donna

Mi hai visto con tutta la debolezza di fuori

Mi hai visto con tutta la debolezza di fuori. Ero abbronzato e le ferite sembravano piccole, invece erano enormi, e attraversavano tutto il corpo. Difficile da spiegare sotto a una pergola estiva cos’è che mi sconquassa, mi rende piccolo, e come un animale in gabbia mi fa muovere e respirare in eccesso. O dormire. In città la mia pelle è tesa, ma qui, schiacciato tra montagne e mare sono fragile e sempre in allerta. Come il gatto in un giardino di campagna, pieno di erbacce e sassi, sento tutto.

In città stanotte sarei scappato a immaginare lei che balla sul filo, come di trapezio, e io sotto a osservarla tra le maglie della rete. Accecarmi di lei e poi vedermi di spalle, che non soffrivo più, accorgendomene da una spalla leggermente piegata in avanti, e dalla mano ferma sul muretto, senza essere più tesa. Ma lei non c’è, e nemmeno un sogno stanotte a farmi ricordare i lineamenti lontani.

Avrei bisogno di sguardi profondi, abbracci improvvisi, parole in eccesso, e di un pompino. Il mondo che rotola e lei pronta a prenderlo tra le braccia.

Scusate, ma qui c’è un uomo sulla sabbia a cui tremano i piedi e le labbra, e non capisce più la differenza tra la paura e la notte. Non si accorge che il buio intorno è solo stanchezza di sentieri calpestati a casaccio. Si sono dissolti insieme alle carezze i risvegli belli di ieri.

Adesso lei dorme, e forma col suo corpo il profilo di una nave: pronta a salpare senza nemmeno un capitano a comandare la ciurma desiderosa.

P.S.

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Cervelli

Gangli e ossa. Nervi e unghie.

A conti fatti ne abbiamo di ognuno la stessa quantità, perlomeno così dicono.

Eppure, si dice, tu sia un miracolo della scienza.

L’unica donna senza cervello. E ancora in vita.

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S.A.

(nota: l’immagine è stata tratta da qui http://www.arsenalecreativo.com/wp-content/uploads/2013/11/telo-izlozba.jpg)

Scena muta

Scarpe rosseLe scarpe rosse le avevo comprate con le mance ricevute a Natale da” Mercury” un nuovo negozio di scarpe molto alla moda. Le avevo viste già da qualche settimana, le avevo desiderate e le avevo anche già provate e finalmente oggi mi ero decisa.

Erano tacco 12, decolleté. Modello classico solo il colore le rendeva speciali : rosso.  Erano la mia finestra sul mondo per poter dire esisto. Io ci sono. Ce la posso fare.

Avevo organizzato una bella cenetta a lume di candela avrei messo le mie scarpe nuove e un tubino nero. Nulla sarebbe stato fuori posto, tutto come da copione. Eppure avvertivo una certa ansia, un tremore, come i conigli che sapendo di essere una preda facile,  tremano anche quando li accarezzi.

Guardando fuori dalla finestra lo vidi arrivare e cercai di indovinare i suo umore dai pochi passi che separavano il citofono alla porta di  vetro della scala. Nessun segnale tutto tranquillo, potevo smettere di trattenere il fiato.

Driiiiinnn.

Apri in fretta, tutto doveva essere perfetto anche l’attesa sul tappeto del pianerottolo, e lo vidi entrare deciso in soggiorno come se io fossi trasparente. Lo sguardo si posò sulla tavola apparecchiata, le candele accese, la bottiglia di champagne nel secchiello del ghiaccio. Come un soldato scannerizò  la stanza come se avesse i raggi X al posto degli occhi. Non mi vide. La televisione era rimasta accesa  e trasmetteva una pubblicità con gridolini e risate.

“Ecco ti ho beccata!” questo gli lessi negli occhi quando usci dal mio nascondiglio  dietro la porta aperta.

E finalmente mi vide. O meglio io lo vidi.

Lui restò ciecamente teso nei muscoli e nel cuore senza che io potessi dire o fare molto.

Signori e signori si va in scena, affrettarsi nel prendere posto.

Lo spettacolo stava per aver luogo  tra le mura domestiche che erano diventate il nostro castello medievale:  lui indossò la maschera della gelosia  e io quella della povera orfanella e iniziammo il nostro gioco di ruolo.

Il nostro palcoscenico aveva come scenografia  un anticamera e sullo sfondo la porta della cucina aperta, a lato un attaccapanni e il vaso con i fiori secchi che mi aveva regalato dopo l’ultima volta. Protagonisti principali: il re pazzo che disfaceva a suo piacimento la trama del racconto, e la sua cortigiana silenziosa  che non rispondeva  ma abbassava gli occhi colmi di infelicità e sacrificio come a voler compiere il destino del mondo femminile .

Battute che non aspettavano risposte, accuse che non nascevano da prove. Balbettii e contraddizioni che si affollavano nella mia vocina  di vittima sacrificale. Non ero stata io a fare pensieri lussuriosi,? Guadati come sei vestita.? Chi stavi aspettando? Cosa ti credevi di fare puttana?

