Month: febbraio 2011

Look what you’ve done

Da un bel pò di tempo il seguente articolo è presente già in un altro sito, appositamente dedicato all’autore di quel sito, nientepopodimeno che, trombe a squillare, Pietro De Viola, di Alice senza Niente. Qui.

Solo che, da un bel pò di tempo svariate, anzi, svariatissime persone, ci han chiesto incuriosite che cosa fosse veramente Taccuino all’Idrogeno. Sì, oltre il manifesto. E oltre all’idea e al contenuto. Cos’è quel titolo? Cos’è quel nome?

Si sarebbe potuta risolvere la questione in quattro e quattro otto e spiegarlo qui, senza giri di parole, con due righe. E’ vero. Ma dato che a noi del Taccuino le cose semplici non piacciono mai e quelle difficili ci riescono meglio (mentre quelle medie sono ancora in attesa di giudizio), perchè limitarci a due miserevoli e miserabili righette? Naaaaa…qui si chiacchiera, oh sì. E avanti con la serata.

Quindi a voi, “Look what you’ve done”.

Il Big Bang del Taccuino all’Idrogeno.

 

Sono sicuro solo fosse novembre e che fosse sera, il giorno preciso non lo ricordo. Mai ricordato una data in vita mia in effetti, nessuna, dai compleanni alla visita dall’oculista alla festa della repubblica: mi ero iscritto alla facoltà di storia perchè adoravo le storie, non le date, e pensavo tra me e me la cosa potesse avere una qualche logica. Sbagliavo. Ad ogni modo si era in una una sala prove sotterranea, un posto dove l’unico rimedio alla muffa, al freddo cane e alla polvere che copriva ogni cosa, per me, era il pensiero del pianoforte a coda che conteneva. Era tutto mio per due ore e cristo, col coperchio sollevato era più lucido e più nero e più cabrio di una Porsche d’annata. Ci eravamo sgolati per un’oretta circa su una canzone degli Who, non ricordo quale, e la voce mi si era abbassata a tal punto che sembrava quella di un trans.
**** fumava all’esterno, davanti alla porta della sala, tenuta aperta da un forato di forse un milione di chili che per prudenza non avrei mai provato a sollevare. Aveva gli occhi lucidi piantati nel terreno, e sembrava il fumo lo buttasse fuori soltanto, senza aspirarlo da nessuna parte prima. Riuscivo a vederla dallo sgabello, mentre provavo a tirare giù ad orecchio gli accordi di una canzone dei Jet: una cosa a metà tra John Lennon e gli Oasis, puro liceo.
“Senti” Mi chiese.
“Eh?”
“SENTI!” La sua, di voce, non si era abbassata per nulla. Spense la sigaretta e rientrò.
“Dimmi!”
“Andiamo a berci una cosa?”
“Andiamo sempre a berci una cosa.. quindi si.”
“No, è che devo parlarti di un’idea.”
“Ok.. cristo.. niente, non mi viene l’accordo. Oh look what you’ve done / You made a – fool of every o – one.. e adesso? boh.. ” Provavo differenti combinazioni di tasti ripetendo ogni volta la parte iniziale della strofa, e ogni volta un martirio, proprio non veniva. “Dicevi?”
“.. ‘scolta, tu scrivi ogni tanto no? Ti ho letto, non sei proprio malaccio. E anche io.. e insomma, ho dato un’occhiata in giro, in internet.. cioè, si potrebbe provare.”
“A fare che?”
“Fondiamo una rivista?” Lo disse con lo stesso tono di ovvietà di chi ti chiede “Mettiamo su una carbonara?”.
“Perchè no?” Risposi io con lo stesso tono con cui un genitore risponderebbe alla domanda “Papà, mi compri un pony?”
“Davvero? Bene! E allora dopo ne parliamo, io vado a cercare l’interruttore della luce.”
E scomparve nel buio a litigare con l’esoterico quadro pulsanti della sala, imperscrutabile all’intelletto umano. Sapevo perfettamente che non aveva dato alcun peso alla mia risposta, e già prefiguravo l’interminabile discussione che ne sarebbe derivata mentre rimettevo il computer nella custodia di neoprene antiurto ipercostosa. Non immaginavo facesse sul serio, generalmente uno è più cerimonioso quando programma una cosa del genere, ma era uno strano momento, erano tempi in cui tutto era possibile. In quel periodo leggevo “Taccuino di un vecchio sporcaccione” di Bukowski, e lei “Jukebox all’idrogeno” di Ginsberg; poche ore dopo avremmo deciso il nome della rivista.
Al pub io presi un cuba libre, lei un club sandwich grande come l’elenco del telefono che sapevo non sarebbe riuscita a finire mai. **** ordinava sempre e comunque cibo in esubero: credo mangiasse soprattutto con gli occhi allora e, cristo, a volte un panino alto una spanna strabordante salsa sa essere maledettamente arrapante. E iniziò tutto così, da una marea di chiacchiere e dita impiastricciate di salsa, mentre naufragavo nel rhum e aspettavo di mangiare gli avanzi di un panino.
In un primo momento cercammo di immaginare una direzione precisa per la rivista, ma ben presto ci fu chiaro che una non-direzione sarebbe stata la scelta migliore: con l’andare dei giorni e dei mesi poi, mentre il gruppo aumentava di numero, fu impossibile non notare che la sola cosa che ci legava era la nostra profonda diversità. Qualcosa di certo c’era però fin dall’inizio: pur non sapendo dove saremmo andati eravamo certi di come andarci.. “don’t know what i want / but i know how to get it” dicevano i Pistols. E l’anonimato totale finì per diventare una ragione d’essere: gli individui senza modello o targa diventano idee prive di maschera, ed erano solo le idee, solo di leggerci e crescerci che ci importava. Diventammo quasi subito tre, poi quattro, poi sei e via dicendo, tutti attorno allo stesso tavolo: e ancora adesso, a distanza di un anno o poco più, rimango incredulo di fronte al fatto compiuto esattamente quanto lo ero al sentirmi dire quel “fondiamo una rivista?”.

