E.G.

Piccolo fiore

Piccolo fiore, quando la vita

per un momento mi tradisce,

tu custodisci il mio bene

e io, sui miei vent’anni, mi fermo

a respirare questo profumo

che amo più di ogni altra cosa.

Nel mio cuore tu fiorirai sempre,

sempre al grande giardino d’amore

– piccolo fiore.

Petite fleur – Sidney Bechet

traduzione e disegno di E.G.

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Lettera da Beslan (estate 2004)

A quanto pare, c’erano state solo le strida

degli uccelli spaventati, e nessuno aveva

mai creduto possibile che un grande freddo

si preparasse a scorrere come una falce

sull’innocenza dei prati. Gli uccelli

erano volati lontano: confusi, forse,

come chi non riconosce più le stelle,

i tetti, le case. C’era stato anche un vecchio

Labrador che aveva abbaiato per giorni

e per tutta quell’ultima notte.

Ma solo quando si è capovolto l’universo

qualcuno ricorda che il cielo era vuoto,

come se, nonostante l’afa, ci fosse

un inequivocabile annuncio d’autunno.

È stato un attimo: la grandine

è scesa con una violenza

di cui nessuno aveva più memoria

e nei campi diventati di pietra

tante giovani vigne hanno perso l’età

e molti grappoli d’uva

sono caduti a terra, sono caduti gli uni

sugli altri tra le grinfie della notte.

Era come sentire il rantolo pasquale

dell’agnello scuoiato, poi è stato il fumo

che ristagnava denso

e questa mano che non sa tracciare altro.

Ah, incendiata Beslan, inestimabile

gioia se ne è andata insieme a loro,

mentre gli ingranaggi del tempo

non girano più che a vuoto

e il paese è diventato ormai così piccolo

che non c’è casa in cui non si cerca

un’abitante che non c’è più.

Ah, se ti avessero ascoltato vecchio Labrador,

ora solo i bambini che non vanno a scuola

alzano gli occhi al cielo di tanto in tanto:

sembra che nessuno di loro

abbia più rivisto un solo uccello, e questo è quanto.

E.G.

Grandi speranze

L’anno scorso è stato il bicentenario della nascita di Dickens. Ma non è questo il motivo principale per cui dovresti leggere Grandi Speranze. No.

Dovresti leggerlo perché l’ha scritto Dickens,  e nell’ottocento il primato di unire storie pop a una comunicazione tanto facile dei sentimenti dei suoi personaggi se lo giocavano lui e Dostoevskij.

Altra cosa: Dickens non è il polpettaro che vuole intristirti a tutti i costi che molti credono. Il tipo di scrittore che fa venire la polio a un bambino, e povero e affamato e buono di cuore, lo chiama Tim e gli fa dire “e un felice Natale a tutti quanti” solo per il gusto di suscitare sentimenti di pietà nel lettore. Lui è il tipo di scrittore che non ha paura di mostrarti i lati più deboli e sensibili dell’animo umano, che è un’altra cosa. Da non confondere con la sofferenza esibita di tanti scrittori. Dickens non ci parla della sofferenza per impietosirci, per urtarci, ma per mostrarci come agiscono i sentimenti umani. Basta la smetto.

Inoltre, Dickens non ama la retorica (anche se, TOC TOC, ti sembra di sentir battere la stampella del piccolo Tim in risposta alla parola -retorica-), è un outsider, lui. E’ stato povero, si è fatto strada da solo, lui. E non manca mai nei suoi libri di deridere tutti i fieri borghesi arricchiti che aiutano il prossimo, ma solo a parole, generosi dispensatori di compassione.

E di ipocriti borghesi, il piccolo Pip ne conoscerà parecchi. Il piccolo Pip è un orfanello che vive con la sorella e suo marito, Joe. E’ destinato a fare il fabbro. Un giorno però viene a sapere che un generoso e misterioso anonimo gli ha destinato una grossa eredità, da intascare quando sarà maggiorenne. Nel frattempo dovrà istruirsi, andare a teatro, avere dei precettori per prepararsi cioè a diventare un <<signore>>.

