Archivio per aprile 2012
Lentamente
Ci stiamo guardando negli occhi, girando su noi stessi, dentro un metro quadro di primavera; piccoli, impercettibili passi, senza mai, mai toccarsi; e del mio essere uomo, rimane solo un pane di tempo che nelle tue mani diventa farina. Dietro il soffio delle tue ciglia che sbattono lente contro un trucco pesante, una divinità in carne e ossa, sta disegnando i miei nuovi confini. Ti guardo negli occhi, mi guardi negli occhi, dentro questo posto senza nome, con lo schifo che ci circonda, questo silenzio è un avanguardia dell’amore; è un filo di seta su cui cammino a cento metri d’altezza senza nessun tipo di protezione; vuotato da ogni energia che tu mi rubi, non ho neanche la forza di inventarmi un sorriso.
Domani, magari, con gesto distratto mi restituirai bambino a questa età adulta; lo farai così, senza accorgertene, percorrendo con le dita le rughe precoci del mio viso a cui vorrai dare un nome, la più bella, mi dirai, si chiama Fortuna. Ai miei primi capelli bianchi racconterai una storia, di un possibile mondo in bianco e nero, che troveremo sotto le nostre palpebre, dove accadrà di trovare riparo dalla pigmentata violenza della realtà. Ai miei ventisette anni, che sono cento, darai un bacio sulla bocca; dentro le vene dei miei polsi, farai scorrere il cielo degli anni settanta; e la magrezza di cui mi vesto, sarà sempre e soltanto contornata dalle tue carezze. Potrai anche essere il filo di un aquilone con cui gioca il bambino che non sono potuto essere.
Domani, forse, domani. Adesso succede soltanto di guardarsi negli occhi, di leggersi dentro i fogli sparsi che lasciamo cadere sul fondo delle nostre reciproche stanze, stanze del pensiero. Solo qualche gesto, qualche parola, mai gridata, senza mai toccarsi, lasciando che le cose accadano, lentamente. Accadrà, e io non sarò poi così diverso da ora, cambierà forse solo la quantità di tempo in cui potrò essere semplicemente ciò che sono; e sono così, con le caviglie sprofondate nel fango delle ansie, ansie che nascondo molto bene, apprensioni di chi davvero non sa mai come comportarsi, che deve ancora capire, se mai lo capirà, come diavolo si faccia a stare su questo mondo. Sono così, con le mie distrazioni che ti fanno sorridere, con tutti i nomi di persone e cose da dimenticare, con le vie di fuga che inseguo con gli occhi, sapendo che in quella direzione, per il momento, non ci posso andare.
Ecco: succederà magari che un giorno mi prenderai per mano, e con in faccia la stupidità tipica di chi se ne va in giro mano nella mano, cammineremo su una di quelle vie adesso inaccessibili, succederà perché non può essere altrimenti, succederà perché è finito tutto il tempo; il tempo delle scuse, il tempo delle attese, il tempo di doversi sentire forti più del necessario, il tempo di vivere al di sopra degli uomini, al di sopra dei sentimenti, succederà, ne sono convinto.
I miei pensieri, mentre faccio la guardia alla porta di questo cesso dietro la quale stai facendo pipì.
…
L.J.M.
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nota: immagine ed elaborazione grafica sempre a cura di E.Z.
E.Z., io sono una stanza, L.J.M, lentamente, rubrica, vadoalcessoetorno
TempoQuasireale01
Pubblicato da TaccuinoallIdrogeno in IDROGENO LIQUIDO (Appunti, articoli, poesie, psicosi immediate. Dalla carta alla rete.) il 27 aprile 2012
C’è sempre un primo momento i cui ti accorgi delle rondini…
domenica scorsa ne ho vista qualcuna entrando in autostrada,
l’aeroporto di falconara poco sulla destra…
una è sfrecciata davanti al mio sguardo stupìto (ogni anno lo stesso stupore)
…
ho pensato: ecco il momento in cui ti accorgi del ritorno delle rondini
e un primo momento in cui senti quel loro gridare in volo…
poco fa sul balconcino di casa, il crepuscolo che s’appressa
imago della fatal quiete, le nubi e i zeffiri sereni
…
Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
che vanno al nulla eterno e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le forme.
