andare

Io non me ne volevo andare

Io non me ne volevo andare. Stavo bene qui. Tutti volevano andare a Parigi o a Londra. Io no, volevo solo studiare lettere a Roma. Mi dicevano in coro: te ne pentirai. E perché? Rispondevo timidamente. Scappa! E zitti, state zitti, vi prego; pensavo mentre con lo sguardo scendevo fino alle mie scarpe rotte. Peggio per te, gli sentivo ringhiare davanti al mio silenzio. Poi esplose tutto. Mi sono laureato in cinque anni netti e poco dopo ho cominciato a insegnare in provincia. Non volevo più piangere. Mi piaceva insegnare. Leggevo libri la sera, amavo una donna la notte, e mi commuovevo in quasi tutti i fine settimana. Fuori alla porta c’era aria di lacrimogeni e fiumi di proteste che inquietavano le mie notti di studio e d’amore. Davanti alla camomilla delle tre di notte mi chiedevo: ma chi sono io qui, dentro a questo caos di violento conformismo? Ma poi di giorno annuivo ai discorsi rabbiosi dei colleghi, anche se non vedevo l’ora di allontanarmi da loro. Mi rintanavo nella mia casa. E ripartivo dalla camomilla, dai sogni, dai libri. Dal suo seno.

Oggi sono forte sulla mia sedia a rotelle. Già, poiché nel frattempo sono stato gambizzato da un cane sciolto che gravitava intorno ai gruppi armati: sentiva il mandato provenirgli dall’odio di certi capetti. Per un breve periodo mi sono avvicinato a un gruppo extraparlamentare, con cui sostenevo battaglie di egualitarismo e partecipavo a centinaia di dibattiti e manifestazioni. Un giorno ho assistito a un pestaggio e ho denunciato il fatto, facendo i nomi: gente che conoscevo. Ci ho pensato tutta la notte e poi li ho denunciati. Stavano pestando senza pietà un ragazzo. Ma ora è passato. Oggi insegno l’italiano agli immigrati. E li convinco a studiare, a imparare a starci bene in quest’epoca.

Stamattina ho litigato con uno al bar perché incitava dei ragazzi a scappare all’estero. E no, gli ho detto, vai via tu con la tua rabbia inconcludente, va. L’ho affrontato dalla carrozzella, stavo con gli occhi lucidi e le braccia tese, come un pugile muto. Quello si è messo a bestemmiare, scappando lentamente verso la piazza.

In questi giorni ho smesso di sentire il futuro come un groviglio triste, da oggi mi basta essere gentile dal mattino, e prepararmi con cura per la felicità della sera. 

P.S.

A/R – R/A

Nota: di ritorno da un viaggio entra un nuovo forestiero nel nostro bar…

 

È una stanchezza tutta particolare quella che ti scivola addosso quando ti siedi su un sedile zozzo di un treno zozzo che ti riporta a casa dopo aver passato pochi giorni … a casa.

Nelle pieghe dei vestiti, nello zaino fatto in fretta, dove ho messo il biglietto, ho preso tutto, farei prima ad avere dei doppioni. Doppio spazzolino. Doppio pigiama. Ma anche doppio cellulare, doppio computer, doppio tutto. Tanto la vita doppia ce l’ho già. Perché per un secondo penso, sempre, sto andando o sto tornando? La testa si confonde, questione di un attimo, si annebbia, la geografia si frantuma, scendo o salgo, perdutamente.

Finché non mi rispondo, nessuna delle due cose entrambe le cose, tirando un sospiro, reclinando la testa all’indietro, per poi ricordarmi che mi fa schifo poggiare i capelli sul sedile zozzo del treno zozzo. Ché i treni puzzano, sono diventati inospitali. Ma sempre affascinanti, e tu ti siedi, e loro ti portano, o ti riportano.

O entrambe le cose, come nel mio caso.

E allora ti lasci andare al torpore. Ti accomodi meglio, scruti i vicini, sopratutto quello accanto, ci dividerai il bracciolo, e quello davanti con cui, in una promiscuità tra estranei mai studiata in modo sufficientemente approfondito, incastri le gambe con un gioco di scavallamenti e accavallamenti, mentre il treno ha un singulto, si muove, si ferma, riparte, piano, piano, veloce, veloce, velocissimo mai. E tu lasci indietro quella che è casa ma non lo è più. Ma che continui a chiamare così, casa. Esattamente nello stesso modo in cui chiami l’altro posto, casa. Con la sensazione di non aver avuto abbastanza tempo, di non aver abbracciato per quanto avresti voluto, di non aver detto tutto quello che c’era da dire, e bisogna rimandare, ma anche la voglia di dormire nel tuo letto e cucinare nella tua cucina. Il mondo che sfreccia fuori dal finestrino, dettagli impressi nella memoria, viaggio dopo viaggio, andata e ritorno. Ma quanti anni sono? Con il sole, con la pioggia, con la neve, natale e pasqua e un fine settimana al mese. Andata e ritorno, ritorno e andata. Sempre troppo, sempre troppo poco. Quando arrivi? Quando torni? Perché per gli altri è facile. Per quelli che stanno non esiste confusione, l’atto dell’andare e quello del tornare non si sovrappongono.

Mentre il treno rallenta, si ferma, stazione intermedia, dove siamo? E a te per saperlo basta l’orologio interno, o l’accenno di un’insegna che si introduce nella periferia distratta dello sguardo. Mentre il dirimpettaio di posto dorme a bocca aperta con la testa che gli ciondola, la vicina di bracciolo educatamente ritira il braccio quasi a dirti che adesso è il tuo turno. E il treno mangia e risputa rotaie, le orecchie si chiudono in galleria, e hai imparato a chiudere il naso con le dita e a soffiare forte. Mentre apri il libro che tenevi appoggiato sulle ginocchia, mentre metti le cuffie e accendi la musica. A palla. Mentre il corpo si assesta nell’assenza, in attesa.

 

J.W.