Lentamente Pip dimentica i sentimenti spontanei e semplici imparati da Joe, e inizia a nutrire l’ambizione di distaccarsi completamente dalle sue origini, assieme alla frustrazione per non sentirsi all’altezza di Estella. Estella è ricca, indifferente a Pip e di una bellezza rara e inaccessibile. Pip, neanche a dirlo la ama follemente, anche se sa che lei non lo considera.

Ora, con una trama simile, il romanzo potrebbe benissimo essere un polpettone vittoriano su onestà&redenzione o peccato&colpa. Ma dato che, fortunatamente, Dickens è Dickens la storia ci viene raccontata con spigliata ironia quando serve e sentito sentimento nei momenti più toccanti.

Per esempio sono spassosissime le scene in cui ci viene descritta l’inettitudine di alcuni teatranti che recitano l’Amleto. O quando Pip lascia trasparire nel raccontato la sua arroganza nei confronti dei servi di bottega che si era guadagnato gratuitamente assieme alla ricchezza.

Prima di tutto però dovresti leggere Grandi Speranze perché parla di un amore tormentoso, non corrisposto e triste.

Come Little Dorritt, Grandi Speranze parla dei sentimenti possessivi di anziani mentori (in LD era l’influenza del padre sulla giovane Dorritt) sui giovani. Sulle storture delle istituzioni e l’angoscia della miseria. Ma prima di tutto, come ogni storia di Dickens, parla dei pregi e dei difetti delle persone.

Dovresti leggerlo perché parla e deride dei vizi umani come egoismo e avidità. Perché Joe è un buon uomo mezzo analfabeta ma di un tenerezza irripetibile, perché questo non è il solito libro tutto è bene quel che finisce bene.

Dovresti leggerlo perché Pip riesce a dire una cosa simile:

“Esclusa dai miei pensieri! Tu sei parte della mia vita, parte di me stesso. Sei stata in ogni riga che ho letto da quando sono stato qui la prima volta, ragazzo ordinario e rozzo il cui povero cuore hai ferito già allora. Sei stata in ogni cosa che ho visto da quella volta – nel fiume, nelle vele delle navi, nella palude, nelle nuvole, nella luce, nel buio nel vento, nei boschi, nel mare, nelle strade. Hai dato corpo a ogni soave fantasia che la mia mente ha conosciuto. Le pietre di cui son fatte le case più salde di Londra, non sono meno reali né più impossibili da spostare per le tue mani, di quanto siano stati, e sempre saranno per me, la tua presenza e il tuo ascendente, in questo luogo e in qualunque altro. Estella fino all’ultima ora della mia vita, non potrai non rimanere parte della mia natura, parte di quel po’ di bene che è in me, parte del male.”

Bisogna chiedere altro a uno scrittore che scrive cose così?

E.G.

Grandi Speranze - Charles Dickens

Grandi speranze

Charles Dickens

Einaudi editore

Gelide scene d’inverno

Dato che quest’anno sembra farà parecchio freddo, l’anno scorso per dire abbiam battuto le brocchette fino a marzo inoltrato, e visto che la crisi va avanti alla grande, c’è un libro, che si adatta bene al clima che stiamo passando.

Il libro in questione è un esordio letterario datato 1976, tradotto per la prima vota in Italia da Martina Testa e edito per la Minimum Fax. Lo ha scritto Ann Beattie, nata nel 1947, che è autrice di sette romanzi e otto raccolte di racconti e può essere considerata un esempio di perseveranza: infatti l’esigente New Yorker rifiutò di fila ventun suoi racconti prima di pubblicarne uno.

