dolore

L’Angelo e il dolore

Un angelo mi ha visto. Ha capito che avevo bisogno d’aiuto. In picchiata è sceso sino a me, ferendomi con un colpo d’ala.
L’ angelo ha capito che avevo bisogno di un po’ di dolore sulla mia pelle per capire.
Il dolore degli altri.
Angeli.

M.M.

Notturna

Notte.

Dormo, con la testa liquida,

piena,

di pensieri bizzarri

che navigano su zattere di mitili sul fondo,

che raccolgono pesci, crostacei, molluschi

e immagini. E se li portano via.

Un liquido nero che riluce

di una luce diafana,

sulla superficie grigia che stride

contro il vuoto incolore della restante parte del cranio,

provocando la stessa sensazione

di acqua bollente sulla pelle congelata.

Di notte.

Dormo rivolta a destra o a sinistra,

indistintamente, non vi è alcuna preferenza,

non ci sono aliti né respiri,

non c’è alcun disegno.

Solo parti del corpo, che sento sbattere forte con le mani,

alle pareti, sulle pareti,

che non hanno mangiato le unghie,

che sento, quando dolgono.

Così è che dolgere è il volgere,

il dolgere che non esiste

in una parola fatta di grafite, inchiostro o suono,

nella parola,

fine a se stessa.

La notte.

Dolgere, lui tocca il corpo,

e vi trasmette l’azione, della sua desinenza,

lui.

E la perde.

La lascia lì, a pulsare,

incessante, costante, assillante.

E diventa dolgo.

Nella notte.

La sua estremità schianta,

dentro e fuori, ancora fluidità

e vista che sfoca, e tentativo fallito,

e sveglia.

Io, e io, mi giro a destra o a sinistra e sempre,

è lì,

e la mia mano destra,

è lì,

e la mia mano sinistra,

non sotto il cuscino ma sotto la testa,

a reggere il peso delle ossa e a non far rovesciare il liquido.

Per non sporcare forse,

con altri pensieri, che già cigolano nell’aria,

anche il cuscino

e le lenzuola.

Notte.

I.M.

Senza Titolo

Circondami. Danzami attorno. Afferrami e tirami.

Ora fammi correre, lasciami. Cado. Colpiscimi. E fallo con forza.

Una, due volte. Sento qualsiasi dolore ma vedo già più avanti.

Adesso abbracciami, lasciami piangere.

Fammi leggere le labbra e quando sorrido ritorna a colpirmi.

Prendi bene la mira, rompi qualsiasi cosa.

Labbra, cartilagine, ossa, pelle.

Vai giù e continua a colpire finchè non senti lo stomaco aprirsi.

E inghiottire tutto quello che c’è.

Guardalo chiudersi, ricucirsi. Accarezzalo, tienilo fermo.

E affonda di nuovo le dita.

 

S.A.

 

Lacrime di Sabbia - E.Z.

 

Nostalgia

È un dolore morbido, la nostalgia. All’improvviso manca qualcosa, o qualcuno, o un luogo.Un odore, una luce. Uno sguardo, un gesto, l’energia di un corpo.Una stanza, una strada d’estate, un angolo di mondo. Una voce. Un sorriso. Suoni. Parole. Una particolare inclinazione. Si stringe lo stomaco, e lasceresti cadere anche una lacrima solitaria, non fosse che il dolore morbido della nostalgia non fa piangere. Fa sorridere.Di un sorriso largo, che si appoggia su una lieve smorfia. Una smorfia nostalgica.Bisognerebbe sempre fermarsi, quando arriva la nostalgia. Qualunque sia la cosa fondamentale che stiamo facendo.Fermarsi. Sprofondare. Bersi tutto. Catapultarsi nell’attimo. Vivere l’odore, la luce. Vedere lo sguardo, il gesto, sentirsi accanto a quel corpo. Ricomporre, pezzo per pezzo, quell’inclinazione particolare. Quel sorriso. Quella voce. Quei suoni. Quelle parole.
Fermarsi.
Lasciarsi stropicciare dal dolore morbido.
Fermarsi, lasciar perdere tutto, tutto il presente, tutto il qui, tutto l’adesso.
E ascoltare quello che ha da dirci la nostalgia.
Ascoltare bene.
Concedersi tempo.
Farsi un regalo.

J.W.

Via con Matrix

Anche se sono stata criticata per questo, continuo a prendere spunti per la mia vita dalle figure astratte che incontro. O meglio (altrimenti sembra che la mia personalità sia pari a zero) sono sensibile agli insegnamenti e agli spunti di qualsiasi natura che mi offrono libri e film.

E in questo caso faccio il bis, perché parlo di “Gone with the Wind” (Via col vento), considerato da tutti erroneamente (e questo non è un giudizio personale, ma un dato di fatto che vi obbligo ad accettare) un mattonazzo alla stregua della Corazzata Potëmkin; dicevo, faccio il bis perché ho sia letto il libro sia visto il film. E non è stata una cosa da poco….emotivamente sono uno straccio.

Ci sono alcuni punti del film che mi hanno ricordato l’università, e il corso del secondo anno di letteratura..e una persona che una volta mi ha detto “Ti dirò quello che Ashley dice a Scarlett ad un certo punto del film: non solo bella, ma cara.” Già questo ha provocato in me un principio di catarsi. Cavoli.

E poi Scarlett. Scarlett che ogni volta mi ricorda quanto si possa fare se c’è passione, e che gli sforzi che facciamo in nome delle cose che amiamo possono non andare a buon fine ma comunque restano. Scarlett che ama la vita e ci resta attaccata con le unghie in ogni momento. Che sfodera un’audacia e noncuranza per gli altri inversamente proporzionale alla sua altezza. Che riscatta Tara dalle tasse, mette su la segheria e sopravvive a tutta la morte che le gravita intorno.

Sopravvive alla morte di qualsiasi caro, sembra davvero che il destino le riservi quella solitudine che tanto teme e cerca di compensare col denaro.

Scarlett che rifugge da qualsiasi brutto pensiero solamente posticipando il dolore, relegandolo al giorno successivo. E (nota cervellotica) riuscendo addirittura a svelare il recondito significato dei suoi incubi.

Audrey Hepburn in “Breakfast to Tiffany” diceva che quando si sentiva giù andare da Tiffany la faceva subito stare meglio; a me Scarlett O’Hara instilla forza e testardaggine, caratteristiche necessarie per ogni buon Irlandese, me compresa.

Adesso sono presa dal senso di immedesimazione e lo straniamento per una realtà che è ben diversa dall’America pre-in-post guerra civile. E dal senso di solitudine. Perché dove sono Melanie, Rhett, Ashley?

E allora dove vivo?

S.A.

Questa recensione, e quelle che seguiranno nelle settimane a venire, sono, ovviamente, personalissime e magari poco obiettive. Per date, analisi, critiche, non rivolgetevi a me. Come sempre, sono responsabile di ciò che scrivo, ma non dell’uso che ne viene fatto.