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Una notte in estate.
Pubblicato da TaccuinoallIdrogeno in IDROGENO LIQUIDO (Appunti, articoli, poesie, psicosi immediate. Dalla carta alla rete.) il 4 aprile 2012
Non chiedetemene il senso. È un sogno che ho fatto qualche mese fa.
La città bruciò tutta in una notte.
Nessuno capì come fosse potuto succedere.
Si diceva fosse un fuoco scappato a dei ragazzini, che si propagò in pochi attimi a del legno secco accatastato vicino al parco.
Era stata un’estate torrida, come sempre.
Non pioveva da mesi e la città si era ristretta, quasi essiccata dall’interno, e tentava di custodire i pochi liquidi rimasti.
Come sempre incidenti ce ne erano stati. Qualche fumatore incauto aveva preoccupato i pompieri, uno delle forestale aveva cercato di farsi rinnovare il contratto aumentando il daffare. Ma nulla che non fosse già successo.
Poi un giorno alla tv era apparso il solito metereologo allarmista e, un po’ agendo da veggente, aveva predetto un fuoco di proporzioni inimmaginabili.
E tutti si erano intimoriti, probabili vittime di tale minaccia. Quasi si sentiva l’odore del fumo già nell’aria.
Con varie scuse, la gente uscì dalla città; c’erano feste al lago e parenti da andare a visitare all’improvviso.
Una scintilla appariva ogni tanto.
E le scuole chiudevano per qualche giorno, gli anziani sistemati in luoghi freschi e l’ora del coprifuoco andava da mezzogiorno al tardo pomeriggio.
Nella notte un bagliore sapeva già di combustione.
E i fiammiferi erano quasi un tabù, gli accendini gettati, i rimasti in città controllavano e tenevano a bada.
Un giorno il fuoco semplicemente apparve.
E non un falò. E bruciò. Tutta la notte. E nella notte bruciò tutto.
La biblioteca (più che altro un ammasso di copertine patinate senza nulla dietro) il centro sociale, il bar davanti alla chiesa. La chiesa stessa arse per parecchie ore, il campanile come un’enorme fiaccola.
Rimanemmo lì a guardare quello scempio, in piedi dalla collina. Oddio, più un’altura che una collina.
Una città in cenere e neanche una vittima.
La gente no, se ne era andata tutta da un pezzo. Ma neanche un cane, un gatto, una gallina. I giardini rimasero quasi intatti, il bosco fuori città neanche lo vide il fuoco. Il parco aveva i cancelli incandescenti ancora al mattino e i fiori dipinti di nero dal fumo.
E noi tutta la notte a riempirci gli occhi di quei bagliori gialli, ancora e ancora.
S.A.
…
nota: la foto dell’appunto è di R.B., che ce l’ha gentilmente “prestata” senza vuoto a rendere. Grazie.
Munchen Hell
Pubblicato da TaccuinoallIdrogeno in IDROGENO LIQUIDO (Appunti, articoli, poesie, psicosi immediate. Dalla carta alla rete.) il 18 aprile 2011
- sembra che te la passi piuttosto bene.
- tu che ne dici?
- beh, non sei malato, cammini da solo, dormi per ore senza svegliarti…
- ma non sogno.
- mai?
- no, praticamente mai.
- e ne vale la pena? voglio dire, al risveglio non ti sembra di esserti perso qualche cosa?
di non aver fatto tutto quello che c’era da fare? di avere come addosso un senso.. di vuoto?
- talvolta, talvolta mi capita, nei pochi minuti che passano dal risveglio a quando mi rado davanti allo specchio.
- e allora che succede?
- succede che comincio a pensare all’appuntamento delle otto, e poi a quello delle nove, e poi a quello delle dieci e via discorrendo, fino a sera. Il sonno non è che un ricordo lontano ormai…
- sai che ti trovo bello?
- trovi bella la mia faccia?
- no, trovo bello il modo in cui mi parli, e immagino che tu sia così, così come ti sento ora, anche al mattino, mentre pensi agli appuntamenti del giorno e ti passi il pennello con la schiuma sulla faccia.
- ma cosa credi di saperne?
- non lo so di preciso, forse è solo presunzione.
- brava, hai detto bene. E’ solo presunzione.
- sai che non mi fissi mai negli occhi, quando parliamo?
- sì, certo, e lo faccio per il tuo bene.
- cosa vuoi dire?
- voglio dire che non reggeresti il mio sguardo, non ne saresti capace.
- mettimi alla prova.
