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Interno 4

La soluzione sarebbe andare a dormire prima la sera e svegliarsi presto al mattino. Concedersi una colazione leggera, uno po’ di ginnastica. Guardare fuori dalla finestra e prevedere d’uscire, sia che ci sia il sole, sia che ci sia la pioggia. Poi infilarsi sotto la doccia. Percepire l’acqua come mani, come forza plasmatrice. Sentirla seguire le forme del corpo, cedere lungo le curve, diventare duttili, arrendersi allo scroscio, essere acqua noi più dell’acqua stessa. E finalmente gocciolare stanchi sugli spigoli.

Quando dico noi, dico…

Non so, forse servirebbe della musica.

Esco dal bagno a piedi nudi, lasciando orme umide del mio percorso.  Potresti poggiarci i piedi sopra e seguirle con facilità. Appariresti ridicolo, così impegnato in un passo che non è il tuo. Così impegnato ad essere qualcosa che non sarai mai.

Immagina di dover girare l’angolo, di dover entrare nella nostra camera da letto e non ricordarti ancora dove abbiamo scelto di mettere lo stereo.  Io, per esempio, non lo trovo davvero. Ritorno sui miei passi, mi giro di fretta perché adesso ho freddo, ma da dove sono venuta è scomparso tutto. E’ rimasta solo la traccia dei miei passi ad asciugarsi lentamente, in questa nebbia fitta che si alza sul pensiero.

Siamo sempre stati qui? Quanti giorni, mesi, anni ci abbiamo messo per ridipingere i muri, riempire gli armadi, scegliere i cuscini e che non fossero troppo morbidi o troppo rigidi e sottili?

Noi ci siamo sempre stati?

E quando dico ‘noi’ dico io e te, amore mio dolcissimo che non ti vedo. Né sulle mie impronte, ad imitarmi negli ancheggiamenti, né vicino allo stereo a scegliere tra Ella Fitzgerald e Lou Reed, perché Springsteen per me è troppo melenso.

Se vivessi al mare, in un posto sempre caldo, forse avremmo più tempo. Sarebbe un’eterna domenica, anche dopo notti intere, tornerebbe domenica. Pigra, ovattata, forse un po’ torbida come l’acqua di quel bicchiere, sporca di colore.

Ti dissi: – “Ti dipingerò come una delle mie puttane francesi”, mentre mi spogliavo per mettermi in posa. Ridevi. Non sono mai riuscita ad insegnarti a disegnare, né restando ferma immobile, né tenendoti per mano. Ma ho trovato lo stereo.

-       Non è un po’ grande?

-       Ma no, vedrai… gli troveremo un posto.

-       Avremo una casa che gira intorno allo stereo.

-       Avremo una vita che gira intorno a questa casa e io e te balleremo vorticosamente intorno a questo enorme stereo.

Mi lascio scivolare lungo la porta, distinguo con la pelle della schiena le trame del legno, tutte le vene mie e non. Ti aspetto qui per terra, come facevi tu, ai piedi del letto, con la colazione a freddarsi sulle ginocchia per non svegliarmi.

Siamo figli dimenticati di Beckett, aspettiamo per aspettare. Godot arriva, ci guarda, ride e se ne va. Non saremo mai, né tu né io, liberi di non esistere.

 

L.W.

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Juniper

appena tornato da una facoltà occupata,

una facoltà umanistica.

il motivo: “Aperitivo letterario”.

interessante..

 

dentro ci ho trovato un po’ di tutto, gente che leggeva brani di bei libri, “attori” che urlavano nel microfono e si contorcevano per terra come ossessi, tanta -forse troppa- politica, creatività (eccessiva?), libertà un po’ troppo ostentata per sembrare autentica.

Era forse quello il mio mondo?

 

poi ho commesso l’errore fatale, se così si può dire, di guardare le loro bacheche e leggere gli invitanti nomi dei loro corsi:

storia del teatro

letteratura

psicologia

filosofia

rinascimento

è qui che si studiano l’animo e l’arte!

