Archivio per marzo 2012

Titanic in giardino

Il caldo è rivoluzionario, stacca gli iceberg dal pack e li costringe a peregrinare su rotte impervie e casuali, in balìa delle correnti. Solitarie gelide effimere isole galleggianti, costrette a vagare anonime, senza che nessuno abbia almeno pensato di dare loro un nome. Uno qualsiasi. Picco del Diavolo  o  anche Base Artica Zero andrebbero benissimo.

Il freddo è reazionario: tutti lì – costretti in casa – a guardare la tv, con gli occhialini 3d. Guardi guardi e non vedi niente, mentre cade la neve sogni di essere al mare.

Il caldo è rivoluzionario, costringe le gemme a esplodere in fioriture inusuali, così ai lati delle autostrade c’è meno tristezza.

Il freddo è reazionario, i concetti, quando li esprimi a voce alta, si trasformano in vapore senza generare energia, ti accorgi che le parole scivolano verso il basso in caduta libera, per la maledetta forza di gravità, sempre inevitabilmente all’agguato, no so quanto per fortuna. Potremmo volteggiare  liberi nell’aria, altrimenti.

Ma…

Il caldo è rivoluzionario, hai sempre voglia di fare un giro vorticoso intorno a te stesso, ma uno solo, per paura di perderti nel giardino dei sentieri che si biforcano… 

W.P.

nota: immagine e rielaborazione grafica di E.Z.

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Dolce Stil Novo #2: Sonetto Caudato

Pensavo che un pensiero di tal forma

in nessun caso dentro la mia testa

avrebbe preso piede, invece questa

idea sempre più l’inconscio plasma.

M’immaginai un mondo d’altra risma,

cibernetica terra di conquista

dove la spada incide le mie gesta

sul granitico, draconico derma.

Questo lampo partì in conseguenza

di un diverbio col sesso antipodiano

che mi fece volar l’immaginanza.

Che pacchia in questo loco così strano!

Solo bit, niente ansie, ma pur senza

abbracci  e baci: sacrificio inumano!

 E così, sul divano,

con l’amor che mi tiene saldo a terra

simulo l’odio, combatto una guerra.

U.U.

nota: ogni forma di pubblicità occulta che si voglia per caso vedere nell’immagine è un fake. I detentori dei diritti di quei quattro simboletti malefici non siamo noi, ci tenevamo a precisarlo che non si sa mai (e quindi ogni guadagno va a loro, noi ci consumiamo solo le dita a giocarci). Punto.

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Il volo

Però.

Però vedere l’effetto che fa,

(di) desiderarlo ancora

spesso gli capitava,

altre volte,

ogni tanto.

Però.

Esattamente.

Pensare a lui

lui che (si) affronta l’aria

dal quarto piano,

quel palazzo elegante,

la sua adozione,

di proposito,

per darci un tocco metaforico.

Però.

Velocemente.

Per farla sembrare arte,

di quella sì, quella lì,

che trascina giù con se

vetro

e i simbolismi.

Però.

Ciecamente.

E vedersi dal di fuori

come il più veloce

degli scultori,

una prova artistica sì, quella lì,

che si realizza

e consuma

in fretta.

Però.

Puntualmente.

Certe volte,

stesse volte,

(si) fissava,

e così sarebbe successo,

che la musica giusta

ci sarebbe stata

forse un giorno

no

sì.

Propriamente.

di

I.M.

nota: foto sempre a mano, macchina e ignoranza di I.M.

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Lo zelo e la guerra aperta

Lo zelo e la guerra aperta.

Che se sto cercando lavoro, quasi desisto. E che se ce l’ho sogghigno pensando che è tutto uguale. Cambiano solo i nomi, a volte neanche i cognomi.

Ne sarebbero forse bastate due di mani per descrivere dei giovani laureati nel mondo degli adulti, alle prese con un lavoro, speranze quasi archiviate e relazioni varie. MilanoRomaTrani ha deciso di usarne sei, e li capisco.

Forse perché tre storie raccontano meglio di una?

Perché autori diversi hanno vicissitudini diverse?

Perché alle medie ti hanno detto che ci vogliono almeno 3 esempi prima dell’etc., a sostegno della tua tesi?

Sì, credo, ma anche perché chiunque ha qualcosa da dire di diritto sull’argomento.

E anche se dopo qualche ora dall’aver letto i racconti, ricordo vagamente i nomi dei protagonisti, le storie mi rimangono in bocca. Non ricordo che qualcuno abbia attentato alla mia vita durante il ben noto precariato, non ricordo di essere stata minacciata, non ricordo neanche di spintarelle. Ma riesco comunque ad ascrivere il monte di storie simili a quelle raccontate dal collettivo, nell’insieme c***o di precariato odierno.

