Archivio per dicembre 2011

Ancora in cammino ma stavolta i sensi quieti nell’osservare

Ancora in cammino ma stavolta i sensi quieti nell’osservare

E ascoltare e percepire

La mia ombra che cammina, il sole dietro le spalle, passi corti

A sinistra il mare respira lento con uno sbuffo sulla luce che allunga i contorni

Disegno un Percorso con la mente, pronto a quantificare tempi e accelerazioni

L’occhio vigile pur quieto, strabuzzando lo sguardo, calcolando il fiato

Importante è superare i quaranta minuti di cammino e forse tentare scatti

Inoltrarsi in canyon collinari e salire scoscesi, temendo presenze nell’erba alta

Seguire il sentiero di passi altrui, cacciatori mattutini con i loro fucili caldi

E i bossoli verdi e rossi delle cartucce, abbandonate qui e là

Percorso cifrato che consente un ritorno su coordinate conosciute

Ecco lì un segno del mio passaggio

Là ho sparato parecchi colpi, ferendo il silenzio dell’aria fresca del mattino con secchi rumori tonanti

Questo dice il mattutino cacciatore con il suo confondersi mimetico nella natura

Crudele stavolta è l’uomo che attraversa il passaggio d’erba alta

Un seggiolino malandato, rovesciato su un fianco e un perimetro di frasche

Che confondono il povero inconsapevole uccello di passo in un verde universale e

Indistinguibile, verde la copertura, verdastro l’abbigliamento

Li ho anche sentiti sparare qualche mattino presto, nebbioso momento liminale

Tra il sonno e la veglia quando trasfigurare le parole che diventano presenze

E’ un normale esercizio che compone il rito di passaggio mattutino

Visioni dell’essere-al-di-là-di-noi nella parola inverbata sulla lingua che schiocca

Sapere e conoscenza immediata

Automatico lingueggìo che non usa la via neuronica

Spontaneità del contendere significati fuori di noi, senza coinvolgere la coscienza di sé

Seguo una strada secondaria dopo il piccolo canyon nascosto

Un promontorio sovrasta la strada principale

Sono al limite del tempo che mi sono concesso

La sera scende e allunga le ombre

Ci vorrebbe la ripresa video del mio cammino

Ma solo la ripresa di quell’ombra che avanza lambendo il bosco senza mai penetrarvi davvero

Qualcuno che m’affianca dovrebbe catturare nell’inquadratura quel mio passaggio

Non dovrei farlo io, dovrei trovare un marchingegno per lasciare le braccia penzolanti libere sui fianchi

Incrocio sulla via del ritorno un uomo giovane che saluto con un gesto dicendo salute

Passo a destra e a sinistra per evitare le case con i cani grossi annunciati dai cartelli

Attenti al cane

Non vedo cani, qualche macchina sfreccia al mio fianco superandomi veloce

Devio a destra verso il piccolo cimitero, lo supero, supero il muro che lo circonda e mi chiedo perché dev’esserci un muro che segni il confine tra chi sta dentro e chi fuori

In discesa corro tra gli alti alberi foscoliani, in salita l’ombra di quegli alti alberi tratteggia il mio passaggio deciso, sono uno scalatore, non mi spaventano i passi verticali

Sotto la doccia calda poi sui corti capelli recenti il pensiero si annulla e segue un suo liquido fluire verso un vuoto sentire, verso un tendere al vuoto del pensiero pensato

Non del pensiero raccontato

Un coniglio mi aspetterà a cena nel vociare di tanti sconosciuti, la cuoca infilerà nella carne bianca, anche lei come l’altra dell’altra volta del pensiero che si forma camminando, del finocchio selvatico, stavolta cotto con cura e miscelato con spezie

Al ritorno il sole mi è contro

La luce intensa cancella lo sguardo, un blank di attenzione non permette allo sguardo di catturare l’orizzonte

I contorni dell’orizzonte, irregolarmente tratteggiato dai monti dell’entroterra, raccontano il senso della vita senza tracciare però segni di sorta

In cielo nessuna scia, solo piccole nuvole rinascimentali.

W.P.

Nota: l’immagine-disegno è di K.S. e di nessun altro. 