 

e io che cazzo c’entro?! in tutto questo intendo.. eppure continuo il mio “lavoro”, la sera, con un ritmo estremamente incostante, forse con troppe pretese, con due compagni di viaggio fedeli ma un po’ scontati, – fondamentalmente senza le basi, un po’ come un bambino che cerca di acchiappare la luna allungando il suo corto e patetico braccino..

 

io studio i cuori, le fratture, gli intestini,

i vermi, le piaghe purulente..

so sì e no qualcosa sui batteriofagi,

sulle milze, sui muscoli sfinteri e dilatatori..

che ci sto a fare qui?

 

però, a mia difesa, posso dire

di aver trovato più poesia

nel riflesso di correzione di un gatto

che in tutto il manipolo di umanisti

ululanti

di questa sera.

F.K.

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Senza parole

Tamburo caricato

cane arretrato all’innesco

la bocca preme sul volto

non so che cosa aspetto.

Y.F.

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Sweet Nothing

K.S.

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CHESIL BEACH ovvero un piatto servito alla freudiana

 

E anche questa volta Mc Ewan mi ha fregato.

Comincia in maniera lieve e quasi non ti accorgi di tutto quello che sta portando avanti.

Leggi e leggi e pensi che non è una storia, ma un corollario di vite.

E poi succede.

Finalmente si arriva al nodo gordiano.

Ti ci porta proprio sotto senza farsi sentire, fino a poco prima il lettore naviga abbastanza ignaro.

Ti spiega il perché, ti fa vedere tutti i lati del cubo. Te li racconta, ci scherza quasi su.

Ed eccoci all’apice.

Mc Ewan ama far gravitare la trama delle sue storie attorno ad un unico fatto centrale, tragico, quasi sempre a sfondo sessuale.

La trama esplode letteralmente sotto il peso del nuovo avvenimento. Un avvenimento, ce ne rendiamo conto dopo, al quale ci ha preparati sin dall’inizio. Eppure noi, sordi (ma non ciechi), avevamo trascurato le avvisaglie. Un giallista li chiamerebbe i segnali premonitori. E invece sono semplicemente dei fatti puri che ci hanno portato a delle precise (ed immaginabili) conseguenze.

E allora tutto non può che cambiare irrimediabilmente, in maniera spesso tragica.

Perché Mc Ewan è umano e non può tirarsi indietro di fronte al narcisismo provocato dalla propria scrittura. Gli piace, ne è fiero e si legge bene tra le righe. Rivendica l’attenzione del lettore, la cerca.

La storia si erge dall’inizio verso lo spannung, dritta, fiera. Mc Ewan ha una profonda relazione sessuale col lettore; ci fa assistere alla sua storia e ce ne spiega la soluzione. E il suo apice sconvolge non solo i personaggi che si trovano a doverne avere a che fare, ma lo stato delle cose, il lettore stesso. È un’esplosione che mira a colpire qualsiasi cosa.

In particolare Chesil Beach ha molto di tutto questo. I toni tragici che troviamo in Sabato ed Espiazione sono qui attutiti, ma ugualmente la trama sfocia nella tristezza, nel rimpianto. La sensazione finale del lettore è quasi di rabbia, è stupore e delusione.
Ed è solo dopo esserci voltati, alla fine di tutto, che si vede l’immenso cratere che ha provocato la sua bomba; e solo allora ci precipita sulle spalle il fardello della sua storia. Ma ormai è tardi perché i personaggi sono già scomparsi e Mc Ewan se la ride dietro la sua scrivania (me lo immagino alla macchina da scrivere….mi rifiuto l’idea di lui occhialuto dietro un Mac).

E noi lettori dobbiamo portare le conseguenze delle sue storie da soli.

Sei un irresponsabile Ian. Maledizione a te.

S.A.

Questa recensione, e quelle che seguiranno nelle settimane a venire, sono, ovviamente, personalissime e magari poco obiettive. Per date, analisi, critiche, non rivolgetevi a me. Come sempre, sono responsabile di ciò che scrivo, ma non dell’uso che ne viene fatto.

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