…
W.P.
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nota: immagine ed elaborazione grafica a cura di E.Z.
aeroporto, E.Z., momento, pensiero, quasi reale, rondini, tempo, W.P.
La natura di J.T.
Vorrei fossero più corte le distanze che mi separano dalle pagine dei miei cattivi pensieri. I miei desideri più brillanti. I miei diamanti di “vetro”. I miei occhi vuoti, troppo celesti per essere credibili. Mi stimo molto di più come donna che come uomo, e il fatto che abbia il cazzo poco importa e a voi non dovrebbe interessare che il mio rossetto rosso sporchi il calice dove bevo un fondo di vino amaro.
Ho sognato più volte il dio pene distruggere l’eleganza ipocrita della normalità. La normalità non esiste. La normalità è un buco nell’acqua che dura il tempo che impiega un sasso a violentare l’acqua stupita dove vi specchiate banali e verecondi da fare schifo. Ho desiderato un morso sulla vagina che mi invento oltre la realtà. La realtà, la realtà è uno sguardo cadutomi dagli occhi, e ora, oltre la sorpresa di non saperlo rotto, resta la paura di pensarlo fragile. Fragile. Se ti dicessi che questa fragilità è una macchina del tempo? ti prepareresti a partire con me? Partiresti? Mi stai ascoltando? Hai paura del mostro? E del buio? Hai forse paura del buio? beh, sappi tesoro, che io, io sono la luce.
Ho frugato dentro il ventre con un cacciavite per cercare l’origine dell’errore che ha impedito la separazione del maschio. Ho sentito mio figlio gridare: “Voglio vivere” oltre la plastica che mi avvolgeva. Ho visto me stesso scopare me stesso, mortificare il mio corpo di graffi e piscio, ho fatto l’equilibrista sulla linea che c’è tra sesso e perdizione. Ho vomitato due volte al giorno le cento calorie di troppo a cui davo la colpa di non sentirmi felice. Ho visto uccidermi per punizione con un morso alla gola e seppellirmi sotto la sabbia di un mare nero senza uno straccio di croce.
Mi sono visto madre, lacerata dal dolore, partorirmi allo stesso modo in cui una cagna randagia piscia la sua urina. Mi sono protetto, stretto forte al petto, baciato sulla bocca, nascosto, a riparo dalla follia. Follia vera. Mi sono svuotato i polsi con una forchetta cercando l’interruttore che potesse spegnere per sempre questo infinito, inumano giro di giostra.
Mi sono visto padre, difendermi dalla bruttezza selvaggia di una realtà crudele oltre misura, mi sono accompagnato a scuola nel mio primo giorno, mi sono visto solo al centro di una stanza con la mano alzata, investito dalla ferocia del tempo, attendere il mio turno per dire: io sono. Io sono un libro scritto al contrario con un linguaggio che io solo apprendo da me stesso che lo insegna a me solo. Sono l’ombra di risulta di infinite figure che si sommano in un disegno unico e irripetibile; disegno che a cospetto della sua completezza, si rivela e si rivelerà in tutta la sua complessità. Io sono l’errore che rende affascinante ciò che altrimenti vivrebbe impantanato nell’inutilità della perfezione. Io sono il corpo che riempie questo mio abbraccio.
Devo adesso sapere dove diavolo esisto, ho assolutamente necessità di visitare quel dove.
I pensieri di J.T., un bruco nella stagione delle farfalle.
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L.J.M.
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nota: immagine ed elaborazione grafica a cura di E.Z.