Uno del Taccuino

Interno 4

La soluzione sarebbe andare a dormire prima la sera e svegliarsi presto al mattino. Concedersi una colazione leggera, uno po’ di ginnastica. Guardare fuori dalla finestra e prevedere d’uscire, sia che ci sia il sole, sia che ci sia la pioggia. Poi infilarsi sotto la doccia. Percepire l’acqua come mani, come forza plasmatrice. Sentirla seguire le forme del corpo, cedere lungo le curve, diventare duttili, arrendersi allo scroscio, essere acqua noi più dell’acqua stessa. E finalmente gocciolare stanchi sugli spigoli.

Quando dico noi, dico…

Non so, forse servirebbe della musica.

Esco dal bagno a piedi nudi, lasciando orme umide del mio percorso.  Potresti poggiarci i piedi sopra e seguirle con facilità. Appariresti ridicolo, così impegnato in un passo che non è il tuo. Così impegnato ad essere qualcosa che non sarai mai.

Immagina di dover girare l’angolo, di dover entrare nella nostra camera da letto e non ricordarti ancora dove abbiamo scelto di mettere lo stereo.  Io, per esempio, non lo trovo davvero. Ritorno sui miei passi, mi giro di fretta perché adesso ho freddo, ma da dove sono venuta è scomparso tutto. E’ rimasta solo la traccia dei miei passi ad asciugarsi lentamente, in questa nebbia fitta che si alza sul pensiero.

Siamo sempre stati qui? Quanti giorni, mesi, anni ci abbiamo messo per ridipingere i muri, riempire gli armadi, scegliere i cuscini e che non fossero troppo morbidi o troppo rigidi e sottili?

Noi ci siamo sempre stati?

E quando dico ‘noi’ dico io e te, amore mio dolcissimo che non ti vedo. Né sulle mie impronte, ad imitarmi negli ancheggiamenti, né vicino allo stereo a scegliere tra Ella Fitzgerald e Lou Reed, perché Springsteen per me è troppo melenso.

Se vivessi al mare, in un posto sempre caldo, forse avremmo più tempo. Sarebbe un’eterna domenica, anche dopo notti intere, tornerebbe domenica. Pigra, ovattata, forse un po’ torbida come l’acqua di quel bicchiere, sporca di colore.

Ti dissi: – “Ti dipingerò come una delle mie puttane francesi”, mentre mi spogliavo per mettermi in posa. Ridevi. Non sono mai riuscita ad insegnarti a disegnare, né restando ferma immobile, né tenendoti per mano. Ma ho trovato lo stereo.

–       Non è un po’ grande?

–       Ma no, vedrai… gli troveremo un posto.

–       Avremo una casa che gira intorno allo stereo.

–       Avremo una vita che gira intorno a questa casa e io e te balleremo vorticosamente intorno a questo enorme stereo.

