colori

Segnali dal presente

Tratti grigi ambiziosi e inespressivi,  sfumature, trame pesanti, o piccoli segni di inchiostro, blu, neri.  Orme, graffi umani, pretese di futuro che non cercano il bello, non cercano niente. Scivolano frusciando sulla  zattera di carta alla deriva, punti sparsi in un perimetro ottuso, senza dimensioni.

La luce inciampa nel groviglio dei segni, penetra e in un lampo si espande, fluisce lungo lo svolgersi di un unico filo aggrovigliato slegato poco più in là, ripreso ancora, in mille e mille e mille anni mai interrotto. Esploratori di un nuovo cosmo abitato solo da linee tentano di realizzare un ritratto espressionista disciogliendo il profilo di un volto in parole liquide. Naufraghi dispersi del segno galleggiano nella risacca del futuro, sensonauti senza mappa disorientati dal mistero di simboli che loro stessi hanno creato.

Pigmenti disciolti in rigagnoli agonizzano risucchiati dal maggior affluente o altrimenti inariditi, ridicole prede di un centrismo impossibile.

Il filo di inchiostro arzigogola e striscia apparentemente  libero, illuso di esplorare i confini non ancora immaginati della storia. Come in un incubo non può che scivolare e restare intrappolato nel solco più profondo, scavato nei secoli da una sola martellante ossessione

io esisto io esisto io esisto io esisto

E.B.

Lunedì

Se non avessi sbattuto la testa stamattina, probabilmente non avrei barcollato fino alla stazione della metro.
Mi sarei invece incamminata a passo spedito e con sicurezza avrei raggiunto la solita fermata.
Neanche un’occhiata a chi mi stava intorno, occhi bassi sulla strada per non scivolare e solo uno sguardo veloce alle figure animate e vicine. Rimuginare sulle solite cose e pianificare la giornata e le parole.
E invece stamattina non riuscivo a tenere i passi, che scappavano ovunque.
Dondolavo per tenere la traiettoria, avranno creduto fossi ubriaca. Ma tutto si muoveva, la mia testa era leggera, pensavo si sarebbe staccata per volare. Ecco il perché del cappello.
Avevo l’impressione di camminare sui trampoli, il suolo lontano e un’eco, a tratti vicinissimo.
Non capisco, ho sbattuto la testa come mille altre volte. Ma oggi fa quasi bene, oggi mi piace.
Non riuscire a capire da dove vengano le voci, sorridere perché non riesco a tenere fermi i muscoli della faccia. Gli occhi ancora mi pulsano, è sempre così il mattino. È sempre così il lunedì.
Per fortuna quando ho sbattuto la testa ero già vestita, altrimenti avrei fatto così tanta fatica. Decisamente tanta.
E le lettere della tastiera stamattina si mescolano e più del solito le sento dire “dai, schiaccia me!”.
Ah la metro, quanto amo viaggiare in metro. Sono riuscita ad entrare, stamattina, per fortuna.
Urtando qua e là mi sono seduta e tenuta ben salda, o almeno questa è l’impressione che ne ho avuto.
Una volta scesa le scale sono state un problema, ma le risate che ormai uscivano copiose dalla mia stessa bocca mi hanno aiutato.
Ah stamattina, l’ho detto che ho sbattuto la testa? I pensieri si sono mescolati tutti e non riuscivo più a staccarli gli uni dagli altri. Come quando da piccolo ti regalano il pongo colorato e in un impeto di creatività lo mescoli tutto assieme. Ecco, una Pangea colorata e unica.
E quasi mi sembra escano dalle orecchie fili colorati che si avvinghiano ovunque.
Forse perché stamattina sistemandomi le scarpe ho sbattuto la testa. Lo sapevate?
S.A.

Banana Yoshimoto e la rotondità del suo pensiero

In sostanza col titolo ho già svelato dove voglio andare a parare.

Ho notato che la Yoshimoto è una di quelle scrittrici onnipresenti della quale moltissimi hanno letto almeno qualcosa.

Io faccio parte della schiera di lettori quasi adoranti che apprezzano, quasi più che le sue idee, l’involucro e il modo che usa per esprimerle. Le sue storie mi hanno trasmesso una voglia infinita di andare a visitare non i posti specifici dei quali racconta, ma il Giappone intero. Scoprirne la realtà nella sua totalità e pienezza.

Ho notato che per molti non è così. Mi viene da pensare che non la capiscano, ma potrei essere io a vedere quello che voglio; forse proprio perché la Yoshimoto permette di riempire i contorni degli oggetti e personaggi che crea, con la fantasia e prospettiva di ogni suo lettore. Io che amo i colori e i sorrisi farcisco facilmente i suoi personaggi con elementi simili. Che, nonostante fungano quasi da involucri pronti a ricevere connotati e proprietà dal e del lettore, hanno dei caratteri e caratteristiche ben precise.

Il suo modo di esprimere sensazioni e guardare alle cose è per me quasi infantile; il porsi di fronte ai fatti con animo aperto e semplicità di sentimenti; ricercare quella pienezza che va a creare la rotondità che intendo: piccole sfere di realtà che la Yoshimoto presenta perfette nella loro completezza, seppur breve o circoscritta. Tante scene che vanno a comporre un racconto; uno spezzato di realtà dei personaggi che viene descritto con grande semplicità e assoluta mancanza di voler esprimere giudizi.

I paragoni, utilizzati sempre moltissimo, contribuiscono a creare quell’atmosfera di semplicità e giovinezza anche nell’esprimersi: con aggettivi e un linguaggio certo non semplicistico, ma di chi preferisce associare delle immagini ben chiare a idee ed emozioni. Di chi intende far comprendere sé stessa e le sue percezioni in maniera chiara. Quasi inequivocabile.

Ricorre il suo cercare di indagare nei personaggi che si trova a gestire, storie che trattano sempre di morte e di come le persone rimaste si interfaccino con essa. La sua dote strabiliante sta nel non rendere macabro il tutto. Parla poco di fisicità e corpi e mi trasmette un concetto di etereo quanto mai reale e palpabile.

Come faccia me lo chiedo da quando, 6 anni fa, ho letto Amrita. Nei suoi racconti sento affiorare sempre la gioia, forse proprio quella vita che viene negata ad alcuni soggetti. Molti di loro piangono, vivono a stretto contatto con una mancanza che resiste in loro. Una mancanza da conservare nel ricordo, ma che viene riempita in ogni caso. Forse manca proprio la non-tragicità di queste mancanze. La morte vissuta come evento ma non come dramma. La si trova scritta ovunque e trattata, indagata, sondata in ogni modo, quasi per toglierle non la solennità ma la gravità.

Deve essere così perché quando sfoglio e chiudo l’ultima pagina, il solo sentimento che io provi è pace.

S.A.

Questa recensione, e quelle che seguiranno nelle settimane a venire, sono, ovviamente, personalissime e magari poco obiettive. Per date, analisi, critiche, non rivolgetevi a me. Come sempre, sono responsabile di ciò che scrivo, ma non dell’uso che ne viene fatto.