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La terapia
Pubblicato da TaccuinoallIdrogeno in IDROGENO LIQUIDO (Appunti, articoli, poesie, psicosi immediate. Dalla carta alla rete.) il 3 dicembre 2011
L’amore poi. E tutto quello che ci va dietro scodinzolando. Bah. Pensate che l’altro giorno mi ritrovo a parlare di matrimonio con un conoscente. Per la verità con il mio fisioterapista, che come ho detto prima mi piace un sacco – non lui, è colpa del fisio – e con cui comunque ci diamo del tu. E ci tengo a sottolinearlo. Uh, che argomento difficile. Uh, come mi fa male la schiena. Forse dovrei davvero fare pilates. Comunque no, più che di matrimonio, a dire la verità finiamo non so come a parlare della “naturale evoluzione delle cose”. Che cose, gli chiedo io. Beh, le cose, mi dice lui. Non capisco esattamente di che cose si tratti però posso intuirlo quando mi dice che ha messo la testa a posto e presto si sposerà. E giù a parlare di matrimonio allora. Ma poi dal matrimonio si passa a parlare di nuovo delle cose. Che la vita è una cosa, è una cosa che ha un suo percorso, un evolversi, che gira e rigira ti porta sempre lì. Lì dove, gli chiedo io. Beh, lì, mi dice lui. (E io intanto penso che l’altro giorno ho visto il film “Io sono Li”. Ma non c’entra niente. Riprenditi. Dai, su!). Continua. Continua dicendomi che arrivati ad una certa età è naturale pensare di voler stabilizzare la propria vita, di chiuderla un po’ dentro certi limiti, di evitare cose che si facevano quando ancora non si aveva la barba. Mi dice che questo in fondo ha a che fare con la maturità di una persona. Uh, che male la spalla. Dissento. No, non circa la spalla, quella fa male veramente, e lui è un bravo fisioterapista, grazie ad anni di studi mi rimetterà a nuovo. Beato lui che ha studiato qualcosa di pratico, almeno adesso sa che cosa fare della sua vita (noia). Insomma, dicevamo che dissento. Mi permetto di “non acconsentire” e di non “tacere per sempre” (come in certi meravigliosi matrimoni all’americana) con una smorfia – di quelle classificabili nella categoria “naaaaaaaaa” – circa la maturità. Se mi sposo mica vuol dire che sono forzatamente maturo, come non è vero il contrario. No, non era quello che intendevo. E allora cosa, chiedo io. Beh, che non è un’idea da disprezzare. No, non hai detto questo. Sì, cioè, intendo dire che arrivati ad una certa età bisogna fare delle scelte e non si può restare sempre nell’oblio. Ahi – la schiena. E’ la naturale evoluzione delle cose, appunto. Ahi – la spalla. Appunto, non capisco. Ahi – ma cazzo. Io non capisco chi crede di poter continuare il percorso vecchio perché alla fine, man mano che passa il tempo, si cambia per forza. Secondo naaaaaaaaaaa. Le persone non cambiano dottò! Beh, ma è ovvio che cambiano, io mica ci pensavo al matrimonio dieci anni fa. E questo che significa, scusi?
Traaac. Sentito che ha fatto “scroc” la vertebra?
Eh già, l’ho sentito sì, perdio!
Bene, la seduta è finita. E ah, un ultima cosa.
Sì?
Per quanto riguarda la schiena…
Sì?
Ti consiglierei di prendere in seria considerazione un corso di pilates.
I.M.
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Provi a fermare il tempo in ogni modo, e ottieni solo che rallenti di qualche minuto. Bella cazzata. Però in fondo ha un senso: come ogni buona prosa, la vita non ha un metodo.
K.S.
Taccuino all’Idrogeno – Gennaio/Febbraio 2011 – Numero 7
Pubblicato da TaccuinoallIdrogeno in USCITE (il Taccuino all'Idrogeno su carta, ma pure on-line) il 10 febbraio 2011
Anche questo mese è giorno di busta paga. Anche se non per tutti effettivamente. Ah, tempi bui. Ma nonostante tutto c’è una cosa su cui si può sempre contare e cioè sul fatto che ogni due mesi, il dieci del mese, quel Taccuino all’Idrogeno c’è, ed esce on-line, dopo aver affrontato gelidi deserti ed intrepidi duelli, per noi, per voi, per tutti (forse questa l’avevamo già utilizzata, e forse è plagio, o forse violazione di copyright o forse pubblicità occulta. Forse in ogni caso queste parole stanno a significare che lo sappiamo, signori investigatori della fraudolenza). Ad ogni modo, avete ragione voi questa è solo una bella e buona fuffa introduttiva, perché il Taccuino non è una favola, è tutta roba vera.