Non ero forse io che volevo vivere felice e contenti come nelle fiabe ? e di chi era la colpa se questo non accadeva? Eh di chi era? una spinta, una sberla, un braccio stretto fino a fare un livido : quante brutte cose coprono la rabbia e le emozioni.

E poi cosa volevo dire con quelle scarpe rosse?

Ah già le scarpe? Gli occhi si aprirono e si posarono un’ ultima volta. La mia finestra sul mondo era rimasta aperta, tre passi e saltai nel vuoto.

Ricordo solo le scale che feci di corsa, il tubino nero sollevato sopra le cosce, la voce fuori campo che mi urlava che sarei tornata indietro e che ero una poco di buono, che senza di lui non ero niente, e che le botte me le meritavo…

Io correvo. Ero fuori, ero libera, ero viva.

Sipario.

R.V.

Home Sweet Home

La prima casa aveva le inferriate alle finestre,

sono dovuto passare dalla porta.

L’ingresso era piccolo e tutto tinteggiato di

giallo, nel salotto ho trovato due bambini

che giocavano alla lotta, un bimbo e una bimba

avranno avuto circa sei anni.. belli e colorati.

Il papà stava sul divano, li guardava sorridendo

la mamma ha finito di lavare i piatti e

li ha raggiunti. Hanno passato una mezz’ora

piacevole, poi hanno portato i bambini a letto,

gli hanno rimboccato le coperte,

dato il bacio della buonanotte

e sono andati nella loro stanza, a fare l’amore.

Per non disturbarli sono uscito dalla porta di servizio

chiudendola piano dietro di me.

 

La seconda casa era poco distante dalla prima,

più piccola e malandata.

Era un vecchio caseggiato, solo un alloggio era

ancora abitato.

Dentro c’era un’anziana coppia, capelli bianchi e

radi. Guardavano un programma alla televisione

sembrava una piccola festa in una scatola, piena

di suoni e di colori sgargianti.

Dopo pochi minuti hanno spento lo schermo, senza dire una

parola, hanno appoggiato il telecomando sul tavolinetto

e si sono guardati. Lei si è spostata più vicino a lui,

lui l’ha cinta con un braccio

e le ha reclinato la testa sulla sua spalla.

Le ha baciato la fronte e si sono sorrisi.

Poi hanno chiuso gli occhi, addormentandosi.

Anche quella notte l’avrebbero passato lì, sul divano

senza scomodarsi per raggiungere il letto

nell’altra stanza.

Son passato nella loro cucina a bere un bicchiere d’acqua

e sono sgusciato fuori dalla finestra semiaperta.

 

La terza casa era piuttosto isolata e non c’era modo di entrare.

Mi sono avvicinato ad una finestra illuminata, per

spiare l’interno. Ho trovato un uomo, solo, seduto

su di una poltrona con un libro e un bicchiere di vino.

Rideva tra se e commentava a voce alta le righe che leggeva.

Mandava giù un sorso di tanto in tanto,

poi si è alzato, ha mosso qualche passo incerto ed è

crollato sul tappeto rosso, in centro alla stanza.

Ci si è arrotolato dentro, ha piegato le braccia sotto la testa

e si è addormentato, anche lui

fuori dal letto, ma mi sembrava sufficientemente felice

per fare dei bei sogni.

Poi ho trovato uno spiraglio, un’anta chiusa male,

e sono andato nella stanza per spegnere la luce.

Lui russava, non si è accorto di niente.

Avrei voluto raccogliere il suo libro per evitare che le

pagine si spiegazzassero ma non volevo sconvolgerlo troppo.

 

La quarta era casa mia, ho dato un’occhiata ma la conoscevo

bene, sapeva lo stesso odore.

 

Proseguendo per la quinta casa ho trovato una prostituta,

col suo cliente, in macchina.

Li ho spiati dal finestrino, lei piangeva e lui urlava

ad ogni spinta.

Le lacrime si vedevano appena, solo chi

non era preso dall’orgasmo poteva provare ad accorgersene.

Lui ha concluso facendoselo leccare, il suo

cazzo bavoso,

continuava a urlarle di bere il suo sperma.

Lei mi sembrava di averla già vista, chissà

quanto tempo prima, chissà se come cliente

o come amico

o come collega.

 

Nella quinta casa una donna picchiava il marito.

Sono potuto entrare dalla porta principale perché era spalancata,

lui era in terra, la pregava di smettere, lei lo colpiva forte, con un

bastone. Non so bene cosa dicessero ma le facce erano sconvolte

i lineamenti sfigurati. Allora sono salito di sopra, e lì c’era una culla,

con una bimba in fasce. Tutta rosa.

Dalla finestra del piano di sopra ho visto uscire l’uomo, di corsa,

piangeva come un agnellino. La mamma è salita,

ha cullato la piccola, l’ha allattata e l’ha messa a letto.

Poi si è coricata anche lei, vicino, con una espressione più

leggera.

 

Una volta fuori la strada mi è sembrata davvero fredda e vuota,

non ho trovato nemmeno un ombra a farmi compagnia.