E.Z., io sono una stanza, L.J.M, la natura di J.T., rubrica, vadoalcessoetorno
Futuro semplice
…
Quando capisci di aver perso il controllo, quando ti accorgi che avresti bisogno di sederti un attimo, quando ti accorgi che non lo facevi da tempo, quando i colori di tutto ciò che ti circonda divengono una sfumatura indefinita, quando le forme si intrecciano, si annodano, si annullano l’una con l’altra, quando deleghi tutto al sentire, quando non è più una tua competenza il capire. Quando può essere abbastanza, quando sai che oltre quella misura niente è più possibile. Quando capisci che non esiste niente, quando tutto, ma proprio tutto risulta essere una finzione, quando prendi coscienza dei margini di questo teatro di posa, quando vedi i fogli di tutto ciò che è già stato detto, scritto, sognato, bruciare per autocombustione. Quando senti che ciò che sei è la soluzione finale, la cristallizzazione definitiva, quando sei il risultato di un processo irreversibile. Quando gli atti di semplificazione aprono i sogni ad un complesso di parafrasi impure. Quando non si può più tornare indietro a correggere la naturale latenza degli addii, quando il senso naturale delle cose è invalidato dalla retorica della verità, quando i volti della gente sembrano deformati da specchi di luna park. Quando inghiotti senza masticare, quando non senti più il sapore, quando fotti come per uccidere, quando sciogli le riserve ad ogni qualunque tipo di resistenza, quando il pudore è una maglietta slabbrata, quando il dolore è l’unico modo per sentire ancora qualcosa, quando sei stanco di usare la parola tempo, quando sei stanco di subirlo, quando usi il l’alcol come un macchina per tornare indietro, quando poi ci torni indietro, quando vivi quella illusione, quando vivi ancora una volta nei suoi occhi, quando muori tra le sue braccia, quando era semplice dire la parola amore, quando il sesso è il viaggio di ritorno, quando la realtà è un compromesso tra la sua origine e la sua scissione, quando tutto è confuso in un vortice virtuoso, quando ti senti inutile come uno straccio per lavar per terra, quando ti senti il manico di uno strumento per il lavoro, quando non conosci il nome della mano, dell’uomo che ti afferra, quando non conosci il prezzo della tua fatica, quando non vali neanche più quel prezzo, quando sei posto al margine, quando lo sei per aver dato il cattivo esempio, quando non sei adatto, quando sei fottuto, quando hai creduto che potesse essere diverso, quando non è una questione di senso, quando il tempo, era il tempo dei “c’era una volta”, quando gli attimi di felicità sono risate di clown sgangherati, quando i plausi sono affetti da difetti di quantizzazione, quando i conti non tornano, quando spalanco gli occhi per inghiottire tutto il sole possibile, quando poi mi richiudo in un buio dolce, nel mio intimo irraggiungibile, nel mio oceano profondo. Quando sono là, dove tu non puoi arrivare, quando tutto si dispone in un ordine di cose normali, quando riemergo scalando le mie pareti bianche, quando ti ritrovo mai stanca di aspettarmi, quando mi chiudi gli occhi per scioglierli dal sonno, quando mi prendi per mano e mi accompagni senza mai chiedere il perché, verso il mio futuro semplice.
I miei pensieri, semplicemente.
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L.J.M.
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nota: immagine ed elaborazione grafica a cura di E.Z.
E.Z., futuro semplice, io sono una stanza, L.J.M, rubrica, vadoalcessoetorno
Imperfetto desiderio
Se le mie scarpe fossero diverse, se fosse presto e non tardi, se ci fosse anche mio padre, se non mi tremassero le mani, se non ci fosse la pioggia, se fosse domani e non oggi, se qualcuno mi ascoltasse, se la smettessero di dirmi tutto come se non sapessi niente, se mi lasciassero sbagliare, se mi lasciassero provare, se avessero la mia età, se io potessi avere la loro, se lui non fosse così bello, se io fossi più magra, se io sapessi come fare, se tu mi indicassi una strada meno dolorosa, se avessi voglia di percorrerla con me.
