Archivio per gennaio 2012

E’ tutto qui

Ho letto “È tutto qui” di Matteo Scandolin. E la prima cosa che ho pensato quando ho chiuso il libro è stata che è vero. È vero perché è un libro semplice e veloce, e perché ho pensato che non servono fronzoli e abbellimenti per fotografare la vita, così come viene. E poi subito dopo ho pensato che ci sono scrittori che riescono ad allestire bella fuffa e ad annoiare perfino in poche righe e che quindi uno dei complimenti che avrei voluto fare all’autore era di essere riuscito ad evitarlo, trascinandoci in maniera semplice e leggera, ben attento a non strappare in alcun punto, puntando spedito alla fine di ogni racconto. Sì, perché “È tutto qui” è un libro di racconti (intervallato sporadicamente da poesie) e perché è lì che si deve arrivare. Alla fine di ognuno.

È così che probabilmente capiterà anche a voi di arrivare all’ultima parola restando quasi insoddisfatti perché pare di non aver letto niente di nuovo e interessante, prima di accorgerci d’improvviso che in quello che abbiamo appena letto ci sono delle persone dai volti umani, e che ognuno di loro potrebbe essere (il) nostro, e che ci sono delle storie, ognuna delle quali potrebbe essere (la) nostra.

Non c’è niente da fare, o da capire

non c’è niente che valga la pena capire

 

[…]

 

perché scrivo di donne e di uomini incerti

tra il mio stesso rancore

e un giorno diverso.

Poco spazio alla descrizione delle emozioni, alle indagini delle anime, forse proprio per lasciarle al lettore che ci si confronta, per dare spazio e respiro alle reazioni e al pensiero. L’unico indizio  è nascosto del titolo, semplice tanto quanto i racconti appuntati nel libro, che in tre parole spiega che le righe seguenti celeranno altro che l’autore non ha incluso, qualcosa che va oltre i movimenti dei protagonisti. Carver in alcuni punti (per i semplici profili che celano mondi), forse pure un po’ Santarossa in altri (per la quotidianità come tema), ritratti di quartiere, di case, di compagnie, di amici, di fottuti traditori, di basse medie e alte gradazioni alcoliche, di strade, di serate, di treni. Di tutti i giorni. Una mancanza di etichette a personaggi ed eventi che lascia spazio solo all’interazione tra gli stessi, e alla creazione di piccoli frammenti di (vera) vita quotidiana.

Un libro agevole e facilmente digeribile, forse addirittura troppo veloce, che non utilizza scioccanti colpi di scena sensazionali. Cosa che però ogni tanto serve per chiedere al lettore di andare un po’ più in là. Essenzialità, che piace.

È tutto qui

Matteo Scandolin

Intermezzi Editore

Euro 10.00

Nota: questa recensione “a modo nostro” è stata pubblicata con inedita pubblicazione pubblicabile in pubblicamento previo sul sito di SettePerUno, per la precisione qui. Leggete e supportate i ragazzi di SettePerUno, eh!

I.M.

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Oh Mi’ ‘Usignora dal candido collo

Oh Mi’ ‘Usignora dal candido collo
canta per me con voce di corallo
il melody-mantra degli anni perduti

d’accarezzarti l’anima non sono mai sazio
mentre altèra sussurri ghiacce parole di metallo

nostra cenere autunno bosco
nostra cenere autunno bosco
nostra cenere autunno bosco

W.P.

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Notturna

Notte.

Dormo, con la testa liquida,

piena,

di pensieri bizzarri

che navigano su zattere di mitili sul fondo,

che raccolgono pesci, crostacei, molluschi

e immagini. E se li portano via.

Un liquido nero che riluce

di una luce diafana,

sulla superficie grigia che stride

contro il vuoto incolore della restante parte del cranio,

provocando la stessa sensazione

di acqua bollente sulla pelle congelata.

Di notte.

Dormo rivolta a destra o a sinistra,

indistintamente, non vi è alcuna preferenza,

non ci sono aliti né respiri,

non c’è alcun disegno.

Solo parti del corpo, che sento sbattere forte con le mani,

alle pareti, sulle pareti,

che non hanno mangiato le unghie,

che sento, quando dolgono.

Così è che dolgere è il volgere,

il dolgere che non esiste

in una parola fatta di grafite, inchiostro o suono,

nella parola,

fine a se stessa.

La notte.

Dolgere, lui tocca il corpo,

e vi trasmette l’azione, della sua desinenza,

lui.

E la perde.

La lascia lì, a pulsare,

incessante, costante, assillante.

E diventa dolgo.

Nella notte.

La sua estremità schianta,

dentro e fuori, ancora fluidità

e vista che sfoca, e tentativo fallito,

e sveglia.

Io, e io, mi giro a destra o a sinistra e sempre,

è lì,

e la mia mano destra,

è lì,

e la mia mano sinistra,

non sotto il cuscino ma sotto la testa,

a reggere il peso delle ossa e a non far rovesciare il liquido.

Per non sporcare forse,

con altri pensieri, che già cigolano nell’aria,

anche il cuscino

e le lenzuola.

Notte.

I.M.

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Dolce stil novo – Sonetto

Rimembro che non molto tempo addietro

(saran stati gli Ottanta pressappoco)

andava assai di moda un certo gioco,

un tunnel da cui non tornavi indietro.

Nei panni di un idraulico assai scaltro

ti ritrovavi in uno strano loco

infestato da bestie non da poco

da superare tutte in arduo scontro.

Ma sempre poco prima di trionfare

puntualmente perdevo contro il Drago

e dovevo ricominciar da capo.

Con la rabbia che mi annebbiava il capo

fu vital trovar valvola di sfogo:

e avvenne che imparai a bestemmiare.

U.U.

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Propositi propositivi probabilmente improbabili – #2

troppo belle per non usarle tutte …

 


Foto, immagini ed elaborazione grafica splendidamente a cura di E.Z.

Nota: la scritta Campari, e il Campari, e la donnina col Campari (ma non il bicchiere) e il colore del Campari (ma non il colorante) appartengono solo alla ditta che fa il Campari, mentre il contenuto delle bottiglie è, grazie al cielo, prodotto dalla ditta del Campari, ma partimonio dell’umanità. Quindi non abbiamo rubato niente a nessuno e il copyright è loro. Anzi, forse gli facciamo pure pubblicità. Ma un po’ se la meritano, dai, su. Alè.

 

 

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