- va bene.
..
- ecco sei contenta?
- avevi ragione, non ne sono capace. Mi inquietano i tuoi occhi, sono come orribili specchi deformanti, il tuo sguardo come un vento gelido.
- ora cominci a darmi sui nervi. le tue parole diventano incredibilmente banali.
- mi dispiace.
- tranquilla, non importa. E poi la tua ora è finita, ora tocca all’appuntamento delle diciassette. Vai, ci vediamo la prossima settimana.
- grazie, ti voglio bene.
- anche io, solo che non riesco a…
F.K.
Gelosia bianca
Pubblicato da TaccuinoallIdrogeno in IDROGENO LIQUIDO (Appunti, articoli, poesie, psicosi immediate. Dalla carta alla rete.) il 13 marzo 2011
Il torpore mi ha colta all’improvviso, ho affondato il corpo tra le coperte e ho dormito finché non è calato il sole. Era stato un pomeriggio lungo e gelido.
Ho sognato di svegliarmi distesa su un prato umido, le gambe e le spalle nude, una generale sensazione di indolenza diffusa in tutto il corpo. Anche nel mio sogno, il sole era ormai tramontato, e attorno a me, e dentro, aveva lasciato solo noia, ombre e silenzio.
Mi sono svegliata spaesata, ho impiegato qualche minuto a rendermi conto di che ore fossero e nel riemergere dal cuscino le mie orecchie sono state colpite da un improvviso fastidio. Cigolii, qualche risata ragliata, uno squittio indispettito, movimenti goffi. Non ero più sola in casa. Confusa e in un inspiegabile imbarazzo ho sistemato le coperte sotto di me e ho finto di non aver dormito, anche se razionalmente era impossibile nasconderlo; sentivo il trucco sfatto tirarmi la pelle del viso e avevo le ciglia di un occhio attaccate tra loro dal rimmel, chissà poi in che condizioni mi ritrovavo i capelli… ma soprattutto, razionalmente, perché nasconderlo?
Nei giorni precedenti non avevo trascorso molto tempo a casa, ero riuscita a trovare più di un rimedio soddisfacente alla consueta solitudine del week end, tra cui un uomo. Ero riuscita, dopo mesi, a far l’amore con un uomo. Il che avrebbe dovuto rendermi, se non felice, quanto meno più ottimista nei confronti delle mie aspettative di vita. Però avevo comunque trovato del tempo per prendermi cura della casa. Il sabato mattina mi ero alzata presto e avevo steso al sole un glorioso bucato di bianchi, la luce che ci si rifletteva in mezzo sembrava così piena e viva da poter essere presa in mano e conservata in barattoli di vetro, o in altre federe bianche. Poi misi ad arrostire delle verdure e conclusi lucidando l’acciaio della cucina.
Sto riprendendomi dalla sonnolenza quando mi si domanda, con una voce che tende chiaramente alla sentenza:
- Avete usato il letto?
Mi fermo pochi secondi a riflettere. Avete?
- Chi?
- Non lo so. Che ci fanno questi vestiti qui? Non erano così!
Ragli. Potrebbero sanguinarmi le orecchie da un momento all’altro.
Tento di capire di che vestiti si stia parlando, temo con vergogna di aver lasciato qualcosa del mio bucato sull’altro letto, dei calzini o peggio… delle mutande. Mi alzo per controllare e spiego ansiosamente che ho usato sì, quel letto. Mi sono permessa di stendere il mio bucato nella sua camera e che l’ho ripiegato lì, esatto. Sul suo letto. Data l’espressione malevola che assume in viso, capisco però che cosa intende. Ho portato spesso amici a dormire a casa e tempo addietro avevo anche chiesto in prestito quella stanza per ospitare dei parenti. Sono sconvolta.
- Pensi che abbia fatto dormire qualcuno qui, senza avvisarti? Tra le tue lenzuola?
La cosa, già a dirla, mi pare assurda. E decisamente poco igienica.
- Non lo so! Dico solo che questi vestiti non erano così.
- Li avrò spostati? Non ricordo.
- Non solo spostati. Sembrano ripiegati. Posso dirti con assoluta certezza di non averli piegati così, io.
Me lo dice con assoluta certezza. Stavano lì per provare eventualmente qualcosa? Una piccola parte di me si sgretola e crolla in un tonfo sordo.
- Tu non mi credi.
Conclude con qualcosa di vacuo e superficiale, “guarda, a me non me ne frega niente” o giù di lì.