Anche questo mese qualche variazione all’impaginazione, si va sempre per tentativi, e udite udite signori, una nuova entrata! Eh sì, fa il suo ingresso trionfale e niente male un nuovo contribuente (in regola, eh!), a fondo rivista, che quatto quatto è pronto ad essere letto e bevuto tutto d’un fiato col suo articolo. Noi vecchiardi del Taccuino gli diamo un caloroso benvenuto e speriamo che voi facciate altrettanto, col solito brindisi che è ormai un rituale (e se non lo fai sei fuori dai giochi, Johnny).
E come dicevamo qualche mese fa, per una vecchia uscita, qui l’inverno e non più l’autunno ci ha riempito i bicchieri (e ne aveva ben donde, dato il freddo) e noi siam restati lì, a vivere e a raccontar(ci). Forse storie che verranno giudicate mediocri, forse non sensazionali, o forse tutto il contrario. Tutto dipende dai punti di vista (o forse no?) ed ecco perché qui ci sono i nostri, senza fronzoli, senza timori. Ancora una volta quindi chiediamo: “Perché non vi unite a noi al tavolo del nostro bar? Avrete mica paura, no? Naaaa..”.
Taccuino all’Idrogeno, il settimo numero, è fresco fresco di “stampa” e pronto per essere lanciato dal ragazzo dei giornali. Nel frattempo, dato che il ragazzo dei giornali è stato licenziato per mancanza di fondi e conseguente riduzione del personale (ah, sempre tempi bui), ve lo proponiamo qui, sempre pronto all’uso (e oh, non viene neanche smangiucchiato dal cane!):
Taccuino all’Idrogeno – Numero 7
E al solito, per una lettura più invitante e consistente a livello visivo, che pare un libro, ecco il link diretto a issuu:
Taccuino all\’Idrogeno – Numero 7
Bentornati e benvenuti a tutti, che è ormai il nostro saluto abituale. Possiamo offrirvi un drink?
ps: ogni riferimento a fatti, persone o cose è come sempre puramente casuale.
Come per la Tassoni di prima (ops, abbiamo detto Tassoni).
SettePerUnizziamoci (ce l’ha detto il biscotto della Fortuna)
Pubblicato da TaccuinoallIdrogeno in SEGNALAZIONI (Ciò che avremmo voluto scrivere o pensare, e che ci fa riflettere) il 8 gennaio 2011
C’è un sito sul web.
Sai che scoperta, direte voi, l’acqua calda.
Però questo sito sul web è un pochettino diverso dai soliti siti sul web che si occupano di quello di cui questo sito sul web si occupa. Ah, le infinite possibilità dell’italiano. Divagazione.
Dicevamo, c’è questo sito sul web che si chiama nientemeno che SettePerUno e che non tutti ancora conoscono, il che è un vero peccato, e il perché ve lo spieghiamo subito noi del Taccuino che siamo avvezzi ad essere paladini della giustizia. SettePerUno è un sito che è in realtà uno spazio per autori, sette autori al mese, un autore al giorno. Capito niente ahn? Fin qui è vero, è difficile, ma aspettate di sentire il resto, aspettate di sentire cosa si sono inventati questi qui.
SettePerUno nasce da una telefonata di lavoro che non arriva e dalla mente di due prodi personaggi di nome Valentina e Andrea che decidono di dire basta a quell’infinita attesa e di pensarci da soli a metter su qualcosa, un progetto creativo, un progetto che raccolga vite di persone come un bel salvadanaio pronto ad essere aperto all’occorrenza. Ed ecco qui che nasce, in men che non si dica, uno spazio virtuale ma non troppo in cui sette autori ogni mese, a insindacabile giudizio della giuria di redazione, possono raccontare in quattro puntate le loro esperienze di vita vissuta e di “viaggio nel contemporaneo”. Questa la linea decisa. Bello, ci tocca proprio dirlo. Un blog contenitore, è così che i membri di SettePerUno, cresciuti nel tempo di numero come i Gremlins (d’altronde se il progetto è buono è buono, non serve aggiungere altro) e trasformatisi in una vera e propria redazione, amano definirsi, un blog che è anche una vetrina con sostanza e una scommessa sul futuro di chi vi partecipa. Tanto perché vanno bene le copertine patinate ma spesso nel fango ci sono talenti che luccicano di più (ok, questa era forte, ma lasciatecela passare per questa volta). E, udite udite, non è finita qui: ad arricchire il blog sette rubriche (ciò, se sette deve essere, che sette sia e questi qui non si vogliono smentire, ebbbravi) curate dalla redazione stessa, che ormai vanta personaggi di ogni estrazione sociale e mentale e che altro non aspetta di avere per le mani succulenti partecipanti all’iniziativa. Basta dare un’occhiata all’home page per toccare con mano
http://www.setteperuno.it/ oppure qui http://www.setteperuno.it/cosa/
Indi per cui, tutta questa pappardella che è al solito nel nostro stile per comunicarvi che i bravi SettePerUni(ci) sono continuamente alla ricerca di nuovi intrepidi autori da “versare” nella loro scatola (e, per fare un po’ di pubblicità occulta, beh, siamo stati versati anche noi del Taccuino questo mese, andare a vedere per credere, qui http://www.setteperuno.it/2011/01/darmagi/) e noi sponsorizziamo ben più che volentieri la loro ricerca davvero meritevole (oh, se ancora non ci avete fatto un pensiero siete proprio buzzurrelloni). Eccovi quindi di seguito il link con tutte le info su come partecipare al progetto
http://www.setteperuno.it/partecipa/
SettePerUno, un blog che è un incontro al buio, ma curato nei minimi dettagli. Tutti per uno uno per tutti, come dicevano i Moschettieri, i Cyborg(sss), e un casino di altri cartoni superfichi degli anni ottanta. E dei cartoni superfichi degli anni ottanta non è che ci si può, ma ci si deve fidare. Di tutto il resto meglio dubitare. Anche dei troppi “qui” che abbiamo usato in questo articolo.
