bomba

e per ora, Ultimo

due giorni fa’ ho ingoiato la settima pallottola,

con un gran bicchierone d’acqua,

e sto ancora aspettando che faccia effetto.

mi ero cucito la bocca per smettere di fumare,

mi ero tagliato il naso per non sentire il profumo della città,

mi ero inferto profonde ferite alle gambe per poter restare a letto,

mi ero rotto la mano destra per non masturbarmi.

tutto questo è servito a poco, ho dovuto stare ai

patti e ingoiare la settima pallottola.

ora è dentro di me, forse è ormai parte di me,

magari si sarà piazzata vicino al cuore,

pronta ad esplodere a comando,

magari sarà in una caviglia, per

farmi cadere in ginocchio al momento opportuno,

magari sarà in testa, a ticchettare come una bomba

nella rete elettrica dei miei piccoli neuroni.

oppure sarà rimasta in fondo allo stomaco, come

le altre sei, e quasi non ci faccio più caso.

non posso incolpare nessuno perché il contratto

l’avevo stipulato con me stesso e non avevo

nessuna intenzione di fregarmi.

non so quante altre ne dovrò ingoiare,

quante ne dovrò assorbire e metabolizzare per purgarmene.

il pacchetto, qui vicino a me, è ancora pieno,

e non ho idea di quel che mi riserva il futuro.

F.K.

CHESIL BEACH ovvero un piatto servito alla freudiana

E anche questa volta Mc Ewan mi ha fregato.

Comincia in maniera lieve e quasi non ti accorgi di tutto quello che sta portando avanti.

Leggi e leggi e pensi che non è una storia, ma un corollario di vite.

E poi succede.

Finalmente si arriva al nodo gordiano.

Ti ci porta proprio sotto senza farsi sentire, fino a poco prima il lettore naviga abbastanza ignaro.

Ti spiega il perché, ti fa vedere tutti i lati del cubo. Te li racconta, ci scherza quasi su.

Ed eccoci all’apice.

Mc Ewan ama far gravitare la trama delle sue storie attorno ad un unico fatto centrale, tragico, quasi sempre a sfondo sessuale.

La trama esplode letteralmente sotto il peso del nuovo avvenimento. Un avvenimento, ce ne rendiamo conto dopo, al quale ci ha preparati sin dall’inizio. Eppure noi, sordi (ma non ciechi), avevamo trascurato le avvisaglie. Un giallista li chiamerebbe i segnali premonitori. E invece sono semplicemente dei fatti puri che ci hanno portato a delle precise (ed immaginabili) conseguenze.

E allora tutto non può che cambiare irrimediabilmente, in maniera spesso tragica.

Perché Mc Ewan è umano e non può tirarsi indietro di fronte al narcisismo provocato dalla propria scrittura. Gli piace, ne è fiero e si legge bene tra le righe. Rivendica l’attenzione del lettore, la cerca.

La storia si erge dall’inizio verso lo spannung, dritta, fiera. Mc Ewan ha una profonda relazione sessuale col lettore; ci fa assistere alla sua storia e ce ne spiega la soluzione. E il suo apice sconvolge non solo i personaggi che si trovano a doverne avere a che fare, ma lo stato delle cose, il lettore stesso. È un’esplosione che mira a colpire qualsiasi cosa.

In particolare Chesil Beach ha molto di tutto questo. I toni tragici che troviamo in Sabato ed Espiazione sono qui attutiti, ma ugualmente la trama sfocia nella tristezza, nel rimpianto. La sensazione finale del lettore è quasi di rabbia, è stupore e delusione.
Ed è solo dopo esserci voltati, alla fine di tutto, che si vede l’immenso cratere che ha provocato la sua bomba; e solo allora ci precipita sulle spalle il fardello della sua storia. Ma ormai è tardi perché i personaggi sono già scomparsi e Mc Ewan se la ride dietro la sua scrivania (me lo immagino alla macchina da scrivere….mi rifiuto l’idea di lui occhialuto dietro un Mac).

E noi lettori dobbiamo portare le conseguenze delle sue storie da soli.

Sei un irresponsabile Ian. Maledizione a te.

S.A.

Questa recensione, e quelle che seguiranno nelle settimane a venire, sono, ovviamente, personalissime e magari poco obiettive. Per date, analisi, critiche, non rivolgetevi a me. Come sempre, sono responsabile di ciò che scrivo, ma non dell’uso che ne viene fatto.

Manifesto

Taccuino all’Idrogeno è un tavolo con più di qualche bicchiere sopra e qualche carta da gioco, è un tavolo di legno in un vecchio bar quasi dimenticato, dove il barista riesce a servirti “il solito” perché conosce già le tue abitudini.

Seduta a quel tavolo qualche anima discute e chiacchiera mentre l’esperienza immediata della vita corre. Produce inconsapevolmente cultura spontanea, di quella che facevano anche i nostri vecchi; quella che deriva dal verbo colére, che indica l’operazione o l’azione di coltivare, atto dal quale nasce l’espressione figurata “cultura animi”. Al tavolo di Taccuino all’Idrogeno si sviluppa la forma e l’essenza umana, con tutte le sue facce. Da tempo. In un bar dimenticato da Dio.

Qui nel Taccuino ci consideriamo dei semplici osservatori attivi, molto opinabili, perché in realtà non sappiamo scrivere: crediamo infatti nell’uomo prima che negli alambicchi dello scrittore. Nell’uomo che scrive d’uomini e d’emozioni, di vita, di carne e nervi e sangue, d’organismi, non di sistemi; e che ne scrive da uomo, non da profeta.

Non vogliamo essere nulla più che un “qui” ed evitare di agglomerarci in un “noi” di idee comuni. Non ci teniamo a manina; crediamo piuttosto nel contenuto di ogni cosa, di qualunque espressione o forma si tratti. Lo scopo è il viaggio e non la meta. La meta è la tomba.

Non abbiamo buoni consigli o teorie illuminanti e le verità assolute sono davvero poche. Ci è voluta una vita per avere le nostre e si contano sulle dita di una mano. Non che non ci interessi il mondo che ci circonda, che costituisce peraltro ciò di cui ci nutriamo, come arte letteratura moda costume società medicina diritti umani natura ambiente scienze musica colonne sonore aperitivi amicizie relazioni e giochi in scatola, ma di quegli argomenti parliamo quando siamo sobri. Siamo stanchi dell’alternatività forzata come fonte di ribellione all’ignoranza. Il resto lo legge il lettore.

Il senso dell’umorismo e la consapevolezza di partire dal basso sono quello che più conta, assieme ai dubbi e alle beffarde ironie del caso e della realtà. Ci dissociamo da ogni buriana di schemi, da ogni bufera di codicilli, perchè non si perda il senso ultimo dell’iniziativa, ovvero la dimostrazione della superiorità della sostanza sulla forma.

Non vogliamo essere nulla più che avventori seduti al tavolo di un bar, a chiacchierare del più e del meno cercando d’essere i primi degli ultimi, i migliori dei peggiori; a sputare budella mentre guardiamo i fondi dei nostri bicchieri ormai vuoti. Rialziamo gli sguardi per guardarci negli occhi. Insomma, non illuminiamo ma di sicuro facciamo ambiente.

Dichiariamo quindi di essere responsabili di ogni scritto da noi prodotto ma non dell’utilizzo che sarà fatto di esso. Anche questo a scelta del lettore.

Taccuino all’Idrogeno