attesa

Waiting

Attendo.

Sudo ghiaccio

Riempio piatti

Una vasca di filtri

E cestini da (s)vuotare.

 

Attendo.

Mi piace pensare

Che alcuna cosa mi farà male.

 

Attendo.

Lavo panni

Tolgo briciole

Metto il vestito (d)a festa

E orecchie tese da urlare.

 ……

Attesa…

(E dunque) Attendo.

Sovente,

Capita,

E’ certo,

Mi piace pensare

Che qualche cosa mi farà male.

I.M.

A/R – R/A

Nota: di ritorno da un viaggio entra un nuovo forestiero nel nostro bar…

 

È una stanchezza tutta particolare quella che ti scivola addosso quando ti siedi su un sedile zozzo di un treno zozzo che ti riporta a casa dopo aver passato pochi giorni … a casa.

Nelle pieghe dei vestiti, nello zaino fatto in fretta, dove ho messo il biglietto, ho preso tutto, farei prima ad avere dei doppioni. Doppio spazzolino. Doppio pigiama. Ma anche doppio cellulare, doppio computer, doppio tutto. Tanto la vita doppia ce l’ho già. Perché per un secondo penso, sempre, sto andando o sto tornando? La testa si confonde, questione di un attimo, si annebbia, la geografia si frantuma, scendo o salgo, perdutamente.

Finché non mi rispondo, nessuna delle due cose entrambe le cose, tirando un sospiro, reclinando la testa all’indietro, per poi ricordarmi che mi fa schifo poggiare i capelli sul sedile zozzo del treno zozzo. Ché i treni puzzano, sono diventati inospitali. Ma sempre affascinanti, e tu ti siedi, e loro ti portano, o ti riportano.

O entrambe le cose, come nel mio caso.

E allora ti lasci andare al torpore. Ti accomodi meglio, scruti i vicini, sopratutto quello accanto, ci dividerai il bracciolo, e quello davanti con cui, in una promiscuità tra estranei mai studiata in modo sufficientemente approfondito, incastri le gambe con un gioco di scavallamenti e accavallamenti, mentre il treno ha un singulto, si muove, si ferma, riparte, piano, piano, veloce, veloce, velocissimo mai. E tu lasci indietro quella che è casa ma non lo è più. Ma che continui a chiamare così, casa. Esattamente nello stesso modo in cui chiami l’altro posto, casa. Con la sensazione di non aver avuto abbastanza tempo, di non aver abbracciato per quanto avresti voluto, di non aver detto tutto quello che c’era da dire, e bisogna rimandare, ma anche la voglia di dormire nel tuo letto e cucinare nella tua cucina. Il mondo che sfreccia fuori dal finestrino, dettagli impressi nella memoria, viaggio dopo viaggio, andata e ritorno. Ma quanti anni sono? Con il sole, con la pioggia, con la neve, natale e pasqua e un fine settimana al mese. Andata e ritorno, ritorno e andata. Sempre troppo, sempre troppo poco. Quando arrivi? Quando torni? Perché per gli altri è facile. Per quelli che stanno non esiste confusione, l’atto dell’andare e quello del tornare non si sovrappongono.

Mentre il treno rallenta, si ferma, stazione intermedia, dove siamo? E a te per saperlo basta l’orologio interno, o l’accenno di un’insegna che si introduce nella periferia distratta dello sguardo. Mentre il dirimpettaio di posto dorme a bocca aperta con la testa che gli ciondola, la vicina di bracciolo educatamente ritira il braccio quasi a dirti che adesso è il tuo turno. E il treno mangia e risputa rotaie, le orecchie si chiudono in galleria, e hai imparato a chiudere il naso con le dita e a soffiare forte. Mentre apri il libro che tenevi appoggiato sulle ginocchia, mentre metti le cuffie e accendi la musica. A palla. Mentre il corpo si assesta nell’assenza, in attesa.

 

J.W.

Sabato

 Nonostante il parere contrario di Brecht, il quale sosteneva ardentemente il principio di straniamento durante la rappresentazione di un’opera, sono del partito pro-immedesimazione. Vado al cinema soprattutto per calarmi nella vita di qualcun altro, non pensare alla mia e uscirne un po’ cambiata.  Magari solo per una sera, ma mi piace entrare in un’altra faccia della mia vita, trasformata temporaneamente da un cambio di scenografia (e magari di costumi).

 Sabato quindi. L’approccio è stato un po’ sospettoso, come con tutti i nuovi scrittori che sfoglio. Tutti che parlavano di questo McEwan….vediamo cos’ha di speciale, mi sono detta. Devo dire che ho cominciato con quella che, a posteriori, non considero la sua opera più notevole, nonostante si difenda egregiamente. Comunque mi ha conquistata. Ammetto che devo proprio a questo libro se ho continuato con McEwan e se sono quindi approdata ad Espiazione.

Tornando a Saturday, la storia scorre. A volte sembra arrancare un po’, forse arrancavo io. Però ha un nucleo che la tiene ben viva. E il suo punto forte, ovviamente per quanto mi riguarda, è stato la capacità di farmi letteralmente entrare tra le pagine. Come la potrei chiamare sennò quella specie di sindrome di Stendhal che mi ha catapultato in una realtà completamente diversa una sera, mentre ero nel mio lettino rivestito di lenzuola svedesi prodotte in serie e leggevo prima di addormentarmi? All’improvviso, i contorni attorno a me si sono sbiaditi e ho perso il contatto con i rumori della notte. Sono passata dal timore, alla sorpresa, alla paura vera e propria, alla sudorazione copiosa, a quella sensazione per la quale si ovattano le orecchie e senti i battiti del cuore come in quel racconto di Poe. Ho atteso le parole del padre e del nonno col fiato sospeso, ho guardato quei ragazzi e sentito recitare una poesia. Ad un certo punto qualcuno deve avermi spinto fuori, perché mi sono trovata di nuovo nel mio letto, ansimante, col batticuore, consapevole della salvezza.

 Armatevi quindi di un buon ricostituente vicino al comodino e cominciate l’immersione.

  S.A.

Post scriptum: Il racconto di Poe è The tell-tale Heart, magari se ne riparlerà.

Questa recensione, e quelle che seguiranno nelle settimane a venire, sono, ovviamente, personalissime e magari poco obiettive. Per date, analisi, critiche, non rivolgetevi a me. Come sempre, sono responsabile di ciò che scrivo, ma non dell’uso che ne viene fatto.