. Noi a srotolare e fare a pezzetti tutto questo.

Poi lacrime e risate borbottano tra le pagine, ché una è figlia dell’altra. Ma cosa importa? Bisogna sempre trovare il tempo di pulire dalla cenere i nostri occhi umidi. E mai farsi schiacciare da una sola emozione. Altrimenti una scopata diventa una lezione teleguidata di fitness yoga…

Noi siamo sangue rappreso che si scioglie nel bucato delle nostre storie private. Almeno fino a quando non si decide di scriverle ‘ste cose. E allora son risate e bastonate, dipende dai parenti e amici che si ha.

P.S.