camminare

Home Sweet Home

La prima casa aveva le inferriate alle finestre,

sono dovuto passare dalla porta.

L’ingresso era piccolo e tutto tinteggiato di

giallo, nel salotto ho trovato due bambini

che giocavano alla lotta, un bimbo e una bimba

avranno avuto circa sei anni.. belli e colorati.

Il papà stava sul divano, li guardava sorridendo

la mamma ha finito di lavare i piatti e

li ha raggiunti. Hanno passato una mezz’ora

piacevole, poi hanno portato i bambini a letto,

gli hanno rimboccato le coperte,

dato il bacio della buonanotte

e sono andati nella loro stanza, a fare l’amore.

Per non disturbarli sono uscito dalla porta di servizio

chiudendola piano dietro di me.

 

La seconda casa era poco distante dalla prima,

più piccola e malandata.

Era un vecchio caseggiato, solo un alloggio era

ancora abitato.

Dentro c’era un’anziana coppia, capelli bianchi e

radi. Guardavano un programma alla televisione

sembrava una piccola festa in una scatola, piena

di suoni e di colori sgargianti.

Dopo pochi minuti hanno spento lo schermo, senza dire una

parola, hanno appoggiato il telecomando sul tavolinetto

e si sono guardati. Lei si è spostata più vicino a lui,

lui l’ha cinta con un braccio

e le ha reclinato la testa sulla sua spalla.

Le ha baciato la fronte e si sono sorrisi.

Poi hanno chiuso gli occhi, addormentandosi.

Anche quella notte l’avrebbero passato lì, sul divano

senza scomodarsi per raggiungere il letto

nell’altra stanza.

Son passato nella loro cucina a bere un bicchiere d’acqua

e sono sgusciato fuori dalla finestra semiaperta.

 

La terza casa era piuttosto isolata e non c’era modo di entrare.

Mi sono avvicinato ad una finestra illuminata, per

spiare l’interno. Ho trovato un uomo, solo, seduto

su di una poltrona con un libro e un bicchiere di vino.

Rideva tra se e commentava a voce alta le righe che leggeva.

Mandava giù un sorso di tanto in tanto,

poi si è alzato, ha mosso qualche passo incerto ed è

crollato sul tappeto rosso, in centro alla stanza.

Ci si è arrotolato dentro, ha piegato le braccia sotto la testa

e si è addormentato, anche lui

fuori dal letto, ma mi sembrava sufficientemente felice

per fare dei bei sogni.

Poi ho trovato uno spiraglio, un’anta chiusa male,

e sono andato nella stanza per spegnere la luce.

Lui russava, non si è accorto di niente.

Avrei voluto raccogliere il suo libro per evitare che le

pagine si spiegazzassero ma non volevo sconvolgerlo troppo.

 

La quarta era casa mia, ho dato un’occhiata ma la conoscevo

bene, sapeva lo stesso odore.

 

Proseguendo per la quinta casa ho trovato una prostituta,

col suo cliente, in macchina.

Li ho spiati dal finestrino, lei piangeva e lui urlava

ad ogni spinta.

Le lacrime si vedevano appena, solo chi

non era preso dall’orgasmo poteva provare ad accorgersene.

Lui ha concluso facendoselo leccare, il suo

cazzo bavoso,

continuava a urlarle di bere il suo sperma.

Lei mi sembrava di averla già vista, chissà

quanto tempo prima, chissà se come cliente

o come amico

o come collega.

 

Nella quinta casa una donna picchiava il marito.

Sono potuto entrare dalla porta principale perché era spalancata,

lui era in terra, la pregava di smettere, lei lo colpiva forte, con un

bastone. Non so bene cosa dicessero ma le facce erano sconvolte

i lineamenti sfigurati. Allora sono salito di sopra, e lì c’era una culla,

con una bimba in fasce. Tutta rosa.

Dalla finestra del piano di sopra ho visto uscire l’uomo, di corsa,

piangeva come un agnellino. La mamma è salita,

ha cullato la piccola, l’ha allattata e l’ha messa a letto.

Poi si è coricata anche lei, vicino, con una espressione più

leggera.

 

Una volta fuori la strada mi è sembrata davvero fredda e vuota,

non ho trovato nemmeno un ombra a farmi compagnia.

In lontananza vedevo i contorni della sesta ed ultima casa,

ma non mi ci sono neppure avvicinato.

Ho tirato dritto, in mezzo ai campi,

e ho passato la notte sotto il cielo nero.

F.K.

 

foto di E.Z.

 

Lunedì

Se non avessi sbattuto la testa stamattina, probabilmente non avrei barcollato fino alla stazione della metro.
Mi sarei invece incamminata a passo spedito e con sicurezza avrei raggiunto la solita fermata.
Neanche un’occhiata a chi mi stava intorno, occhi bassi sulla strada per non scivolare e solo uno sguardo veloce alle figure animate e vicine. Rimuginare sulle solite cose e pianificare la giornata e le parole.
E invece stamattina non riuscivo a tenere i passi, che scappavano ovunque.
Dondolavo per tenere la traiettoria, avranno creduto fossi ubriaca. Ma tutto si muoveva, la mia testa era leggera, pensavo si sarebbe staccata per volare. Ecco il perché del cappello.
Avevo l’impressione di camminare sui trampoli, il suolo lontano e un’eco, a tratti vicinissimo.
Non capisco, ho sbattuto la testa come mille altre volte. Ma oggi fa quasi bene, oggi mi piace.
Non riuscire a capire da dove vengano le voci, sorridere perché non riesco a tenere fermi i muscoli della faccia. Gli occhi ancora mi pulsano, è sempre così il mattino. È sempre così il lunedì.
Per fortuna quando ho sbattuto la testa ero già vestita, altrimenti avrei fatto così tanta fatica. Decisamente tanta.
E le lettere della tastiera stamattina si mescolano e più del solito le sento dire “dai, schiaccia me!”.
Ah la metro, quanto amo viaggiare in metro. Sono riuscita ad entrare, stamattina, per fortuna.
Urtando qua e là mi sono seduta e tenuta ben salda, o almeno questa è l’impressione che ne ho avuto.
Una volta scesa le scale sono state un problema, ma le risate che ormai uscivano copiose dalla mia stessa bocca mi hanno aiutato.
Ah stamattina, l’ho detto che ho sbattuto la testa? I pensieri si sono mescolati tutti e non riuscivo più a staccarli gli uni dagli altri. Come quando da piccolo ti regalano il pongo colorato e in un impeto di creatività lo mescoli tutto assieme. Ecco, una Pangea colorata e unica.
E quasi mi sembra escano dalle orecchie fili colorati che si avvinghiano ovunque.
Forse perché stamattina sistemandomi le scarpe ho sbattuto la testa. Lo sapevate?
S.A.