Month: novembre 2010

Che strani sogni

Che strani sogni.

Fluttuare senza vergogna e senza vestiti nell’acqua piena di alberi.

Aggrapparsi ad un ramo in alto, pendere sull’acqua e ritornare sul tronco.

Percepire qualsiasi cosa a contatto con la pelle e non riconoscerne la differenza.

Vento che gonfia dei vestiti bianchissimi e dei capelli aggrovigliati.

Gli occhi che luccicano, nient’altro che acqua.

Saltare dalla banchina e continuare a guardare avanti.

Questi sono i sogni che dovrei fare ogni notte.

 

S.A.

Ritratto di un Taccuino da giovane

Quando abbiamo cercato di pensare a due righe da scrivere per questo post ci siamo resi conto che visto l’andazzo ne sarebbe uscito un post romantico…ed è subito scattato l’ohi ohi ohi ohi della situazione. Abbiamo quindi deciso di evitare la cosa probabilmente con la prima risoluzione votata all’unanimità nella nostra breve storia. Ringraziare tutti quelli che ci hanno letto e sostenuto, gli amici vecchi e quelli nuovi, i nemici, le sbronze, l’acqua alta a Venezia, le trasferte dei collaboratori esterni, le bestemmie, le delusioni, i complimenti, i vaffanculo, le tecnologie che aiutano e quelle che fanno imprecare, le notti insonni e i vari bla bla bla…no, i nostri teneri cuoricini non avrebbero retto all’emozione. Già troppo.

Abbiamo quindi sempre ri-deciso all’unanimità di brindarci stranamente su e di festeggiare un anno di Taccuino all’Idrogeno con un’edizione straordinaria della rivista per ricordare ed omaggiare la nostra nascita (i fiocchi dovrebbero essere ancora da qualche parte). Una specie di auto-elogio che è però più una presa in giro che un complimento. Un’uscita che vi ripropone, pagina dopo pagina, i veri appunti (e non stiamo scherzando, sono proprio le pagine originali) della notte buia e tempestosa in cui i fantomatici tre “pionieri fondatori” della rivista si ritrovarono, ovviamente sempre corredati di buona gradazione in bicchiere ampio, a discutere del progetto segreto, incappucciati e non visti in un bar di periferia. Proprio con i tavoloni di legno. Proprio come quello vero (o finto?) del Taccuino.

Taccuino all’Idrogeno – Anniversario Reserva (Pdf)

Taccuino all\’Idrogeno – Anniversario Reserva (Issuu)

Nasceva così, qualche settimana prima del 25 novembre 2009, giorno della pubblicazione del suo Manifesto nel blog, Taccuino all’Idrogeno, una rivista di prove tecniche di narrativa e altre amenità.

Potrà probabilmente sembrarvi una qualche sorta di delirio infantile e di persone non professionali. Adesso che ci fate riflettere effettivamente è così. E anche in questo caso, che sia bella o brutta, che sia scritta bene o scritta male, che sia fica o faccia vomitare, beh, un brindisi lo vale comunque (e pure un eppi birdai a nnnoi!), perchè come diceva il buon vecchio Bukowski

“Se succede qualcosa di brutto si beve per dimenticare; se succede qualcosa di bello si beve per festeggiare; e se non succede niente si beve per far succedere qualcosa.”

Alla salute!

Taccuino all’Idrogeno

Alice senza niente. Un caso “editoriale” per davvero.

Lei: Alice

Lui: Pietro

Cognome di lei: uno qualsiasi

Cognome di lui: De Viola

Professione di lei: precaria

Professione di lui: idem

E’ così che nasce un caso editoriale.

Già, perché l’Alice in questione è ancora una volta nel suo paese delle meraviglie che eppure stavolta non è mai stato così reale. Lo giuriamo noi per lei, ci sono anche il brucaliffo, il cappellaio matto, il leprotto bisestile e i palmipedoni (ah beh, di questi ultimi poi ce ne sono a bizzeffe). Però stavolta Alice potresti essere tu, sei tu, Alice sono io, Alice sono tantissimi. Alice è pure Pietro. Pietro è il suo autore che altro non ha fatto se non appiccicare su un nome alla sua vita, di precario. Il Pietro in questione infatti un giorno è stanco, tanto stanco, e a trent’anni, in quel bel dì, quando ormai gli sembra che non ci sia più speranza si tira fuori un’idea, che tanto o la va o la spacca. Chissene. Ci scrivo un libro io su questa cosa dato che non lo fa nessuno, ecco cosa pensa. E si mette lì con una energia riscoperta che neanche il Dalai Lama ne conosceva l’esistenza, energia che tra l’altro lo fa ringiovanire di dieci anni e gli fa pure sparire le rughe, sì sì. Va bene, questa è una nostra personalissima visione di come sono andate le cose ma ci vogliamo credere proprio perché anche noi siamo Alice. E anche noi siamo Pietro. Perché anche noi ci siamo cuccati i nostri bei contratti a tempo determinato, a tempo determinatissimo, a tempo semi-indeterminato ma non troppo, a co co co co co co co qualcosa, i mille stage(s) non pagati (che però ti fanno un curriculum..oooooooh!), i contratti in nero che quindi non esistono, i lavoretti sottopagati, gli internship che ti devi pagare tu, le fotocopiatrici e le macchine del caffè per gli altri. Ci siamo cuccati pure il “massimo 25enne ma con dieci anni di esperienza nel settore” e anche il “sa, una persona come lei è troppo qualificata” (eh ma allora ditelo, no?), alla mo’ di Fantozzi, mica male! Fatti tutti. Non hai una laurea, hai troppe lauree, sei troppo basso, sei troppo alto. C’è da chiedersi cosa manca. E ne abbiamo timore. Voi no?