Eddai!
A/R – R/A
Pubblicato da TaccuinoallIdrogeno in IDROGENO LIQUIDO (Appunti, articoli, poesie, psicosi immediate. Dalla carta alla rete.) il 19 novembre 2010
Nota: di ritorno da un viaggio entra un nuovo forestiero nel nostro bar…
È una stanchezza tutta particolare quella che ti scivola addosso quando ti siedi su un sedile zozzo di un treno zozzo che ti riporta a casa dopo aver passato pochi giorni … a casa.
Nelle pieghe dei vestiti, nello zaino fatto in fretta, dove ho messo il biglietto, ho preso tutto, farei prima ad avere dei doppioni. Doppio spazzolino. Doppio pigiama. Ma anche doppio cellulare, doppio computer, doppio tutto. Tanto la vita doppia ce l’ho già. Perché per un secondo penso, sempre, sto andando o sto tornando? La testa si confonde, questione di un attimo, si annebbia, la geografia si frantuma, scendo o salgo, perdutamente.
Finché non mi rispondo, nessuna delle due cose entrambe le cose, tirando un sospiro, reclinando la testa all’indietro, per poi ricordarmi che mi fa schifo poggiare i capelli sul sedile zozzo del treno zozzo. Ché i treni puzzano, sono diventati inospitali. Ma sempre affascinanti, e tu ti siedi, e loro ti portano, o ti riportano.
O entrambe le cose, come nel mio caso.
E allora ti lasci andare al torpore. Ti accomodi meglio, scruti i vicini, sopratutto quello accanto, ci dividerai il bracciolo, e quello davanti con cui, in una promiscuità tra estranei mai studiata in modo sufficientemente approfondito, incastri le gambe con un gioco di scavallamenti e accavallamenti, mentre il treno ha un singulto, si muove, si ferma, riparte, piano, piano, veloce, veloce, velocissimo mai. E tu lasci indietro quella che è casa ma non lo è più. Ma che continui a chiamare così, casa. Esattamente nello stesso modo in cui chiami l’altro posto, casa. Con la sensazione di non aver avuto abbastanza tempo, di non aver abbracciato per quanto avresti voluto, di non aver detto tutto quello che c’era da dire, e bisogna rimandare, ma anche la voglia di dormire nel tuo letto e cucinare nella tua cucina. Il mondo che sfreccia fuori dal finestrino, dettagli impressi nella memoria, viaggio dopo viaggio, andata e ritorno. Ma quanti anni sono? Con il sole, con la pioggia, con la neve, natale e pasqua e un fine settimana al mese. Andata e ritorno, ritorno e andata. Sempre troppo, sempre troppo poco. Quando arrivi? Quando torni? Perché per gli altri è facile. Per quelli che stanno non esiste confusione, l’atto dell’andare e quello del tornare non si sovrappongono.
Mentre il treno rallenta, si ferma, stazione intermedia, dove siamo? E a te per saperlo basta l’orologio interno, o l’accenno di un’insegna che si introduce nella periferia distratta dello sguardo. Mentre il dirimpettaio di posto dorme a bocca aperta con la testa che gli ciondola, la vicina di bracciolo educatamente ritira il braccio quasi a dirti che adesso è il tuo turno. E il treno mangia e risputa rotaie, le orecchie si chiudono in galleria, e hai imparato a chiudere il naso con le dita e a soffiare forte. Mentre apri il libro che tenevi appoggiato sulle ginocchia, mentre metti le cuffie e accendi la musica. A palla. Mentre il corpo si assesta nell’assenza, in attesa.
J.W.