Una scrittura pulita, semplice, diretta e, per fortuna, corretta. Che non solo non ci sta mai male, ma che è la base minima per una buona lettura. E fresca. Contrariamente alla sensazione di vetustà che sale dalle scartoffie dell’ufficio del comune e contrariamente anche allo sfinimento che ti sale alla testa quando capisci i meccanismi che stanno dietro all’ufficetto di provincia. E alle battute dei Pravettoni sui laureati – camerieri. E alle solite storie che ricordo ancora quando senza di lui sorridevo, ma ormai, dopo tanto tempo.

Ho stima dei personaggi, reali o meno che siano, che queste pagine le vivono.

Ma soprattutto ho stima di questa gente che riesce ad avere delle storie da raccontare, qualsiasi sia il finale, qualsiasi il messaggio, con in mente la disperazione di chi il futuro ce l’ha per forza e per fortuna che siamo ancora giovani e la sveglia all’alba pesa ma chissà fra 30 anni.

Che delinea dei personaggi con dei nomi, una linea chiara che si dipani tra le righe e una fine. E che ci riesce. Mi piace.

E mi piace l’idea che tre storie con lo sfondo comune (tra loro e con molte altre nostre storie) del precariato siano disponibili online gratuitamente.

I tre autori?  Ilaria Giannini, Jacopo Nacci ed Enrico Piscitelli, fondatori di Cooperativa di Narrazione Popolare che è, per dirlo con le loro parole, “un progetto di scrittura libera e lettura condivisa”. Lo zelo e la guerra aperta è il primo progetto della cooperativa, che si propone di dar seguito a tale raccolta.

E a noi del taccuino è come se ci offriste un giro del solito.

S.A.

Questa recensione, e quelle che seguiranno nelle settimane a venire, sono, ovviamente, personalissime e magari poco obiettive. Per date, analisi, critiche, non rivolgetevi a me. Come sempre, sono responsabile di ciò che scrivo, ma non dell’uso che ne viene fatto.

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Il “retrobottega” di Taccuino all’Idrogeno

Senza perderci in giri di parole, rischiando poi tra l’altro di perderci pure noi, ve lo diciamo così, di botto: per chi non lo sapesse ancora, è nato (anzi ri-nato, più corretto a dirsi) “il retro” del bar di Taccuino all’Idrogeno. Sapete, quella sala spesso buia, dove i gestori mettono i fusti di birre varie per le ricariche sempre all’erta, le bibite rigorosamente gassate per far più sete a chi beve e costringerlo a ri-bere, cacciaviti che non si sa mai che si rompa qualcosa e stranamente si rompe sempre, chiavi che tre quarti di volte scordi a cosa servono, quadri elettrici dove abbonda il nastro isolante, cibo da mangiare a bocconate nei momenti di pausa tra un servire e un altro, riserve di superalcolici che mantengono la loro proprietà di “riserva” generalmente per pochi giorni…insomma, quel postribolo dove c’è un bel po’ di roba indispensabile a mandare avanti il locale.

E il bello è che c’è una parola sola per dire tutto quello che abbiamo detto finora: retrobottega! Pensa te.

Ecco, dunque. Dopo l’aggiunta del cesso (va là, diciamo bagno, che altrimenti sembriamo poco fini), Taccuino all’Idrogeno vi apre le porte anche del “retrobottega”, facendovi vedere quello che di solito viene messo in secondo piano perché considerato “di abbellimento” ma invece “necessario” a mandare avanti il locale, il nostro locale:

le immagini.

Immagini semplici, complesse, d’effetto, banali, evocative, distruttive, fotografie, rielaborazioni grafiche personali, tentativi di voler essere grandi artisti, anche solo per una volta, davanti ai nostri specchi. Ma tutte accomunate da una cosa: rigorosamente produzioni originali e realizzate dagli autori/collaboratori di Taccuino all’Idrogeno. Inedite. Vere. Nostre.

Che gli affari sporchi qua si lavano in casa propria.

Il retrobottega di Taccuino all’Idrogeno. Uno spazio proprio e dedicato, con tutte le immagini che vengono utilizzate per il bar e la rivista (e anche cose nuove). E’ dietro. Ma pure quello conta eccome.

Qui.

ps: sito in espansione, ma intanto dateci un’occhiata!

ps1: la foto di questo articolo è di J.W.

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