Se conoscessi i vostri nomi, se avessimo gli stessi gusti, se aveste anche voi un quaderno su cui scrivere, se riusciste a capire che non sto parlando di compiti di scuola, se piangeste come a volte piango io, se sorrideste dopo come sempre sorrido io, se fosse più semplice spiegare, se aveste voglia di capire.
Se le mie paure fossero ancora le vostre, se avreste memoria di come posso sentirmi io, se foste più attenti a non essere banali, se la smetteste di dire cose senza senso, se fosse amore e non dovere, se riuscissi a dirvi tutte queste cose, se riuscissi a scriverle e voi riusciste a leggerle con serietà, se ne valesse la pena di portare questo tormento, se non fosse così pesante ogni dannato risveglio, se non valesse il doppio per me il tempo.
Se capireste che non ho voglia di questi giocatoli, se mi parlaste di sesso senza vergogna, se non avessi vergogna di chiedervelo, se non commentasse il mio tempo in bagno, se smetteste di parlare a voce bassa come se io non vi senta, se vi ricordaste anche voi del vostro tempo in bagno, se mi sollevaste da questo imbarazzo.
Se non mi chiedeste sempre: “come stai?”, se fosse una questione di doverlo sentire come sto, se non fossero necessarie tutte queste parole, se almeno alcune fossero pensate, pesate, dedicate, se non dovessi sperare, se non dovessi servirmi più della speranza, se sapessi fare davvero bene qualcosa, qualunque cosa, se ci fosse almeno questa certezza, se non dovessi apparire per forza bella, educata, gentile, opportuna, felice.
Se potessi star bene nel mio stare triste, se capiste quanto a volte è bello esserlo, se riusciste a non farmene una colpa, se capiste che non è un capriccio, se capiste che non è mai un capriccio, se anche per me valesse la scusa della personalità, se potessi saltare oggi la vostra maledetta cena, se potessi decidere di non aver voglia di vedervi per un po’, se potessi pretendere del tempo per me, se non vi meravigliaste quando dico cose che alla mia età non dovrei dire, se foste meno presuntuosi, se avesse un valore il mio parere sulla politica, se avesse un valore reale il mio parere, se il mio parere fosse parte attiva di un cambiamento, se contasse la mia esperienza, se aveste cognizione del fatto che anche io ho un esperienza, se sapeste di quanto sia io a volte a proteggere voi più di quanto non siate voi a proteggere me, se vi rendeste conto di quanto siete ridicoli dietro alla vostra maschera di responsabilità e serietà. Se solo sapeste cosa vuol dire avere la mia età.
Parole di una bambina che potrebbe dire un’anziana.
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L.J.M.
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nota: l’immagine dell’articolo proviene dal sito degli anfibi Dottor Martens, non sappiamo chi sia la modella e non sappiamo chi sia il fotografo. Tutti i diritti sono a loro soli riservati. L’elaborazione grafica per questo articolo della foto in questione è invece di E.Z. (e speriamo basti questo per coprirci le spalle, alè).
E.Z., imperfetto desiderio, io sono una stanza, L.J.M, rubrica, vadoalcessoetorno
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Una (essenziale) rivista non nominale
Taccuino all'idrogeno è il tavolo d'angolo di un bar dove una serie di individui senza nome si incontra tutte le notti: un bar senza barista, dove ognuno porta la propria bottiglia e nessuno abbandona lo sgabello prima di aver assaggiato tutte altre, fino alla saturazione. E' un luogo fisico, fatto di parole e pensieri tangibili, nel quale avventori quantomai diversi cercano di costruire un' estensione cartacea delle proprie realtà attraverso la finzione. Per confrontarsi tra loro, senza creare un fronte comune che non sia quello necessariamente volatile, e a volte contraddittorio, della ricerca. È un opuscolo, un foglio che non aspira ad etichette o autorevolezza, ma più semplicemente ad uno spazio e ad un tempo; un'idea che cerca di provarsi a se stessa, fatta di molte domande e quasi nessuna risposta. Solo parole, utili o meno, scritte e bevute perché trovino un senso nel vissuto. Forse.Appunti sul Taccuino
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