Charles, il protagonista, è un giovane che rimpiange la sua vecchia fiamma, Laura, di cui è ancora innamorato; attraverso la prosa secca ma elegante della Beattie ne seguiamo le giornate che si rincorrono irrisolte e un po’ tristi. La narrazione è in una distaccatissima terza persona, al tempo presente e senza interventi da parte dell’autrice. Charles esce a bersi una birra con  Sam, il suo amico, si occupa di sua madre che ha perso la sanità mentale, parla con la sorella Susan, passa con l’auto di proposito davanti alla casa di Laura. Gli eventi procedono così, per quasi quattrocento pagine. E da queste quattrocento pagine emerge in superfice il bisogno di umanità, di ricominciare, che Charles va cercando di ricreare attraverso tutti i suoi rituali quotidiani. Come succede a tutti in poche parole. E come succede spesso a noi, le giornate di Charles si ripetono come i titoli di testa di un film che non inizia mai.

Ho letto poco tempo fa un articolo di Tommaso Pincio su Moravia, citando Melville lo scrittore romano sosteneva che non possono esserci grandi romanzi senza grandi temi. Per certi versi Pincio “condannava” le narrazioni in prima persona perché troppo aderenti alla vita quotidiana che spesso corrisponde a quella dell’autore. Ed è così per gelide Scene d’Inverno: Ann Beattie racconta nell’introduzione che all’epoca viveva “in una cittadina del New England che aveva una fabbrica di manici per asce, un emporio dove i pacchetti venivano legati con lo spago, un ufficio postale, un alberghetto e un rivenditore di auto usate”.

Una provincia anonima, come quella in cui vive Charles. O in quella in cui potremmo vivere noi. E perché no, non c’è anche qualcosa di personale nella stanca ripetitività con cui vive Charles? Sì c’è.

Ma la cosa piacevole di questo libro è che la Beattie riesce a raccontare tutto questo senza darne un immagine negativa o superficiale, come sarebbe facile fare, e per questo il filo di speranza che si srotola per le pagine è lo stesso che lega insieme le nostre giornate.

E certo non ci sono grandi romanzi senza grandi temi, ma sicuramente non ci sono grandi romanzi senza notevoli scrittori (sai che rivelazione); per citare Longanesi in Italia non manca la narrativa, mancano gli scrittori. Ann Beattie è una scrittrice talentuosa, non che avesse bisogno della mia approvazione, capiamoci, e come per Jane Austen riesce a rappresentare tipi umani partendo da eventi di un microcosmo apparentemente sterile.

E.G.

Gelide scene d'inverno - Ann Beattie

Gelide scene d’inverno

Ann Beattie

Minimum Fax

Dico miao ai soldi

Larghe come lattuga

le chiome del viale,

e mamme con i figli,

che tengono per mano.

Vecchi in carrozzina

e auto in doppia fila.

Io reggo la parete,

nel vano della porta.

Mio cugino, padrone.

Io servo ai tavoli,

sei, in legno di pino.

La luce del neon del frigo.

Domenica mattina,

Tra le tre e le cinque,

ragazze si contorcono e

ridono con i fidanzati.

Mentre dicono cose buffe

che sanno solo tra di loro.

In bocca fiorisce

il profumo di vodka.

E  mentre mi dicono:

“No, niente cipolle,

no nemmeno piccante”.

Tipe con dentro solo

più sei kilocalorie.

Versi dorati del Corano

appesi in cornice sul muro.

E nelle casse, sempre,

hip hop egiziano.

Io, mio cugino e

pure suo fratello,

in grembiule bianco,

impastando oppure

infornando il kebab,

seguiamo con un

occhio la partita.

La sera tornando a

casa  mi sento così

stanco che di solito

mi spengo nel buio.

 

 E.G.

nota: E.G. è un nuovo articolaio/articolista/scritturologo/scritturista di Taccuino all’Idrogeno, e questo è il suo primo contributo. No, non c’è il toto-scommesse, ormai l’abbiamo già assunto, olè. Tornerà presto con nuovi contributi anche nella nostra rubrica di recensioni, sappiatelo.