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Capita

Vi capita mai?

Di sentire lo strappo. La lacerazione profonda. L’eco lontana di una rottura che non si ripara.

Vi capita mai?

Scoprirvi sordi, immuni ai richiami. Con le cose, e i sentimenti, e le persone, e il mondo, che passano e non restano.

Smarriti. Basculanti su perno arrugginito prossimo alla frantumazione.

Vi capita mai?

Paura pura non identificata, desiderio impronunciabile di scomparire agli occhi dell’altro.

Stanchezza che offusca il giudizio e sovrappone gli incroci possibili.

Vi capita mai?

Sentire il peso di mille vite. Interrompere un gesto di cui non si è perso il significato.

Avere freddo sotto il sole.

Vi capita mai?

Silenzio che alimenta il silenzio. Affogare nel vuoto, in quella bolla che si allarga nel petto e soffoca il respiro.

Vi capita mai?

Il culo appoggiato sull’epicentro del sisma.

La parola che muore prima di essere pronunciata.

Il pensiero che si forma prima di riuscire a sfuggirlo.

La spirale infinita.

E poi trovare sollievo nel gridare una canzone, scagliarla nell’aria finché la gola non brucia.

E in una frase si srotola il pianto, e in una parola si cristallizza il sorriso.

J.W.

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Provi a fermare il tempo in ogni modo, e ottieni solo che rallenti di qualche minuto. Bella cazzata. Però in fondo ha un senso: come ogni buona prosa, la vita non ha un metodo.

K.S.

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Resto

Resto. Sospesa. Per aria. Tengo incredula, tra le mani l’attimo.

In sospensione. Respiro. Annuso l’aria. E rido. E ci manca poco che cado.

Come al solito goffa.

Silenzio. Nessun brusio, nessun clamore, né sibilo o stridore.

Silenzio.

I muscoli leggermente indolenziti, dopo la corsa lenta, costante, prevedibilmente lunga. Dopo l’arrampicata a mani nude, la pendenza impensabile. Inesorabilmente senza corda. E poi di nuovo la corsa.

Ma il respiro si è fatto dolce, l’affanno finalmente affievolito.

Il cuore che pompa la giusta dose di ossigeno al cervello.

E c’è silenzio.

Resto sospesa per aria. Fisso l’attimo che tengo incredula tra le mani.

Annuso l’aria.

E sono ancora viva.

J.W.

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Interno 4

La soluzione sarebbe andare a dormire prima la sera e svegliarsi presto al mattino. Concedersi una colazione leggera, uno po’ di ginnastica. Guardare fuori dalla finestra e prevedere d’uscire, sia che ci sia il sole, sia che ci sia la pioggia. Poi infilarsi sotto la doccia. Percepire l’acqua come mani, come forza plasmatrice. Sentirla seguire le forme del corpo, cedere lungo le curve, diventare duttili, arrendersi allo scroscio, essere acqua noi più dell’acqua stessa. E finalmente gocciolare stanchi sugli spigoli.

Quando dico noi, dico…

Non so, forse servirebbe della musica.

Esco dal bagno a piedi nudi, lasciando orme umide del mio percorso.  Potresti poggiarci i piedi sopra e seguirle con facilità. Appariresti ridicolo, così impegnato in un passo che non è il tuo. Così impegnato ad essere qualcosa che non sarai mai.

Immagina di dover girare l’angolo, di dover entrare nella nostra camera da letto e non ricordarti ancora dove abbiamo scelto di mettere lo stereo.  Io, per esempio, non lo trovo davvero. Ritorno sui miei passi, mi giro di fretta perché adesso ho freddo, ma da dove sono venuta è scomparso tutto. E’ rimasta solo la traccia dei miei passi ad asciugarsi lentamente, in questa nebbia fitta che si alza sul pensiero.

Siamo sempre stati qui? Quanti giorni, mesi, anni ci abbiamo messo per ridipingere i muri, riempire gli armadi, scegliere i cuscini e che non fossero troppo morbidi o troppo rigidi e sottili?

Noi ci siamo sempre stati?

E quando dico ‘noi’ dico io e te, amore mio dolcissimo che non ti vedo. Né sulle mie impronte, ad imitarmi negli ancheggiamenti, né vicino allo stereo a scegliere tra Ella Fitzgerald e Lou Reed, perché Springsteen per me è troppo melenso.

Se vivessi al mare, in un posto sempre caldo, forse avremmo più tempo. Sarebbe un’eterna domenica, anche dopo notti intere, tornerebbe domenica. Pigra, ovattata, forse un po’ torbida come l’acqua di quel bicchiere, sporca di colore.

Ti dissi: – “Ti dipingerò come una delle mie puttane francesi”, mentre mi spogliavo per mettermi in posa. Ridevi. Non sono mai riuscita ad insegnarti a disegnare, né restando ferma immobile, né tenendoti per mano. Ma ho trovato lo stereo.

-       Non è un po’ grande?

-       Ma no, vedrai… gli troveremo un posto.

-       Avremo una casa che gira intorno allo stereo.

-       Avremo una vita che gira intorno a questa casa e io e te balleremo vorticosamente intorno a questo enorme stereo.

Mi lascio scivolare lungo la porta, distinguo con la pelle della schiena le trame del legno, tutte le vene mie e non. Ti aspetto qui per terra, come facevi tu, ai piedi del letto, con la colazione a freddarsi sulle ginocchia per non svegliarmi.

Siamo figli dimenticati di Beckett, aspettiamo per aspettare. Godot arriva, ci guarda, ride e se ne va. Non saremo mai, né tu né io, liberi di non esistere.

 

L.W.

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Aria

Fa torto al silenzio

l’eco delle parole

che rimbombano

servili all’orgoglio,

a una sorda grettezza.

 

Lascia muto questo vuoto!

 

Y.F.

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