Mi lascio scivolare lungo la porta, distinguo con la pelle della schiena le trame del legno, tutte le vene mie e non. Ti aspetto qui per terra, come facevi tu, ai piedi del letto, con la colazione a freddarsi sulle ginocchia per non svegliarmi.

Siamo figli dimenticati di Beckett, aspettiamo per aspettare. Godot arriva, ci guarda, ride e se ne va. Non saremo mai, né tu né io, liberi di non esistere.

 

L.W.

Taccuino all’Idrogeno – Gennaio/Febbraio 2011 – Numero 7

Anche questo mese è giorno di busta paga. Anche se non per tutti effettivamente. Ah, tempi bui. Ma nonostante tutto c’è una cosa su cui si può sempre contare e cioè sul fatto che ogni due mesi, il dieci del mese, quel Taccuino all’Idrogeno c’è, ed esce on-line, dopo aver affrontato gelidi deserti ed intrepidi duelli, per noi, per voi, per tutti (forse questa l’avevamo già utilizzata, e forse è plagio, o forse violazione di copyright o forse pubblicità occulta. Forse in ogni caso queste parole stanno a significare che lo sappiamo, signori investigatori della fraudolenza). Ad ogni modo, avete ragione voi questa è solo una bella e buona fuffa introduttiva, perché il Taccuino non è una favola, è tutta roba vera.

Anche questo mese qualche variazione all’impaginazione, si va sempre per tentativi, e udite udite signori, una nuova entrata! Eh sì, fa il suo ingresso trionfale e niente male un nuovo contribuente (in regola, eh!), a fondo rivista, che quatto quatto è pronto ad essere letto e bevuto tutto d’un fiato col suo articolo. Noi vecchiardi del Taccuino gli diamo un caloroso benvenuto e speriamo che voi facciate altrettanto, col solito brindisi che è ormai un rituale (e se non lo fai sei fuori dai giochi, Johnny).

E come dicevamo qualche mese fa, per una vecchia uscita, qui l’inverno e non più l’autunno ci ha riempito i bicchieri (e ne aveva ben donde, dato il freddo) e noi siam restati lì, a vivere e a raccontar(ci). Forse storie che verranno giudicate mediocri, forse non sensazionali, o forse tutto il contrario. Tutto dipende dai punti di vista (o forse no?) ed ecco perché qui ci sono i nostri, senza fronzoli, senza timori. Ancora una volta quindi chiediamo: “Perché non vi unite a noi al tavolo del nostro bar? Avrete mica paura, no? Naaaa..”.

Taccuino all’Idrogeno, il settimo numero, è fresco fresco di “stampa” e pronto per essere lanciato dal ragazzo dei giornali. Nel frattempo, dato che il ragazzo dei giornali è stato licenziato per mancanza di fondi e conseguente riduzione del personale (ah, sempre tempi bui), ve lo proponiamo qui, sempre pronto all’uso (e oh, non viene neanche smangiucchiato dal cane!):

Taccuino all’Idrogeno – Numero 7

E al solito, per una lettura più invitante e consistente a livello visivo, che pare un libro, ecco il link diretto a issuu:

Taccuino all\’Idrogeno – Numero 7

Bentornati e benvenuti a tutti, che è ormai il nostro saluto abituale. Possiamo offrirvi un drink?

 

ps: ogni riferimento a fatti, persone o cose è come sempre puramente casuale.

Come per la Tassoni di prima (ops, abbiamo detto Tassoni).

 

Senza Titolo

Circondami. Danzami attorno. Afferrami e tirami.

Ora fammi correre, lasciami. Cado. Colpiscimi. E fallo con forza.

Una, due volte. Sento qualsiasi dolore ma vedo già più avanti.

Adesso abbracciami, lasciami piangere.

Fammi leggere le labbra e quando sorrido ritorna a colpirmi.

Prendi bene la mira, rompi qualsiasi cosa.

Labbra, cartilagine, ossa, pelle.

Vai giù e continua a colpire finchè non senti lo stomaco aprirsi.

E inghiottire tutto quello che c’è.

Guardalo chiudersi, ricucirsi. Accarezzalo, tienilo fermo.

E affonda di nuovo le dita.

 

S.A.

 

Lacrime di Sabbia - E.Z.

