casa

Buio

SerraturaAllineai le scarpe davanti al letto.

Già non sentivo più le mani. Paradossalmente mi sembrava di percepire le unghie crescere, eppure le dita si muovevano senza che ne avessi il controllo.

Di vestiti, ne avevo gettati talmente tanti durante gli ultimi viaggi da averne a malapena metà armadio.

Una coscia aveva perso sensibilità da settimane.

Tirai fuori dall’ultimo ripiano dell’armadio in entrata, una scatola contenente tutto ciò che avevo usato negli anni per affermare “io”.

Non era un trasloco. Non era una nuova pagina. Tutto la faceva assomigliare a una resa.

Staccai anche le mascherine delle prese di corrente e le fotografai ben disposte sul letto sfatto.

Il frigo vuoto, splendente e spento mi sorrideva.

La caviglia, rotta anni prima e medicata velocemente, era snodata al limite del disgusto. Ma non sentivo niente neanche allora.

 Porta chiusa, chiavi girate.

Una casa che sarebbe rimasta al buio ogni giorno.

S.A.

Instant Karma

Instant Karma - W.P.

Ti vedo fuori giri, mio caro

Tutte quelle battaglie, quel correr di spada a ferro a fuoco

Già… Sporcarsi la faccia del grasso dei motori, gridare quanto si vuole, quanto si può 

Ma al ritorno a casa non ti senti già meglio, carissimo amico?

Casa è vita rosso sangue, flusso impertinente, territorio da conoscer prima con mappe dettagliate

Sporcarsi le mani di terra, accarezzare le spighe di grano come fa il Gladiatore di Ridley Scott non è preferibile?

Certo e ti ringrazio di riportarmi sempre alla realtà, fratello

W.P.

Interno 4

La soluzione sarebbe andare a dormire prima la sera e svegliarsi presto al mattino. Concedersi una colazione leggera, uno po’ di ginnastica. Guardare fuori dalla finestra e prevedere d’uscire, sia che ci sia il sole, sia che ci sia la pioggia. Poi infilarsi sotto la doccia. Percepire l’acqua come mani, come forza plasmatrice. Sentirla seguire le forme del corpo, cedere lungo le curve, diventare duttili, arrendersi allo scroscio, essere acqua noi più dell’acqua stessa. E finalmente gocciolare stanchi sugli spigoli.

Quando dico noi, dico…

Non so, forse servirebbe della musica.

Esco dal bagno a piedi nudi, lasciando orme umide del mio percorso.  Potresti poggiarci i piedi sopra e seguirle con facilità. Appariresti ridicolo, così impegnato in un passo che non è il tuo. Così impegnato ad essere qualcosa che non sarai mai.

Immagina di dover girare l’angolo, di dover entrare nella nostra camera da letto e non ricordarti ancora dove abbiamo scelto di mettere lo stereo.  Io, per esempio, non lo trovo davvero. Ritorno sui miei passi, mi giro di fretta perché adesso ho freddo, ma da dove sono venuta è scomparso tutto. E’ rimasta solo la traccia dei miei passi ad asciugarsi lentamente, in questa nebbia fitta che si alza sul pensiero.

Siamo sempre stati qui? Quanti giorni, mesi, anni ci abbiamo messo per ridipingere i muri, riempire gli armadi, scegliere i cuscini e che non fossero troppo morbidi o troppo rigidi e sottili?

Noi ci siamo sempre stati?

E quando dico ‘noi’ dico io e te, amore mio dolcissimo che non ti vedo. Né sulle mie impronte, ad imitarmi negli ancheggiamenti, né vicino allo stereo a scegliere tra Ella Fitzgerald e Lou Reed, perché Springsteen per me è troppo melenso.

Se vivessi al mare, in un posto sempre caldo, forse avremmo più tempo. Sarebbe un’eterna domenica, anche dopo notti intere, tornerebbe domenica. Pigra, ovattata, forse un po’ torbida come l’acqua di quel bicchiere, sporca di colore.

Ti dissi: – “Ti dipingerò come una delle mie puttane francesi”, mentre mi spogliavo per mettermi in posa. Ridevi. Non sono mai riuscita ad insegnarti a disegnare, né restando ferma immobile, né tenendoti per mano. Ma ho trovato lo stereo.