Davanti alla sua convinzione non riesco a spiegare che adesso ricordo, che i suoi vestiti li ho trovati piegati male, sepolti al di sotto del mio bucato appena ritirato, e che nel ripiegare i miei ho riordinato anche quelli. Un gesto automatico, una gentilezza alla quale dovrebbe aver fatto l’abitudine ormai, in oltre un anno di convivenza. Pensavo di esser riuscita a fare della mia gentilezza una routine, di aver saputo come abituare qualcuno al mio rispetto. Io che, figurarsi, chiedo ancora il permesso per bere in tazze che non sono la mia.
Dentro di me c’è un limite che smotta, trema e m’incrina la voce. Nel tentativo di risultare più credibile racconto di come ho passato il fine settimana, evocando aneddoti che potrei perfettamente risparmiarmi. Sa bene con chi mi sono vista e percepisco il disturbo che prova. Con naturalezza cerco di descrivere la casa di lui, che vino mi ha offerto, come sono stata, ma ormai sono un sassolino che corre lungo il dirupo. Mi dimezzo velocemente nel fingere di non essermi ferita. Ma soprattutto, nel raccontare, mi accorgo di una cosa ancora più imbarazzante. Ha pensato che io, nel suo letto, c’abbia scopato.
Torno a sentire in me lo stesso gelo del pomeriggio, una vergogna involontaria. Una diffusa sensazione di cancro.
- Non so perché ti ho ripiegato quei dannati vestiti, non lo so. E’ ingiustificabile, mi rendo conto.
Eppure, mi dico, l’affetto non dovrebbe essere giustificato.
L.W.
Panta Rei quindi Carpe Diem (ovvero anche Zarathustra sarebbe in difficoltà)
Pubblicato da TaccuinoallIdrogeno in IDROGENO LIQUIDO (Appunti, articoli, poesie, psicosi immediate. Dalla carta alla rete.) il 27 marzo 2010
Che il fine ultimo delle cose, di tutte le cose, persino della vita, sia il nulla, questo è un grosso problema per l’essere umano. Che alla fine rimanga solo il nichilismo, che alla fine nichilista è chi il nichilista fa, questo è un grosso problema per l’essere umano. Non passa giorno senza che televisioni, radio, carta stampata e chiacchiere di condominio vadano ad attecchire sulle emozioni umane con scene di disperazione, angoscia, tristezza, paura, morte. Ma soprattutto con scene di sfortuna. Perché se le cose sono andate in quel modo è stata solo questione di sfortuna. Mentre tutto questo accade io mi chiedo: ma cos’è quindi la fortuna? Riesco solo a rispondermi che è un sogno, un gran bel regalo confezionato da una commessa “di bella presenza, capace, loquace, spigliata e automunita”. Rifletto infatti sul fatto che i regali capitano solo con le feste, come delle pallide eccezioni al desiderio di felicità perenne che ci affligge tutto l’anno. Lo stato primo dell’essere umano è l’insoddisfazione e l’infelicità, almeno per la maggior parte degli esseri umani – per quanto riguarda la restante parte ci affanniamo a trovare qualcosa di sbagliato nelle loro vite per rinfrancare la speranza, amica della fortuna, a quanto pare – tuttavia è inutile nasconderci il fatto che i gradi di infelicità siano diversi. Le caste non ci mollano mai. Noi le abbiamo inventate e noi ce le teniamo. E’ così. Ciò che riguarda l’uomo è tutto un’invenzione umana. Forse per farci sentire più importanti, forse per farci sentire meno soli. Sicuramente non tutti se ne preoccupano, questo è fuori dubbio, e così si passano gli anni a coprire ciò che viene prima con verità camuffate da belle bolle di sapone per sentire meno il senso di inadeguatezza. E’ così che viene pure la fortuna sapete? Perché alla fin fine il contenuto vero della vita è un’immensa spalata in faccia di normalità – ah no, pardon, “sfortuna”. Ma in fondo essere chiunque non serve a molto, così dicono, meglio essere “adeguati” ma con brio e se ci scappa pure di credere in infinite possibilità di successo in superficie – ah no, pardon, “salvezza“ – perché non darcene la possibilità? Tanto di tempo ne abbiamo, così dicono (o perlomeno omettono di dire il contrario), quindi che “ci” resta da fare? Alla fin fine che il fine ultimo delle cose, di tutte le cose, persino della vita, sia il nulla, parlando in generale è un grosso problema per l’essere umano.
I.M.