In lontananza vedevo i contorni della sesta ed ultima casa,

ma non mi ci sono neppure avvicinato.

Ho tirato dritto, in mezzo ai campi,

e ho passato la notte sotto il cielo nero.

F.K.

 

foto di E.Z.

 

Un cerotto

Un pò in ritardo, ma solo di qualche ora, sulla tabella di marcia, eppure eccoci qui, anche questo venerdì. L’ultimo, prima della pubblicazione del prossimo numero del Taccuino (che c’è, c’è, arriva, arriva, si sta impaginando) ma non ultimo in ordine di importanza l’articolo che andiamo testè a pubblicare, anticipatamente presentato in esclusiva su SettePerUno e che potete andare eventualmente a ripescare qui. Ecco quindi a voi l”articolo che chiude la serie di quattro “componimenti” scritta ad hoc per gli amici di Sette per Uno. L’ultimo della prima serie. Poi si vedrà.

Buona lettura e sempre in alto i calici (oh, è arrivato pure ‘sto week end, eh!)!

ps: e adesso diteci che l’immagine del martedì non era azzeccata…

 

Un cerotto

Un attimo, la frazione di un nanosecondo e dentro la mia testa si erano spalancati interi affreschi, chilometri di pellicola cinematografica, tonnellate di pagine. Alle volte capita: un’ondata incredibile di vissuto che si espande nello spazio d’un battito di ciglia. La sensazione è quella tipica del sub in immersione che riprende fiato dopo l’apnea, con l’aria che riempie i polmoni di colpo e il rumore del rantolo. Ero nel pieno di un supermercato gremito e tac, di colpo una nota mi aveva raggiunto nell’aria: una nota di profumo, si intende, una di quelle che si incastrano tra il naso e il palato e poi sembrano rmettere in moto il cervello. Avevo colto quasi di sghimbescio, per sbaglio, un profumo particolare, un profumo di donna, di fiore caramellato e sapone e tabacco e alcool, un sentore fatto di mille tasselli. Naaah, non può essere lei, pensavo. Eppure quando qualcosa sepolto nelle tue viscere viene risvegliato di colpo ti sembra di trasalire come se ti levassero un cerotto a tradimento, di colpo.

Immediatamente l’istinto fu quello di controllare, di guardarmi attorno, di capire da dove venisse: un’odore è un’alchimia singolare, quasi impossibile trovarne due uguali; doveva essere lei, certamente. Lasciai il posto in fila alla cassa e mi misi a cercare: l’odore era fin troppo evanescente in mezzo al nugolo nel quale lo percepivo, ma qualcosa di stampato nel cervello mi permetteva di seguirne anche solo le tracce in mezzo a mille altre. Cristo, neanche il banco del pesce riusciva a farmi perdere, neanche il mio raffreddore perenne, e già con la fantasia correvo al momento ormai vicino di quando l’avrei rivista. Che diavolo si può dire ad una di cui sei stato innamorato perso, come un ragazzino, e che rivedi dopo qualcosa che ti sembra siano anni? Nulla, ovvio. Avrei al limite balbettato come un imbecille, avrei sparacchiato stupide ovvietà, e abbozzato un sorriso di sottecchi. Lei avrebbe risposto al mio saluto ebete, o forse no alla peggio. Mi rendevo conto ad ogni passo che, diavolo, vederla cambiata mi avrebbe potuto perfino fare male perfino ora. La mia adolescenza di fronte a queste cose ancora non si sopisce, inutile stare a pensarci, sentivo perfino la glottide stringersi assieme al respiro, più breve. Girai l’angolo, ormai sicuro di vederla, mentre provavo mentalmente la scena dell’incontro fintamente casuale: avrei fatto finta di non vederla all’inizio, forse, non potevo assimilarla tutta intera di colpo. Mi serviva sicuramente qualche secondo per guardarla, per prepararmi all’urto. Presi quindi un respiro più lungo, e mi avvicinai al punto del banco dei dolciumi dove avevo individuato una figura simile alla sua, mentre l’odore si faceva più intenso.

Con mia sopresa mi accorsi che la ragazza che avevo individuato non era lei. Mi resi conto infine che l’odore veniva da un’altra donna, sulla quarantina, un cappotto nero col bordo di pelliccia che comprava dei cereali nesquik appoggiandosi al carrello. Il quasi impossibile era possibile, evidentemente.

Mi allontanai guardando in basso, con la chiara percezione della mia idiozia che vivida mi percorreva la testa. Trovai una cassa libera e vi appoggiai la spesa: una fanta, una bottiglia di amaretto, un pacco di biscotti e un vaso di nutella; al solito la cassiera mi fissò in bilico tra la disapprovazione e una cinica ilarità. Del resto alle otto di sera pochi hanno le forza di cercare un significato, e in fin dei conti non c’era neppure troppo su cui rimuginare: Il solito sbandato, il solito eterno sedicenne. Pagai e mi allontanai, col mio vaso di pandora rotto e la testa conseguentemente piena di pensieri inutili.

K.S.