–       Non è un po’ grande?

–       Ma no, vedrai… gli troveremo un posto.

–       Avremo una casa che gira intorno allo stereo.

–       Avremo una vita che gira intorno a questa casa e io e te balleremo vorticosamente intorno a questo enorme stereo.

Mi lascio scivolare lungo la porta, distinguo con la pelle della schiena le trame del legno, tutte le vene mie e non. Ti aspetto qui per terra, come facevi tu, ai piedi del letto, con la colazione a freddarsi sulle ginocchia per non svegliarmi.

Siamo figli dimenticati di Beckett, aspettiamo per aspettare. Godot arriva, ci guarda, ride e se ne va. Non saremo mai, né tu né io, liberi di non esistere.

 

L.W.

A/R – R/A

Nota: di ritorno da un viaggio entra un nuovo forestiero nel nostro bar…

 

È una stanchezza tutta particolare quella che ti scivola addosso quando ti siedi su un sedile zozzo di un treno zozzo che ti riporta a casa dopo aver passato pochi giorni … a casa.

Nelle pieghe dei vestiti, nello zaino fatto in fretta, dove ho messo il biglietto, ho preso tutto, farei prima ad avere dei doppioni. Doppio spazzolino. Doppio pigiama. Ma anche doppio cellulare, doppio computer, doppio tutto. Tanto la vita doppia ce l’ho già. Perché per un secondo penso, sempre, sto andando o sto tornando? La testa si confonde, questione di un attimo, si annebbia, la geografia si frantuma, scendo o salgo, perdutamente.

Finché non mi rispondo, nessuna delle due cose entrambe le cose, tirando un sospiro, reclinando la testa all’indietro, per poi ricordarmi che mi fa schifo poggiare i capelli sul sedile zozzo del treno zozzo. Ché i treni puzzano, sono diventati inospitali. Ma sempre affascinanti, e tu ti siedi, e loro ti portano, o ti riportano.

O entrambe le cose, come nel mio caso.

E allora ti lasci andare al torpore. Ti accomodi meglio, scruti i vicini, sopratutto quello accanto, ci dividerai il bracciolo, e quello davanti con cui, in una promiscuità tra estranei mai studiata in modo sufficientemente approfondito, incastri le gambe con un gioco di scavallamenti e accavallamenti, mentre il treno ha un singulto, si muove, si ferma, riparte, piano, piano, veloce, veloce, velocissimo mai. E tu lasci indietro quella che è casa ma non lo è più. Ma che continui a chiamare così, casa. Esattamente nello stesso modo in cui chiami l’altro posto, casa. Con la sensazione di non aver avuto abbastanza tempo, di non aver abbracciato per quanto avresti voluto, di non aver detto tutto quello che c’era da dire, e bisogna rimandare, ma anche la voglia di dormire nel tuo letto e cucinare nella tua cucina. Il mondo che sfreccia fuori dal finestrino, dettagli impressi nella memoria, viaggio dopo viaggio, andata e ritorno. Ma quanti anni sono? Con il sole, con la pioggia, con la neve, natale e pasqua e un fine settimana al mese. Andata e ritorno, ritorno e andata. Sempre troppo, sempre troppo poco. Quando arrivi? Quando torni? Perché per gli altri è facile. Per quelli che stanno non esiste confusione, l’atto dell’andare e quello del tornare non si sovrappongono.

Mentre il treno rallenta, si ferma, stazione intermedia, dove siamo? E a te per saperlo basta l’orologio interno, o l’accenno di un’insegna che si introduce nella periferia distratta dello sguardo. Mentre il dirimpettaio di posto dorme a bocca aperta con la testa che gli ciondola, la vicina di bracciolo educatamente ritira il braccio quasi a dirti che adesso è il tuo turno. E il treno mangia e risputa rotaie, le orecchie si chiudono in galleria, e hai imparato a chiudere il naso con le dita e a soffiare forte. Mentre apri il libro che tenevi appoggiato sulle ginocchia, mentre metti le cuffie e accendi la musica. A palla. Mentre il corpo si assesta nell’assenza, in attesa.

 

J.W.