Ecco perché ci intrufoliamo e passiamo parola. Perché Pietro De Viola ha scritto Alice senza niente, un romanzo, che da bravi precari ci sentiamo di consigliare, ma che anche se non siete precari potete comunque leggere per saperne di più o ridere per non piangere. E, udite udite, il bello di tutta la storia – incredibile, c’è! – è che lo potete scaricare G-R-A-T-I-S dal suo sito al seguente indirizzo:

http://www.alicesenzaniente.altervista.org/

Sì, avete capito bene. Gratis. Una cosa che ultimamente va parecchio di moda. Proprio come il precariato. Però il gratis è una gran bella cosa, eh!

Per ulteriori informazioni potete visitare anche il blog dell’autore sempre legato al libro dove, nel caso non foste convinti del fatto che valga la pena leggerlo, troverete un sacco pieno pieno di info utili nonché tanterrime recensioni anche di gente parecchio quotata che magari serviranno a farvi cambiare idea. Il tutto al seguente indirizzo:

http://alicesenzaniente.splinder.com/

E per darvi già un assaggio, ecco di seguito il link dell’articolo dedicato di Laura Montanari: http://firenze.repubblica.it/cronaca/2010/11/16/news/la_storia_ebook-odissea_dei_trentenni_precari_costretti_a_nascondere_la_laurea-9162175/

 

Alice senza niente, il romanzo gratuito di Pietro De Viola. Ebbbravo Pietro De Viola, che ha fatto di sfiga virtù.

E grazie, ci teniamo ad aggiungere.

 

Nota: il solito personalissimo grazie a chi ci ha aiutato a conoscere il fatto e i personaggi. Siamo arrivati più tardi di altri (precari anche in questo, ci calza a pennello) ma come dicevano le nostre nonne, meglio tardi che mai. E meglio un blog in più che ne parla che uno in meno. A vous!

A/R – R/A

Nota: di ritorno da un viaggio entra un nuovo forestiero nel nostro bar…

 

È una stanchezza tutta particolare quella che ti scivola addosso quando ti siedi su un sedile zozzo di un treno zozzo che ti riporta a casa dopo aver passato pochi giorni … a casa.

Nelle pieghe dei vestiti, nello zaino fatto in fretta, dove ho messo il biglietto, ho preso tutto, farei prima ad avere dei doppioni. Doppio spazzolino. Doppio pigiama. Ma anche doppio cellulare, doppio computer, doppio tutto. Tanto la vita doppia ce l’ho già. Perché per un secondo penso, sempre, sto andando o sto tornando? La testa si confonde, questione di un attimo, si annebbia, la geografia si frantuma, scendo o salgo, perdutamente.

Finché non mi rispondo, nessuna delle due cose entrambe le cose, tirando un sospiro, reclinando la testa all’indietro, per poi ricordarmi che mi fa schifo poggiare i capelli sul sedile zozzo del treno zozzo. Ché i treni puzzano, sono diventati inospitali. Ma sempre affascinanti, e tu ti siedi, e loro ti portano, o ti riportano.

O entrambe le cose, come nel mio caso.

E allora ti lasci andare al torpore. Ti accomodi meglio, scruti i vicini, sopratutto quello accanto, ci dividerai il bracciolo, e quello davanti con cui, in una promiscuità tra estranei mai studiata in modo sufficientemente approfondito, incastri le gambe con un gioco di scavallamenti e accavallamenti, mentre il treno ha un singulto, si muove, si ferma, riparte, piano, piano, veloce, veloce, velocissimo mai. E tu lasci indietro quella che è casa ma non lo è più. Ma che continui a chiamare così, casa. Esattamente nello stesso modo in cui chiami l’altro posto, casa. Con la sensazione di non aver avuto abbastanza tempo, di non aver abbracciato per quanto avresti voluto, di non aver detto tutto quello che c’era da dire, e bisogna rimandare, ma anche la voglia di dormire nel tuo letto e cucinare nella tua cucina. Il mondo che sfreccia fuori dal finestrino, dettagli impressi nella memoria, viaggio dopo viaggio, andata e ritorno. Ma quanti anni sono? Con il sole, con la pioggia, con la neve, natale e pasqua e un fine settimana al mese. Andata e ritorno, ritorno e andata. Sempre troppo, sempre troppo poco. Quando arrivi? Quando torni? Perché per gli altri è facile. Per quelli che stanno non esiste confusione, l’atto dell’andare e quello del tornare non si sovrappongono.

Mentre il treno rallenta, si ferma, stazione intermedia, dove siamo? E a te per saperlo basta l’orologio interno, o l’accenno di un’insegna che si introduce nella periferia distratta dello sguardo. Mentre il dirimpettaio di posto dorme a bocca aperta con la testa che gli ciondola, la vicina di bracciolo educatamente ritira il braccio quasi a dirti che adesso è il tuo turno. E il treno mangia e risputa rotaie, le orecchie si chiudono in galleria, e hai imparato a chiudere il naso con le dita e a soffiare forte. Mentre apri il libro che tenevi appoggiato sulle ginocchia, mentre metti le cuffie e accendi la musica. A palla. Mentre il corpo si assesta nell’assenza, in attesa.

 

J.W.

Aria

Fa torto al silenzio

l’eco delle parole

che rimbombano

servili all’orgoglio,

a una sorda grettezza.

 

Lascia muto questo vuoto!

 

Y.F.