bianco

Quanto vale un foglio bianco per il Taccuino?

Quanto vale un foglio bianco

Quanto vale un foglio bianco per il Taccuino? Quanti like, cuori e commenti? È un’estate così fresca oggi, una giornata così aperta da riempire che le tragedie alla finestra stanno per arrendersi: lacrime già donate, pensieri cupi già provati. Cosa resta? Un abbraccio ai figli, di quelli che poi ci si butta sul divano come gatti arruffati. O altri abbracci graffi e sospiri come canzoni francesi: io e mia moglie sempre sul divano. O De Andrè che ci sveglia con la sua storia di contraddizioni e parole rare, d’amore, vere a raccontarcela, senza sconti né ruffianerie ritorna per parlarci dello stupore di vivere. O la gatta che poi ci va a dormire su quel divano la notte, quando tutti stiamo giocando a ping pong coi brutti sogni e, mentre schiacciamo e vinciamo, a forza di crederci ai sogni belli, il gatto si sveglia e passa in rassegna i nostri occhi leccandoci e asciugandoci quelle lacrime che nascondiamo sui social, agli amici e ai padri ormai seppelliti senza avergli dato l’ultimo bacio sulla fronte.

P.S.

Capsula lunare

Mi manchi

Soprattutto di notte

a volte anche nel pomeriggio inoltrato

Ti inoltrerei un alibi

un’alba

anche candida

Ti porterei ad Atlantide

su un carro stellato

di Orsa di caverna

nel buio

così

ugualmente

non ci saresti

Ti sembrerebbe di essere altrove

Soprattutto adesso

che è tutto bianco

di stella

cometa

S.O.

lunare

Io

Cari lettori,

è arrivato il venerdì ed è arrivato il momento di pubblicare la versione originale di “Io”, anticipatamente già pubblicato nel sito di SettePerUno e introdotta dall’egregia immagine del nostro grafico di qualche giorno fa. Nell’augurare a tutti voi una buona lettura alziamo i calici e vi invitiamo ad unirvi al nostro bar quando volete, con critiche, suggerimenti, complimenti (ocio) o nuovi cocktail.

A voi!

 

Io

Ci siamo io e quello nello specchio. Ci fissiamo, occhi negli occhi. Pupille, ciglia, palpebre.

Cerco frammenti da assemblare per costruire qualcosa che possa darmi struttura, e sostanza. Qualcosa su cui appoggiarmi.

Continuiamo a fissarci. Tutto il resto si confonde, sbiadisce, lo specchio mi restituisce solo pupille, ciglia, palpebre, intorno colori nebulosi, forme confuse, sovrapposte.

Scavo.

Devo scavare.

Mi servono dettagli. Gesti, frasi, odori. Luoghi. Sensazioni. Sicurezze.

Ricordi.

Sbatto le palpebre, tutto il resto torna nello specchio. Io continuo a guardarlo negli occhi.

Mi sistemo distrattamente i capelli, vittima di un riflesso incondizionato. Apro l’acqua, la lascio scivolare via. Il corpo, forzatamente e troppo a lungo immobile in posizione eretta, oscilla leggermente. Tocco le labbra, il naso, le guance, la fronte. Sento la pelle, le forme, le curve sotto le dita. Metto i polsi sotto l’acqua, cerco di spazzar via il niente. Uscire dalla nebbia.

Emergono schegge. Sbiadite, manipolate, viziate. Inutili.

Scavo senza sapere cosa cerco.

Scavo, non riconosco quello che vedo.

Chiudo l’acqua. Mi asciugo i polsi, le mani.

Mi volto. Conosco questa stanza, i suoi muri bianchi. E questo letto. Conosco l’odore di disinfettante. Conosco la storia del mio vicino di letto. Conosco i nomi di chi mi sistema le lenzuola e di chi mi porta da mangiare. Il nome di chi mi visita ma non mi dice quando tutto tornerà. Se tornerà. Conosco quello che vedo fuori dalla finestra fin dove riesco ad arrivare con lo sguardo.

Non conosco niente di quell’uomo nello specchio. Non conosco niente degli avvenimenti che gli hanno segnato il volto, delle traiettorie che lo hanno portato qui. Il suo passato è una melma inafferrabile, la memoria un cumulo di schegge che non posso ricomporre.

Mi siedo sul mio letto.

Ha mai amato? Ha fatto tutto quello che doveva? Tutto quello che voleva? Avrà pianto a sufficienza? Ha agito sempre con coraggio, guardando le cose per quello che sono chiamandole con il loro nome? È sempre stato onesto? È sempre stato gentile con le persone intorno a lui?

L’orologio ticchetta. È quasi mezzogiorno, è quasi l’ora di pranzo. Oggi è giovedì, minestra in brodo e purè.

Mi lascio andare sui morbidi cuscini, incrocio le dita delle mani sulla pancia. Respiro lentamente.

Mi piace il purè.

Al mattino preferisco il tè al caffè, senza zucchero. Mi addormento meglio se mi sdraio sul fianco destro. L’infermiera del turno di giorno ha gli occhi gentili e si muove con gesti lenti. Mi ha parlato dei suoi figli e di suo marito. Quella del turno di notte è più taciturna, riservata. Mi piacciono entrambe. Ieri ho visto sul giornale la foto di una montagna innevata, l’ho trovata bellissima. Penso di aver voglia di leggere un libro.

 

J.W.

 

 

Che strani sogni

Che strani sogni.

Fluttuare senza vergogna e senza vestiti nell’acqua piena di alberi.

Aggrapparsi ad un ramo in alto, pendere sull’acqua e ritornare sul tronco.

Percepire qualsiasi cosa a contatto con la pelle e non riconoscerne la differenza.

Vento che gonfia dei vestiti bianchissimi e dei capelli aggrovigliati.

Gli occhi che luccicano, nient’altro che acqua.

Saltare dalla banchina e continuare a guardare avanti.

Questi sono i sogni che dovrei fare ogni notte.

 

S.A.