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Taccuino all’Idrogeno – Novembre/Dicembre 2011 – Numero 12

No, è che c’è pure uno nuovo qui al bar, che dice di chiamarsi U.U. e, diciamocelo, già le due lettere dicono tanto circa la tostaggine. E poi no, aspetti, mi porga l’indice; ecco lo alzi così… guardi, guardi, guardi. Lo vede il dito? Lo vede che stuzzica? Che prematura anche? Ma allora io le potrei dire, anche con il rispetto per l’autorità, che anche soltanto le due cose come vice-sindaco, capisce?

Taccuino all’Idrogeno – Numero 12 (pdf)

Taccuino all’Idrogeno – Numero 12 (issuu)

 …senza contare che la supercazzola prematurata ha perso i contatti col tarapìa tapiòco*…

olè.

*nota:  Amici miei, Mario Monicelli, 1975. E ci sta anche un “grande Mario”. Con l’omaggio.

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La terapia

L’amore poi. E tutto quello che ci va dietro scodinzolando. Bah. Pensate che l’altro giorno mi ritrovo a parlare di matrimonio con un conoscente. Per la verità con il mio fisioterapista, che come ho detto prima mi piace un sacco – non lui, è colpa del fisio – e con cui comunque ci diamo del tu. E ci tengo a sottolinearlo. Uh, che argomento difficile. Uh, come mi fa male la schiena. Forse dovrei davvero fare pilates. Comunque no, più che di matrimonio, a dire la verità finiamo non so come a parlare della “naturale evoluzione delle cose”. Che cose, gli chiedo io. Beh, le cose, mi dice lui. Non capisco esattamente di che cose si tratti però posso intuirlo quando mi dice che ha messo la testa a posto e presto si sposerà. E giù a parlare di matrimonio allora. Ma poi dal matrimonio si passa a parlare di nuovo delle cose. Che la vita è una cosa, è una cosa che ha un suo percorso, un evolversi, che gira e rigira ti porta sempre lì. Lì dove, gli chiedo io. Beh, lì, mi dice lui. (E io intanto penso che l’altro giorno ho visto il film “Io sono Li”. Ma non c’entra niente. Riprenditi. Dai, su!). Continua. Continua dicendomi che arrivati ad una certa età è naturale pensare di voler stabilizzare la propria vita, di chiuderla un po’ dentro certi limiti, di evitare cose che si facevano quando ancora non si aveva la barba. Mi dice che questo in fondo ha a che fare con la maturità di una persona. Uh, che male la spalla. Dissento. No, non circa la spalla, quella fa male veramente, e lui è un bravo fisioterapista, grazie ad anni di studi mi rimetterà a nuovo. Beato lui che ha studiato qualcosa di pratico, almeno adesso sa che cosa fare della sua vita (noia). Insomma, dicevamo che dissento. Mi permetto di “non acconsentire” e di non “tacere per sempre” (come in certi meravigliosi matrimoni all’americana) con una smorfia – di quelle classificabili nella categoria “naaaaaaaaa” – circa la maturità. Se mi sposo mica vuol dire che sono forzatamente maturo, come non è vero il contrario. No, non era quello che intendevo. E allora cosa, chiedo io. Beh, che non è un’idea da disprezzare. No, non hai detto questo. Sì, cioè, intendo dire che arrivati ad una certa età bisogna fare delle scelte e non si può restare sempre nell’oblio. Ahi – la schiena. E’ la naturale evoluzione delle cose, appunto. Ahi – la spalla. Appunto, non capisco. Ahi – ma cazzo. Io non capisco chi crede di poter continuare il percorso vecchio perché alla fine, man mano che passa il tempo, si cambia per forza. Secondo naaaaaaaaaaa. Le persone non cambiano dottò! Beh, ma è ovvio che cambiano, io mica ci pensavo al matrimonio dieci anni fa. E questo che significa, scusi?

Traaac. Sentito che ha fatto “scroc” la vertebra?

Eh già, l’ho sentito sì, perdio!

Bene, la seduta è finita. E ah, un ultima cosa.

Sì?

Per quanto riguarda la schiena…

Sì?

Ti consiglierei di prendere in seria considerazione un corso di pilates.

I.M.

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