 

Un cerotto

Un pò in ritardo, ma solo di qualche ora, sulla tabella di marcia, eppure eccoci qui, anche questo venerdì. L’ultimo, prima della pubblicazione del prossimo numero del Taccuino (che c’è, c’è, arriva, arriva, si sta impaginando) ma non ultimo in ordine di importanza l’articolo che andiamo testè a pubblicare, anticipatamente presentato in esclusiva su SettePerUno e che potete andare eventualmente a ripescare qui. Ecco quindi a voi l”articolo che chiude la serie di quattro “componimenti” scritta ad hoc per gli amici di Sette per Uno. L’ultimo della prima serie. Poi si vedrà.

Buona lettura e sempre in alto i calici (oh, è arrivato pure ‘sto week end, eh!)!

ps: e adesso diteci che l’immagine del martedì non era azzeccata…

 

Un cerotto

Un attimo, la frazione di un nanosecondo e dentro la mia testa si erano spalancati interi affreschi, chilometri di pellicola cinematografica, tonnellate di pagine. Alle volte capita: un’ondata incredibile di vissuto che si espande nello spazio d’un battito di ciglia. La sensazione è quella tipica del sub in immersione che riprende fiato dopo l’apnea, con l’aria che riempie i polmoni di colpo e il rumore del rantolo. Ero nel pieno di un supermercato gremito e tac, di colpo una nota mi aveva raggiunto nell’aria: una nota di profumo, si intende, una di quelle che si incastrano tra il naso e il palato e poi sembrano rmettere in moto il cervello. Avevo colto quasi di sghimbescio, per sbaglio, un profumo particolare, un profumo di donna, di fiore caramellato e sapone e tabacco e alcool, un sentore fatto di mille tasselli. Naaah, non può essere lei, pensavo. Eppure quando qualcosa sepolto nelle tue viscere viene risvegliato di colpo ti sembra di trasalire come se ti levassero un cerotto a tradimento, di colpo.

Immediatamente l’istinto fu quello di controllare, di guardarmi attorno, di capire da dove venisse: un’odore è un’alchimia singolare, quasi impossibile trovarne due uguali; doveva essere lei, certamente. Lasciai il posto in fila alla cassa e mi misi a cercare: l’odore era fin troppo evanescente in mezzo al nugolo nel quale lo percepivo, ma qualcosa di stampato nel cervello mi permetteva di seguirne anche solo le tracce in mezzo a mille altre. Cristo, neanche il banco del pesce riusciva a farmi perdere, neanche il mio raffreddore perenne, e già con la fantasia correvo al momento ormai vicino di quando l’avrei rivista. Che diavolo si può dire ad una di cui sei stato innamorato perso, come un ragazzino, e che rivedi dopo qualcosa che ti sembra siano anni? Nulla, ovvio. Avrei al limite balbettato come un imbecille, avrei sparacchiato stupide ovvietà, e abbozzato un sorriso di sottecchi. Lei avrebbe risposto al mio saluto ebete, o forse no alla peggio. Mi rendevo conto ad ogni passo che, diavolo, vederla cambiata mi avrebbe potuto perfino fare male perfino ora. La mia adolescenza di fronte a queste cose ancora non si sopisce, inutile stare a pensarci, sentivo perfino la glottide stringersi assieme al respiro, più breve. Girai l’angolo, ormai sicuro di vederla, mentre provavo mentalmente la scena dell’incontro fintamente casuale: avrei fatto finta di non vederla all’inizio, forse, non potevo assimilarla tutta intera di colpo. Mi serviva sicuramente qualche secondo per guardarla, per prepararmi all’urto. Presi quindi un respiro più lungo, e mi avvicinai al punto del banco dei dolciumi dove avevo individuato una figura simile alla sua, mentre l’odore si faceva più intenso.

Con mia sopresa mi accorsi che la ragazza che avevo individuato non era lei. Mi resi conto infine che l’odore veniva da un’altra donna, sulla quarantina, un cappotto nero col bordo di pelliccia che comprava dei cereali nesquik appoggiandosi al carrello. Il quasi impossibile era possibile, evidentemente.

Mi allontanai guardando in basso, con la chiara percezione della mia idiozia che vivida mi percorreva la testa. Trovai una cassa libera e vi appoggiai la spesa: una fanta, una bottiglia di amaretto, un pacco di biscotti e un vaso di nutella; al solito la cassiera mi fissò in bilico tra la disapprovazione e una cinica ilarità. Del resto alle otto di sera pochi hanno le forza di cercare un significato, e in fin dei conti non c’era neppure troppo su cui rimuginare: Il solito sbandato, il solito eterno sedicenne. Pagai e mi allontanai, col mio vaso di pandora rotto e la testa conseguentemente piena di pensieri inutili.

K.S.